Un “classico per una donna”? Autodeterminarsi.

Caro futuro marito,

Voglio raccontarti il momento in cui ho deciso che sarei diventata femminista.

Un giorno dissi a un ragazzo che stavo frequentando da un po’ di tempo di non aver mai avuto una storia importante. Nulla che avesse capovolto la terra sotto ai miei piedi, che mi avesse fatto vedere il mondo da un’altra angolazione; perché a volte per amore succede anche questo, giusto? Cambi opinione.
No, io non avevo ancora avuto questa fortuna, però avevo alle spalle incontri importanti. Persone conosciute in una notte, in un giorno o in cinque minuti, che avevano visto in me una luce che io non avevo neanche notato.

In risposta a questa storia, il ragazzo che stavo frequentando disse che “non è possibile considerare importanti persone conosciute in una notte. Proprio perché non hai avuto nessuno troppo vicino, hai una soglia di importanza molto bassa”, che “dai importanza a chi in momenti tristi ha colmato dei vuoti che chiunque poteva colmare”. Infine, dopo aver affondato il coltello e averlo girato tre volte disse: “E’ un classico per una donna”.

Quel giorno quelle parole hanno fatto male.

Tralasciando il pianto di mezz’ora, vorrei fare l’analisi del testo redatto dal poeta in questione.

Possiamo anche ipotizzare che le prime frasi “hai una soglia di importanza” (che in italiano potrebbe suonare come “dai importanza alle persone con troppa facilità”) e “ha colmato dei vuoti in momenti tristi” possano essere vere. Ma il fatto che possano essere vere, non ti autorizza a dirle. Il giudizio, su una situazione, di cui tu non hai fatto parte, non va sentenziato, a meno che non sia espressamente richiesto.
Tutti sbagliamo, e chiunque può inavvertitamente scambiare un’opinione per un giudizio.

Il fulcro della questione, infatti, ciò che ancora oggi mi fa ribollire il sangue, non sta nello spregiudicato giudizio di quelle frasi, ma dell’accezione universale a cui da sempre noi donne siamo confinate.

Cos’è un “classico per una donna”? Dare importanza alle persone? Avere dei vuoti “colmabili” solo da un uomo?

Mi sono sentita tremendamente offesa. Non solo nei confronti di me stessa, ma per tutte le donne. Mi ha colpito qualcosa di viscerale, una rabbia secolare che affonda le radici in così tante discriminazioni e categorizzazioni, da fermentare per tutto il genere umano.

Ho ripensato tante volte a quel giorno. Magari erano parole dette con innocenza, concepite per essere una sorta di consolazione: “Tranquilla Ilaria non sei la sola, sono tutte così”.
Però a me non frega assolutamente niente delle intenzioni di quelle frasi. C’è una cosa più importante più profonda, che è ciò che esse hanno rappresentato e tutt’ora rappresentano.

Mi sono sentita un vaso. Un vaso vuoto; pieno solo nel momento in cui un uomo entra a far parte della mia vita.

L’idea di noi, come contenitori. Qualcosa che debba essere riempito, di costantemente mancante. Come se tutte le donne avessero un qualche vuoto che non aspetta altro che essere colmato. Donzelle in difficoltà pronte ad accogliere l’uomo forte che le salva.

Non ho usato la parola contenitore solo perché non ho trovato sinonimi migliori. Il contenitore è un oggetto. E non è sconosciuta alla società l’oggettivazione della donna. La deumanizzazione che ci vede come corpi che possono dare uno status all’uomo alfa.

Questa generalizzazione, è uno stereotipo. Gli stereotipi rafforzano le gabbie sociali che hanno intrappolato le donne per generazioni e che sono alla base di ogni discriminazione.
Gli stereotipi impediscono a tutt*, anche alle donne, di vedere quando è presente una discriminazione, una violenza, un abuso di potere. Sono generalizzazioni che si scolpiscono della cultura collettiva umana.

La violenza di genere esiste ancora oggi, anche in frasi che non volevano far male, anche se chi le pronuncia pensa che non ti farebbe mai del male.

Non ho mai smesso di pensare a quelle due frasi. Ribollono nello stomaco. Sono quelle che hanno alimentato in me la voglia di consumare tutte le parole contro ogni tipo di sessismo.

Infine, ti scrivo questa lettera per dirti che io sono capace di colmarmi, di bastarmi da sola. Che i miei vuoti non dipendono necessariamente da te. E, in ogni caso, sarei capace di riempirli da sola. Anche se dovessi essere triste, felice, angosciata, estasiata, sarebbe uno stato d’animo mio, personale, e sarò io a decidere come meglio affrontarlo, senza essere messa in nessuna categoria.
Io sono una persona a prescindere dal mio sesso, una persona che decide, agisce, sente come vuole. Ciò di cui io ho bisogno non è da ricercare nella tua esistenza.

Un “classico per una donna” è autodeterminarsi e bastarsi in totale autocoscienza. Un “classico per una donna” è essere esattamente quello che cavolo vuole essere. Magari in compagnia di una persona che aggiunga del bello alla sua vita.
Ma è una persona completa a prescindere, non un essere bisognoso di essere “colmato”.

Ed è per tutti questi motivi, oggi, che io sono femminista.

Piccola, le parole sono importanti!

Piccola.

Non vi accorgete come una vostra parola, un vostro atteggiamento, un vostro sguardo possano far sentire chi riceve queste vostre “attenzioni”?
Come fate a non accorgervene?
Non lo sentite il disagio che provocate quando usate questo epiteto su qualcuna, non lo sentite l’effetto che le fa?
Come fate a non sentirlo?
Non vedete l’imbarazzo di quando una ragazza cambia strada vedendovi sul suo stesso marciapiede?
Come fate a non vederlo?


Piccola è come a 14 anni mi sentivo quando passando davanti al bar della mia via per tornare a casa e i signori facevano commenti. Complimenti, doveva trattarsi di complimenti, ma io mi sentivo piccola.

Piccola.

Piccola è come mi sentivo a 16 anni quando mi suonavano tornando a casa dalla palestra. Doveva forse essere un complimento quel suono, ma io mi sentivo piccola.

Piccola quando ti fischiano, piccola quando ti fissano, piccola quando ti parlano, piccola quando ti palpano.

Piccola quando di anni ne avevo venti, ed al posto di rispondere stringevo i denti.

Piccola quando in privato mi chiedete foto nuda e piccola quando vi incazzate se non ne mando nessuna.

Piccola in discoteca quando me lo appoggiano e frigida quando mi giro e gli dico di no.

Piccola quando chiudo la scollatura, piccola quando giro da sola ed ho paura.

Ora di anni ne ho ventiquattro e di sentirmi piccola mi sono rotta il ca**o.

Sapete perché le donne non vi suonano per strada?

Perché sanno cosa si prova.

Il mio permesso di soggiorno a durata illimitata

Guardandolo ho pianto. Il mio permesso di soggiorno a durata illimitata.
Ho pianto come non avete idea, ma questa volta erano lacrime di felicità.

Ogni anno attorno a settembre piango. Mi vengono a trovare l’ansia e la disperazione. Mi sento piccola, indifesa e vulnerabile. 

Quando avevo 18 anni, forse presa dai miei sogni e travolta dalla voglia di conquistare il mondo, ho deciso di partire oltreoceano. Sapevo che sarebbe stato difficile. Sarei stata da sola in un Paese completamente diverso dal mio senza neanche parlare la stessa lingua.
Quello che non conosciamo spaventa, eppure io non vedevo l’ora.
Stavo per partire e andare nel paese del grande cinema, degli antichi romani, dell’arte ma soprattutto il paese culla dell’opera, il mio grande amore.

E così sono partita senza capire la differenza tra un visto, un permesso di soggiorno e  di residenza.
Per me erano tutti la stessa cosa, e se avevi uno li avevi tutti.

Non immaginavo neanche che all’epoca esistesse pure una differenza tra visto italiano e visto Schengen.

Quindi, al primo mese del mio arrivo, innocentemente ho provato ad andare in Francia con un visto italiano, senza sapere che questo non mi permetteva di spostarmi fuori dall’Italia. Così, sono stata fermata, fatta scendere da un treno e accompagnata in una stanza con altri due stranieri.
È stata la prima volta che ho pianto per motivi gravi, 12 anni fa.
Era un pianto di paura, pur parlando francese non riuscivo a farmi ascoltare, non volevano una spiegazione da parte mia, volevano darne una loro.
Sono stata riportata in Italia con questi due signori che, vedendomi così spaventata e senza parlare la mia stessa lingua, hanno provato a confortarmi con una caramella.
Non scorderò mai quel gesto. Il diverso era gentile.

Arrivati in Italia ho pianto nuovamente. Un carabiniere mi ha abbracciata e mi ha confortata con un “Non piangere, va tutto bene, non piangere”.
Piangevo per sfogo, perché era finita, perché in quel momento mi son sentita al sicuro. L’Italia era diventata “Casa”.

Da quel momento, decidendo di restare, è iniziato un altro incubo

Volevo restare questa volta senza sbagli, facendo tutto bene e verificando le leggi in ogni dettaglio per poter rispettarle senza eccezioni.
Ho imparato che ti serve fin dall’inizio un permesso di soggiorno. Che devi fare la residenza per accedere ai servizi offerti ai cittadini, ma non lo puoi fare senza un permesso di soggiorno valido. Puoi aderire al servizio sanitario nazionale da studente pagando una quota volontaria, ma occorre un permesso di soggiorno. E per avere un permesso di soggiorno, oltre ad avere una quantità assurda di soldi sul conto, ti serve proprio quell’assicurazione sanitaria, quindi devi prendere una privata in più per poter continuare nel processo. Ho imparato a preparare la mia cartellina di documenti ogni anno con tutto il necessario prima di un appuntamento. E puntualmente a settembre quando dovevo andare, dopo aver aspettato ore e ore, mancava sempre un documento o quello presentato non era proprio giusto così come era.
Ed ecco che il pianto tornava come se la frustrazione trovasse sfogo in forma liquida.

Nel frattempo ho preso due lauree in economia e fatto il mio prezioso diplomino in canto lirico al conservatorio.
Ho imparato l’italiano e ho trovato un lavoro.
Non dico che con il tempo non sia migliorata la situazione ma ancora ad oggi, per essere perfettamente in regola, manca sempre qualcosa che forse non è sull’elenco ma che “si sa che si deve presentare”. Diciamo che, dopo tutti questi anni, non mi prende più di sorpresa.

Sembra che questo sia una lamentela. Ed è vero anche che sono una che si diverte a lamentarsi perché trovo che sia un modo di sdrammatizzare quel che mi crea scontento.
Ma questo racconto non è una lamentela, con questa storia voglio solo avvicinarvi alla realtà che vivo anno dopo anno, così da rendere l’ignoto familiare.

Amo questo Paese, e pur di rimanere qui ho rinunciato a mille altri sentieri e opportunità di ogni tipo. Sono lontana dalla mia famiglia che è parte fondamentale della mia vita. Mi preparo di continuo per poter migliorare questa comunità, la nostra comunità.
E ogni giorno continuo a fare la stessa scelta, quella di rimanere qui e di chiamare questo posto “Casa”.
La scelta di amalgamare la mia cultura con quella Italiana. La scelta di creare qualcosa qui. 

Determinata in questo modo, preparando documenti, investendo tanti risparmi e facendomi consigliare da un avvocato, questo settembre il mio permesso di soggiorno è diventato illimitato. 

Avete presente quando nei film l’attore principale guarda con un sorriso enorme la foto di qualcuno a lui caro che porta con se nel portafoglio?
Ecco, a me succede la stessa cosa ogni volta che guardo il mio permesso.

Averlo mi porta conforto, mi fa sentire al sicuro. Non dovrò mai più tornare a quei spaventosi appuntamenti dove mi sentivo piccola piccola, quasi insignificante, dove più di una volta chi era dall’altra parte della scrivania non ha esercitato il suo ruolo in modo corretto e invece di trasmettere sicurezza e rispetto, quella figura che una volta mi ha accolta, trasmette oppressione, paura e mancanza di rispetto.

Ancora non ho conosciuto uno straniero che non abbia subìto queste esperienze almeno una volta nel proprio percorso. Così come non ho ancora conosciuto uno straniero che abbia ottenuto il suo lavoro perché gliel’abbiano regalato.
Ne conosco invece stranieri che hanno lottato, si sono preparati e si son meritati la loro posizione.
Non dico che tutti facciamo le cose seguendo le regole, ma ecco, smettiamo di generalizzare.
Generalizzare allontana le persone l’una dall’altra.

Lo leggo e lo rileggo, e lo leggo nuovamente, durata illimitata. Non posso credere che, dopo 12 anni, finalmente il prossimo settembre non starò più male.

Ho pianto senza contegno, ma questa volta erano lacrime di felicità. 

This is me: i DMA e la gioia della diversità

Voltaire diceva che la scrittura è la pittura della voce, e visto che ho i colori perfetti, oggi diventerò pittrice di un’esperienza che per me è stata fantastica.

23 maggio 2018, 3 semplici paroline: Diversity Media Awards.
Si tratta di un riconoscimento assegnato da 3 anni a questa parte a attori, giornalisti, cantanti, riviste, serie televisive, programmi radio che hanno contribuito ad eliminare discriminazioni di genere, orientamento sessuale, etnia, religione e disabilità, promuovendo la diversità come valore.

Sono passati ormai due mesi ma se ci penso sento ancora tutte le emozioni che ho provato durante quel giorno, quando noi Fanfarlo abbiamo calcato quel palco nello show che apriva la serata.

Il primo ostacolo da superare era quello dei costumi: volevamo che fossero eccessivi, colorati, grandi, piumosi. Insomma, non volevamo passare inosservate ;).
Fortunatamente la nostra teacher Lisa ha sempre una soluzione e così la fantastica costumista Flavia Cavalcanti ci ha fornito costumi da mille e una notte.
Il secondo ostacolo: il make up. Perché diciamocelo, si può avere il miglior vestito del mondo ma se le occhiaie ci fanno sembrare la controfigura di Kung fu Panda, allora c’è bisogno di un profondo restauro.
Anche in questo caso Lisa, che sospetto abbia conoscenze nei posti più remoti del mondo (no, per il fidanzato vi dovete mettere in fila, ancora non ha attivato la funzione “trova fidanzato per le Fanfarlo”), ci ha fatto conoscere Giulia Marzo, una fantastica make up artist che a suon di pennellate di correttore e glitter colorati ha realizzato un trucco da fare invidia alle dive di Hollywood.

La prima volta che mi sono vista allo specchio, pronta per la serata, sono rimasta letteralmente a bocca aperta.
Il costume mostrava tutti i miei difetti, senza celarli neanche un po’, eppure non mi importava perché così diversamente alta e diversamente magra mi sentivo bella.
Mi sentivo anche più alta, dato che il copricapo mi faceva guadagnare “qualche centimetro”, cosa che per una nana come me, che guarda sempre il mondo dal basso all’alto, non guasta mai.

Tra ciglia finte e piume svolazzanti ci siamo supportate e sopportate a vicenda, e vi assicuro che è stata un’impresa impegnativa, quasi quanto un’ora di breathe kombat (provare per credere 😉).

L’ansia è arrivata puntuale come un pacco di Amazon e ognuna di noi l’ha gestita come meglio credeva.
Io alternavo momenti di estrema pazzia sottolineati da frasi tipo: “Ohmmioddio c’è Salvatore Esposito” ,“Ma chi me l’ha fatto fare?”, “E se cado?” “Da domani dieta” ,“Ma non potevo andare a fare crossfit?” ,“Ci voleva del vino”, a momenti di etereo silenzio, il tutto condito da una sensazione di gioia mista a paura di combinarne una delle mie, cosa molto probabile se sei me.

Senza rendercene conto ci siamo ritrovate dietro al palco in attesa dell’inizio del nostro show di apertura.
Questo momento è sempre strano per me: il silenzio regna sovrano, le mani sudano, i minuti che ci separano dall’esibizione sembrano non passare mai e nella mente scorre velocemente la coreografia.

Al tempo stesso però lo spirito di squadra è protagonista, ci si supporta a vicenda con sguardi che racchiudono parole di incoraggiamento, si ha solo voglia di salire sul palco e far vedere quello per cui siamo qui.
Ed è proprio in questo momento che l’ansia si fa da parte per dare spazio a un’energia scoppiettante.

Dal palco riuscivo a vedere dei volti sparsi qua e là nel pubblico contornati da una luce forte, la canzone “This is me”, travolgente ed emozionante, inondava il teatro.
Al mio fianco Lisa, colei che mi ha insegnato a spogliarmi delle mie insicurezze, e le mie compagne di questa avventura, tutte pervase di una bellezza immensa, luminosa e diversa che le rendeva semplicemente uniche.

Mentre ero tra il pubblico, nella mia mente scorrevano le parole che noi Fanfarlo abbiamo fatto nostre: “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura. Crediamo nella bellezza femminile che è multiforme e variegata, condanniamo il body shaming in ogni sua forma in quanto nemico giurato della vera bellezza: la nostra, quella di milioni di donne diverse, ognuna con il suo singolare splendore”.

Ho capito che se fossimo tutte uguali il mondo sarebbe di una noia mortale, mentre in tutto questo mare di diversità avremo sempre modo di trovare conforto, dialogo, confronto, e di scovare emozioni che magari ci sono state celate.


E in quel momento, vestita di piume e di lustrini, con tutti gli occhi del pubblico addosso, sono riuscita a farmi vedere per come sono, con tutti i miei pregi e i miei difetti, senza vergognarmene.

Perché “questa sono io”, ed è l’unica cosa che conta.

Violenza di genere: storia di un abbraccio mancato

Ogni volta che percorro quel tratto di uscita della tangenziale non posso fare a meno di pensarci: l’immagine mi si ripresenta e fuggevole se ne va, ma non con leggerezza.

Una notte di mezza estate. Tornavamo da una bella serata danzante, di quelle all’aperto, che hanno il sapore e il profumo che solo la bella stagione ti fa assaporare.
Superiamo la curva, una macchina ferma con la portiera aperta. Un macchinone, non so quale, per me sono tutte uguali.
Lei curva, spettinata, piegata su se stessa, le mani sulle orecchie mentre cerca di ripararsi dalle urla di lui che le inveisce contro.
La nostra Smart li supera, noi due ci guardiamo e non c’è bisogno di parlare.
Mio marito ferma la macchina poco più avanti e mi dice “Non scendere, vado io”.

Lui scende, io dietro, a distanza, mentre compongo il numero della polizia.
L’uomo, appena vede mio marito, alto e grosso, alza le mani con fare rassicurante e dice “Tranquillo… è tutto a posto…”.
Nel frattempo lei si è spostata sul davanti dell’auto ed è inginocchiata, io mi avvicino e mi chino, la guardo, cerco i suoi occhi, e li trovo.
Non posso descrivere cosa ho visto, è troppo vasto il vuoto e il dolore che mi hanno colpito come un schiaffo, mentre mi teneva a distanza come fa un animale ferito che non ha più fiducia nell’animo umano.
Ho cercato un contatto verbale, ho capito che non era italiana, ma poco importava.

“Vieni via con noi” le ho proposto, “ti portiamo dove vuoi”.
Era malconcia, al di là del trucco sbavato e delle lacrime.
“Non posso” mi ha risposto, con uno sguardo indecifrabile ma che avrebbe potuto avere mille significati.
“Sai”, ha proseguito, “lui, è anche un bravo uomo, un bravo padre, ha due bellissimi ragazzi, lo rovinerei”.

Prima ti sorprendi. Poi ti incazzi. Poi pensi di avere davanti una stupida.
Poi guardi lo stronzo che sta discutendo con tuo marito e, oltre a pensare a quanto sei fortunata, ti rendi conto di quanto la parola “uomo” sia sopravvalutata.
Poi provi ad immedesimarti ma è davvero molto difficile, almeno per me.
Poi capisci che qualsiasi tipo di pensiero tu possa fare è superfluo: hai davanti una donna che ha bisogno di aiuto ma non vuole farsi aiutare. E tu ti senti inutile.

La vorrei abbracciare ma ho paura e, non so perché, non lo faccio. Poi me ne pentirò.
La Polizia arriva e ci allontana, io le stringo le mani e la saluto.
Salgo in macchina, mi volto, la guardo, i nostri occhi per un po’ non si lasciano.
Verso casa piango rivolta verso il finestrino, mio marito mi accarezza la gamba.

La confusione che ti rimane dentro quando sfiori anche solo da lontano e per caso storie come questa, storie terribili di violenza di genere, storie di donne devastate dall’amore per il proprio uomo e dal disamore verso se stesse è devastante, persistente.
Non posso giudicare, non me la sento.
Le chiavi di lettura sono innumerevoli e forse non troveremmo mai quella giusta.
Ognuno di noi è libero di interpretare il comportamento di questa donna.
Io so solo che il tempo ne ha offuscato il viso e il colore dei capelli, ma non il tremore e il groppo in gola che mi prende ogni volta che faccio quell’uscita.
Tangenziale Est. Uscita 4 Mecenate.

Volevo salire su quel palco. E l’ho fatto.

Con sincera (ed ingenua) convinzione avevo sempre ripetuto, fin dal principio, a tutti quanti  “No io il saggio non lo faccio!

Perché io, VERAMENTE, il saggio di quello scandaloso corso di Burlesque, non avevo intenzione di farlo! 

Cioè, insomma, io sono io! 

Così imperfetta, decisamente sovrappeso, cellulitosa, poco sexy e decisamente timida: no, non avevo nessuna intenzione di mettermi volontariamente in imbarazzo

Ed ero sinceramente convinta di non essere abbastanza, di rendermi ridicola salendo su quel palco. 
Non volevo mettermi il gioco: lo scopo per cui avevo iniziato questo corso non era certamente quello di far ridere la gente di me. 

Certo, ormai non avevo più alcun timore a farmi vedere senza vestiti davanti alle mie compagne. Eravamo diventate un quartetto così affiatato, si era creata una gran complicità, un tale affetto e amicizia che non esistevano né pudore né vergogna.

Ma davanti ad un pubblico di estranei?! Anche NO! 

Poi a un certo punto qualcosa è cambiato. Ed è cominciato un dialogo interiore a tratti drammatico, a tratti spassoso. Tra me e me, tra me e il mio fidanzato.

“Eh si ci sto pensando” dicevo.

Ma smettila di mentire a te stessa! L’ha capito anche lui che questo saggio ormai ti sei decisa a farlo! 

Nella mia testa, mentre lui iniziava ad infastidirsi, risuonavano queste parole: 

Se solo tu riuscissi a capire quanto mi fa stare bene! Non c’è niente di male in fondo, non vado ad esibirmi in uno strip club! Mi sento IO, mi sento DONNA, mi sento FIGA! Per favore, devi provare a capirmi…”

Dalla bocca però non mi uscivano queste parole. Provavo a giustificarmi, provavo a calmare la sua gelosia crescente, ma mi rendevo conto che era una dura lotta.
Lui è sempre stato tanto geloso sin dagli inizi del nostro rapporto. Che qualcuno potesse guardare me, la SUA donna, in reggicalze su un palco, lo mandava (e lo manda) fuori di testa. 

Io lo capisco, non lo biasimo, lo comprendo perfettamente perché è una situazione di sicuro delicata, al di fuori di ogni pensiero di gelosia che abbia mai avuto in questi anni insieme.

Ma per una volta, da quando ne ho memoria, ero decisa e volevo andare fino in fondo a questa cosa: contro tutto e contro tutti. 

Anche contro me stessa. 

Litigheremo sicuramente, non sarà mai contento di questa mia decisione e di questo percorso ma mi rispetta a tal punto da non impedirmelo.

E io volevo andare fino in fondo, AD OGNI COSTO. 

Volevo salire su quel palco

Il saggio lo volevo fare e l’ho fatto.

E lo farò ancora. 

Donne sommelier: un cliché da smontare

Sono appena tornata da un viaggio meraviglioso, se pur breve, in Francia, in Camargue.

Amo viaggiare alla scoperta di luoghi, culture e natura, ma amo altrettanto il vino, così non riparto mai senza prima aver esplorato l’identità vinicola della zona che visito.

Così, dopo aver ammirato scenari mozzafiato spazzati dal vigoroso Mistral, saline che ricordano paesaggi lunari, lagune popolate da eleganti fenicotteri rosa e cavalli bianchi, resti architettonici del passaggio degli antichi Romani, ho convinto i miei compagni di viaggio a fare delle rigeneranti passeggiate tra i vigneti di Châteauneuf-du-Pape e delle degustazioni dell’omonimo vino, uno dei pochi al mondo che vanta una storia secolare.

La nascita di questo celebre vino è legata, infatti, alla storia del papato che, poco dopo il 1300, trasferì la sua sede da Roma ad Avignone (città poco distante) e circondò la residenza estiva, proprio a Châteauneuf-du-Pape, di vigneti, che danno vita a questo nettare divino.

Arrivati al Domaine, uno dei più rinomati della zona, mi sono imbattuta nel più classico dei cliché sessisti, con il quale, purtroppo, mi capita  di confrontarmi spesso, secondo cui  “capire di vino” è appannaggio degli uomini e le donne sommelier non esistono.

Anche questa volta la degustazione è iniziata in modo esclusivo tra gli uomini: il responsabile non fa una piega quando la mia amica declina l’invito all’assaggio, ma quasi si sorprende che io invece mi unisca ai due uomini, mio marito e un nostro amico. Serve il primo vino e ne illustra le caratteristiche, concentrandosi esclusivamente su di loro, come se io fossi invisibile.

La mia amica ride, mentre si gusta la scena e vede i miei occhi fiammeggiare, e per distrarmi dal desiderio di incenerire immediatamente il francesino, mi chiede la traduzione simultanea della spiegazione e mi tempesta di domande.

Mia figlia Maddalena, che ha già assistito a questa scena molte volte, e conosce perfettamente commenti e retroscena, mi incoraggia: “Mamma, dillo tu se è buono questo vino. A te piace?”.

La degustazione prosegue con altri vini, finché il francesino si rende conto che, contemporaneamente alla sua spiegazione, io fornisco ai miei compagni di viaggio ulteriori dettagli e aneddoti, e inizia a guardarmi con sospetto.

Così mio marito lo informa che sono una sommelier.

La sua reazione è degna di un devoto che ha visto la Madonna e ripete più volte: “Really? Really?”, sgranando gli occhi.

Per cancellare ogni dubbio, estraggo con orgoglio dalla mia borsa la tessera di sommelier AIS (Associazione Italiana Sommelier) che lui prende in mano come una reliquia e, finalmente, scocca la scintilla.

Sembra quasi commosso, ci serve gli altri vini, finalmente degnandomi della sua attenzione e, probabilmente per scusarsi per avermi ignorato nella prima parte della degustazione, ci regala l’assaggio di un vino speciale, molto raro, frutto delle più antiche vigne del Domaine, normalmente di difficile reperimento per l’acquisto.

Per fortuna i vini degustati sono spettacolari: equilibrati e di gran carattere, eleganti, morbidi e avvolgenti, e mi permettono di rilassarmi e dimenticare le mie iniziali intenzioni bellicose.

Dopo aver scelto le bottiglie da acquistare, ho sfoderato il mio miglior sorriso e ho informato il francesino che a casa mia, io bevo e mio marito paga.

Di vigna in vigna e di bicchiere in bicchiere, continuerò la mia  battaglia per sfatare il cliché: anche senza essere sommelier, una donna può apprezzare il vino tanto quanto un uomo; l’apprezzamento del vino è un fatto di gusto individuale, non certo di genere.  

La mia mamma: 5 figli a scuola d’amore

In passato il desiderio di avere un figlio maschio per una coppia era abbastanza sentito. I miei genitori non hanno fatto eccezione, anzi, direi che si sono fatti prendere la mano. Pensate che per contribuire a questa tendenza hanno fatto cinque figli.
Hanno sfornato quattro bellissime femminucce e un fantastico maschietto.

Ebbene si, io sono una delle quattro femmine di mia mamma. Vi starete chiedendo se è stata dura crescere in una famiglia così numerosa. A parte le tirate di capelli e le lotte furiose, la mia risposta è NO!

Volere sapere come mai? Ve lo spiego subito: la mia mamma ci ha insegnato ad amarci.
Ci ha fatto capire che la condivisione è meglio del possesso delle cose. Durante la mia adolescenza mi saranno mancate le scarpe all’ultima moda e i pantaloni di marca, ma di sicuro non è mancato il rispetto reciproco e l’amore incondizionato dei i miei fratelli.

Mia mamma si chiama Costantina, è una donnina alta poco più di un metro. La prima cosa che si nota guardandola è la folta capigliatura bionda che sembra la criniera di un leone. La seconda, ascoltandola, è il suo timbro di voce, così alto da fare concorrenza ad un soprano (ah, è anche suscettibile, quindi meglio non farglielo notare).

La cosa che più la contraddistingue è il suo spirito da crocerossina. Probabilmente, in altre circostanze, lo sarebbe diventata per davvero. Ma la sua “carriera lavorativa” è stata farci diventare grandi. Solo Dio sa quanto lavoro ci sia voluto, soprattutto se ci sono di mezzo 5 nanetti chiassosi che combinano un sacco di guai.

Ha sopportato i nostri capricci e supportato le nostre fantasie. Ha dato la possibilità a me e alle altre sorelle di realizzarci dandoci la possibilità di studiare, di allontanarci da lei per inseguire i nostri sogni, nonostante la sua voglia di averci vicino.

La mia mamma per me è stata anche un’amica. Non sempre mi ha assecondata ma mi ha sempre sostenuta. Mi ha a volte tirato ceffoni (meritati), ma non sono mai mancati i baci e gli abbracci. Tutt’ora che sono cresciuta, aspetto con ansia le vacanze per andare da lei a fare scorta di coccole.

Per età e scelte di vita potenzialmente potrei trovarmi nella sua stessa situazione di quando ha deciso di “metter su famiglia”.
Quindi è da un po’ che vorrei chiederle una cosa: con quale coraggio lei e papà si sono avventurati nell’impresa di costruire una famiglia, per giunta così numerosa, considerando che il solo pensiero di un solo figlio m’inquieta? La prospettiva futura di avere figlia adolescenti odiosi, spocchiosi e menefreghisti non li spaventava?

Ma si sa, il mondo è di chi lo sa immaginare prima di noi. E la mia mamma ci ha visto lungo.

Il suo obiettivo di crescere dei figli affiatati e uniti una volta diventati donne e uomini, ha vinto su tutti i dubbi e le difficoltà, quindi io voglio ringraziarla per aver investito tutta te stessa per farci diventare quelli che siamo.

Ti voglio bene mamma.

SugarShy Killah: come nasce un nome d’arte

Nella vita di ogni burlesque performer arriva il momento in cui devi affrontare te stessa, capire chi sei e cosa vuoi nella tua vita da burlesque performer: arriva il momento in cui devi trovarti il tuo nome d’arte.

C’è chi il nome ce l’ha dalla nascita, a chi viene affibbiato dagli amici, dalle colleghe o dall’insegnante e chi, come me, ha dovuto trovarselo.

La ricerca dello stage name è stato un vero e proprio parto, compreso di gravidanza, visto il tempo che ci ho messo a trovarlo.

Per ognuna ha un significato e un peso diverso: nel tuo nome d’arte ci sono dentro le tue passioni, i tuoi interessi, chi sei e chi vuoi essere, o semplicemente suona bene.

Per il mio background il Nome d’arte è una cosa molto importante: ti rappresenta, è il tuo biglietto da visita e soprattutto deve essere tuo e basta.

La mia ricerca è partita nella maniera più stupida e divertente possibile, ovvero tramite siti di Name Generator.
Sono partita da quelli dedicati al burlesque che mi hanno proposto nomi come “Frau Mercury”, che ho adorato da subito ma, conoscendomi, mi sarei ritrovata sul palco con dei fantastici baffi.
Il secondo sito mi ha suggerito “Oregon Orchid” che suonava bene, ma non c’entra niente con me.
Ho deciso quindi di affidarmi ad un generatore di nomi stile “My Little Pony”. Da subito mi è sembrato molto più “professionale” di altri siti, visto che crea il nome d’arte a partire dal nome e dal cognome.
E’ risultato che il mio nome da Pony è “Lollipop Glory”. Mi sono ritrovata a ridere come un tredicenne che vede doppi sensi ovunque, quindi ho bocciato anche questo nome e ho cercato di capire come funzionano i nomi delle burlesquer più famose.

Tributi a dive, nomi di fiori, case automobilistiche, nomi di alcolici, colori, dolcetti, animaletti, città… Ho cercato di trarre ispirazione da qualsiasi cosa.

Sono partita dalla lingua delle parole che formano il nome: in genere inglese, ma non di rado anche francese, rarissimamente tedesco, spagnolo e italiano. Decido per l’inglese, “così sarà comprensibile quasi da tutti e non dovrò stare a spiegarlo”. Poi le cose sono andate come sono andate…

Scelta la lingua dovevo capire cosa metterci dentro.
Mi sono fatta un bello schemino con me al centro e attorno cosa mi piace e cosa mi rappresenta: vedo pezzi di me scritti viola su bianco e non so come venirne fuori. Torno ai generatori, ma ancora niente.

Poi, non so perché e percome, una mattina mi sono svegliata con in testa queste due parole: “Sugar” e “Shy”.
Suonano bene, mi piacciono, un po’ mi fa venire in mente un vecchietto in canotta e salopette che, con il suo banjo, suona un blues che racconta la sua storia da giovane: era un grande boxer, me lo vedo su una sedia a dondolo sul portico della sua casa nel bayou.
Poi è un ottimo nome per un pony, quindi si! Mi piace, è mio, manca ancora qualcosa ma mi piace!

Lo sottopongo a un po’ di persone e nein, non piace e non convince.
Ma a me si, e di brutto, ma continua a mancare qualcosa.
Questo nome d’arte mi rappresenta ma manca un pezzettino, manca un lato di me, quello che occasionalmente morde, quello con il quale mi piace giocare sul palco, quello che talvolta mi fa sentire sprezzante e malvagia, qualcosa di cattivo e che affascini… ”un serial killer!”

Inizio a farmi una lista mentale dei serial killer, chi hanno ucciso e come e no, non me la sento di prendermi il nome di nessuno.
Sono ancora bloccata ma l’idea del killer mi piace, ma SugarShy Killer, Meurtrière o Mörderin non suona bene.
Riprendo il foglietto dove ci sono io, le mie passioni e le mie cose vedo quella parola che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita HipHop e da lì è stato un attimo arrivare al “Killah”.
SugarShy Killah, sono io!
Mi piace e mi rappresenta.

Nel mondo del Burlesque mi trovo bene anche perché “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura”.
E, cosa che mi fa sentire libera di essere come voglio, nemmeno di stile.

Fare ricerca: la probabilità dello 0,001% è il motore

Alla gente che mi chiede che lavoro faccio rispondo: “Sono una biologa molecolare”.

Dopo il primo “Wow” iniziale la stessa gente, quasi sempre, mi chiede se posso dare un occhio alle sue analisi, in che ospedale lavoro, che farmaco possono prendere se hanno dolore qui o là oppure se hanno questa o quella problematica o se posso dare dritte sulla dieta.

Ora vorrei chiarire una cosa: una biologa non è un’analista, non è un medico e non è una nutrizionista.
Una biologa è una biologa.

Ho deciso di essere una biologa al primo anno delle superiori  quando, durante una lezione di biologia nel mio istituto perito tecnico commerciale (volgarmente detto ragioneria), la professoressa mi ha interrogata.
L’argomento era alquanto “difficile” per quell’età ma soprattutto per una ragazzina. La mia interrogazione verteva sulla spiegazione del funzionamento dell’apparato genitale maschile. A fine interrogazione la professoressa si è complimentata per il mio sangue freddo e la mia lucidità nello spiegare un argomento così imbarazzante. Mi sono resa conto in quel momento che adoravo l’idea di saperne di più. Di capire a fondo cosa ci fosse alla base di tutto quello che conoscevo.
Il mio destino era deciso: sarei diventata una biologa.

Mi sono iscritta a Scienze Biologiche per poi continuare specializzandomi in Biologia Molecolare.
I primi anni di università sono stati durissimi. Non avendo fatto il liceo non avevo le basi per poter studiare la materia scelta.
La mia forza di volontà mi ha fatto andare avanti. Mi sono laureata. E successivamente ho fatto il dottorato.
Sono sempre rimasta nell’ambito delle neuroscienze, perché secondo me non c’è niente di più affascinate del capire come funziona il cervello umano.

Logicamente non è tutto oro ciò che luccica. Fare ricerca è il lavoro più bello che io conosca ma è davvero difficile farla bene. Tendenzialmente quello che spinge i ricercatori a non mollare è la consapevolezza che c’è sempre qualcosa che vale la pena studiare.
La probabilità di trovare la cura miracolosa, la molecola speciale, il meccanismo perfetto è lo 0,001%, ma al ricercatore medio basta.

Non importa se il contratto non è dei migliori, se non si hanno ferie, malattie e permessi, se si deve andare di sabato o di domenica a lavoro, perché quello che ti smuove dentro la ricerca non ha paragoni.

(Piccola parentesi: è un peccato sapere che la gente è costretta ad andare via per avere la possibilità di fare carriera nell’ambito della ricerca, ma purtroppo non c’è supporto da parte dello stato).

Personalmente non sono mai rimasta senza lavoro, ma le mie prospettiva di lavoro variano sempre di 6 mesi in 6 mesi, al massimo, quando il gruppo è un gruppo forte, un anno.

In questo momento della mia vita in cui non ho ancora una famiglia  mi va bene, ma poi chissà se “passerò al lato oscuro”, ovvero se mi vedrò costretta ad andare a lavorare per qualche azienda farmaceutica.

Però per adesso ho una certezza: mi tengo stretta il mio bancone, le mie pipette continuo a pensare che la probabilità dello 0,001% di fare la scoperta del secolo in fondo non è così bassa.