This is me: i DMA e la gioia della diversità

Voltaire diceva che la scrittura è la pittura della voce, e visto che ho i colori perfetti, oggi diventerò pittrice di un’esperienza che per me è stata fantastica.

23 maggio 2018, 3 semplici paroline: Diversity Media Awards.
Si tratta di un riconoscimento assegnato da 3 anni a questa parte a attori, giornalisti, cantanti, riviste, serie televisive, programmi radio che hanno contribuito ad eliminare discriminazioni di genere, orientamento sessuale, etnia, religione e disabilità, promuovendo la diversità come valore.

Sono passati ormai due mesi ma se ci penso sento ancora tutte le emozioni che ho provato durante quel giorno, quando noi Fanfarlo abbiamo calcato quel palco nello show che apriva la serata.

Il primo ostacolo da superare era quello dei costumi: volevamo che fossero eccessivi, colorati, grandi, piumosi. Insomma, non volevamo passare inosservate ;).
Fortunatamente la nostra teacher Lisa ha sempre una soluzione e così la fantastica costumista Flavia Cavalcanti ci ha fornito costumi da mille e una notte.
Il secondo ostacolo: il make up. Perché diciamocelo, si può avere il miglior vestito del mondo ma se le occhiaie ci fanno sembrare la controfigura di Kung fu Panda, allora c’è bisogno di un profondo restauro.
Anche in questo caso Lisa, che sospetto abbia conoscenze nei posti più remoti del mondo (no, per il fidanzato vi dovete mettere in fila, ancora non ha attivato la funzione “trova fidanzato per le Fanfarlo”), ci ha fatto conoscere Giulia Marzo, una fantastica make up artist che a suon di pennellate di correttore e glitter colorati ha realizzato un trucco da fare invidia alle dive di Hollywood.

La prima volta che mi sono vista allo specchio, pronta per la serata, sono rimasta letteralmente a bocca aperta.
Il costume mostrava tutti i miei difetti, senza celarli neanche un po’, eppure non mi importava perché così diversamente alta e diversamente magra mi sentivo bella.
Mi sentivo anche più alta, dato che il copricapo mi faceva guadagnare “qualche centimetro”, cosa che per una nana come me, che guarda sempre il mondo dal basso all’alto, non guasta mai.

Tra ciglia finte e piume svolazzanti ci siamo supportate e sopportate a vicenda, e vi assicuro che è stata un’impresa impegnativa, quasi quanto un’ora di breathe kombat (provare per credere 😉).

L’ansia è arrivata puntuale come un pacco di Amazon e ognuna di noi l’ha gestita come meglio credeva.
Io alternavo momenti di estrema pazzia sottolineati da frasi tipo: “Ohmmioddio c’è Salvatore Esposito” ,“Ma chi me l’ha fatto fare?”, “E se cado?” “Da domani dieta” ,“Ma non potevo andare a fare crossfit?” ,“Ci voleva del vino”, a momenti di etereo silenzio, il tutto condito da una sensazione di gioia mista a paura di combinarne una delle mie, cosa molto probabile se sei me.

Senza rendercene conto ci siamo ritrovate dietro al palco in attesa dell’inizio del nostro show di apertura.
Questo momento è sempre strano per me: il silenzio regna sovrano, le mani sudano, i minuti che ci separano dall’esibizione sembrano non passare mai e nella mente scorre velocemente la coreografia.

Al tempo stesso però lo spirito di squadra è protagonista, ci si supporta a vicenda con sguardi che racchiudono parole di incoraggiamento, si ha solo voglia di salire sul palco e far vedere quello per cui siamo qui.
Ed è proprio in questo momento che l’ansia si fa da parte per dare spazio a un’energia scoppiettante.

Dal palco riuscivo a vedere dei volti sparsi qua e là nel pubblico contornati da una luce forte, la canzone “This is me”, travolgente ed emozionante, inondava il teatro.
Al mio fianco Lisa, colei che mi ha insegnato a spogliarmi delle mie insicurezze, e le mie compagne di questa avventura, tutte pervase di una bellezza immensa, luminosa e diversa che le rendeva semplicemente uniche.

Mentre ero tra il pubblico, nella mia mente scorrevano le parole che noi Fanfarlo abbiamo fatto nostre: “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura. Crediamo nella bellezza femminile che è multiforme e variegata, condanniamo il body shaming in ogni sua forma in quanto nemico giurato della vera bellezza: la nostra, quella di milioni di donne diverse, ognuna con il suo singolare splendore”.

Ho capito che se fossimo tutte uguali il mondo sarebbe di una noia mortale, mentre in tutto questo mare di diversità avremo sempre modo di trovare conforto, dialogo, confronto, e di scovare emozioni che magari ci sono state celate.


E in quel momento, vestita di piume e di lustrini, con tutti gli occhi del pubblico addosso, sono riuscita a farmi vedere per come sono, con tutti i miei pregi e i miei difetti, senza vergognarmene.

Perché “questa sono io”, ed è l’unica cosa che conta.

Violenza di genere: storia di un abbraccio mancato

Ogni volta che percorro quel tratto di uscita della tangenziale non posso fare a meno di pensarci: l’immagine mi si ripresenta e fuggevole se ne va, ma non con leggerezza.

Una notte di mezza estate. Tornavamo da una bella serata danzante, di quelle all’aperto, che hanno il sapore e il profumo che solo la bella stagione ti fa assaporare.
Superiamo la curva, una macchina ferma con la portiera aperta. Un macchinone, non so quale, per me sono tutte uguali.
Lei curva, spettinata, piegata su se stessa, le mani sulle orecchie mentre cerca di ripararsi dalle urla di lui che le inveisce contro.
La nostra Smart li supera, noi due ci guardiamo e non c’è bisogno di parlare.
Mio marito ferma la macchina poco più avanti e mi dice “Non scendere, vado io”.

Lui scende, io dietro, a distanza, mentre compongo il numero della polizia.
L’uomo, appena vede mio marito, alto e grosso, alza le mani con fare rassicurante e dice “Tranquillo… è tutto a posto…”.
Nel frattempo lei si è spostata sul davanti dell’auto ed è inginocchiata, io mi avvicino e mi chino, la guardo, cerco i suoi occhi, e li trovo.
Non posso descrivere cosa ho visto, è troppo vasto il vuoto e il dolore che mi hanno colpito come un schiaffo, mentre mi teneva a distanza come fa un animale ferito che non ha più fiducia nell’animo umano.
Ho cercato un contatto verbale, ho capito che non era italiana, ma poco importava.

“Vieni via con noi” le ho proposto, “ti portiamo dove vuoi”.
Era malconcia, al di là del trucco sbavato e delle lacrime.
“Non posso” mi ha risposto, con uno sguardo indecifrabile ma che avrebbe potuto avere mille significati.
“Sai”, ha proseguito, “lui, è anche un bravo uomo, un bravo padre, ha due bellissimi ragazzi, lo rovinerei”.

Prima ti sorprendi. Poi ti incazzi. Poi pensi di avere davanti una stupida.
Poi guardi lo stronzo che sta discutendo con tuo marito e, oltre a pensare a quanto sei fortunata, ti rendi conto di quanto la parola “uomo” sia sopravvalutata.
Poi provi ad immedesimarti ma è davvero molto difficile, almeno per me.
Poi capisci che qualsiasi tipo di pensiero tu possa fare è superfluo: hai davanti una donna che ha bisogno di aiuto ma non vuole farsi aiutare. E tu ti senti inutile.

La vorrei abbracciare ma ho paura e, non so perché, non lo faccio. Poi me ne pentirò.
La Polizia arriva e ci allontana, io le stringo le mani e la saluto.
Salgo in macchina, mi volto, la guardo, i nostri occhi per un po’ non si lasciano.
Verso casa piango rivolta verso il finestrino, mio marito mi accarezza la gamba.

La confusione che ti rimane dentro quando sfiori anche solo da lontano e per caso storie come questa, storie terribili di violenza di genere, storie di donne devastate dall’amore per il proprio uomo e dal disamore verso se stesse è devastante, persistente.
Non posso giudicare, non me la sento.
Le chiavi di lettura sono innumerevoli e forse non troveremmo mai quella giusta.
Ognuno di noi è libero di interpretare il comportamento di questa donna.
Io so solo che il tempo ne ha offuscato il viso e il colore dei capelli, ma non il tremore e il groppo in gola che mi prende ogni volta che faccio quell’uscita.
Tangenziale Est. Uscita 4 Mecenate.

Volevo salire su quel palco. E l’ho fatto.

Con sincera (ed ingenua) convinzione avevo sempre ripetuto, fin dal principio, a tutti quanti  “No io il saggio non lo faccio!

Perché io, VERAMENTE, il saggio di quello scandaloso corso di Burlesque, non avevo intenzione di farlo! 

Cioè, insomma, io sono io! 

Così imperfetta, decisamente sovrappeso, cellulitosa, poco sexy e decisamente timida: no, non avevo nessuna intenzione di mettermi volontariamente in imbarazzo

Ed ero sinceramente convinta di non essere abbastanza, di rendermi ridicola salendo su quel palco. 
Non volevo mettermi il gioco: lo scopo per cui avevo iniziato questo corso non era certamente quello di far ridere la gente di me. 

Certo, ormai non avevo più alcun timore a farmi vedere senza vestiti davanti alle mie compagne. Eravamo diventate un quartetto così affiatato, si era creata una gran complicità, un tale affetto e amicizia che non esistevano né pudore né vergogna.

Ma davanti ad un pubblico di estranei?! Anche NO! 

Poi a un certo punto qualcosa è cambiato. Ed è cominciato un dialogo interiore a tratti drammatico, a tratti spassoso. Tra me e me, tra me e il mio fidanzato.

“Eh si ci sto pensando” dicevo.

Ma smettila di mentire a te stessa! L’ha capito anche lui che questo saggio ormai ti sei decisa a farlo! 

Nella mia testa, mentre lui iniziava ad infastidirsi, risuonavano queste parole: 

Se solo tu riuscissi a capire quanto mi fa stare bene! Non c’è niente di male in fondo, non vado ad esibirmi in uno strip club! Mi sento IO, mi sento DONNA, mi sento FIGA! Per favore, devi provare a capirmi…”

Dalla bocca però non mi uscivano queste parole. Provavo a giustificarmi, provavo a calmare la sua gelosia crescente, ma mi rendevo conto che era una dura lotta.
Lui è sempre stato tanto geloso sin dagli inizi del nostro rapporto. Che qualcuno potesse guardare me, la SUA donna, in reggicalze su un palco, lo mandava (e lo manda) fuori di testa. 

Io lo capisco, non lo biasimo, lo comprendo perfettamente perché è una situazione di sicuro delicata, al di fuori di ogni pensiero di gelosia che abbia mai avuto in questi anni insieme.

Ma per una volta, da quando ne ho memoria, ero decisa e volevo andare fino in fondo a questa cosa: contro tutto e contro tutti. 

Anche contro me stessa. 

Litigheremo sicuramente, non sarà mai contento di questa mia decisione e di questo percorso ma mi rispetta a tal punto da non impedirmelo.

E io volevo andare fino in fondo, AD OGNI COSTO. 

Volevo salire su quel palco

Il saggio lo volevo fare e l’ho fatto.

E lo farò ancora. 

Donne sommelier: un cliché da smontare

Sono appena tornata da un viaggio meraviglioso, se pur breve, in Francia, in Camargue.

Amo viaggiare alla scoperta di luoghi, culture e natura, ma amo altrettanto il vino, così non riparto mai senza prima aver esplorato l’identità vinicola della zona che visito.

Così, dopo aver ammirato scenari mozzafiato spazzati dal vigoroso Mistral, saline che ricordano paesaggi lunari, lagune popolate da eleganti fenicotteri rosa e cavalli bianchi, resti architettonici del passaggio degli antichi Romani, ho convinto i miei compagni di viaggio a fare delle rigeneranti passeggiate tra i vigneti di Châteauneuf-du-Pape e delle degustazioni dell’omonimo vino, uno dei pochi al mondo che vanta una storia secolare.

La nascita di questo celebre vino è legata, infatti, alla storia del papato che, poco dopo il 1300, trasferì la sua sede da Roma ad Avignone (città poco distante) e circondò la residenza estiva, proprio a Châteauneuf-du-Pape, di vigneti, che danno vita a questo nettare divino.

Arrivati al Domaine, uno dei più rinomati della zona, mi sono imbattuta nel più classico dei cliché sessisti, con il quale, purtroppo, mi capita  di confrontarmi spesso, secondo cui  “capire di vino” è appannaggio degli uomini e le donne sommelier non esistono.

Anche questa volta la degustazione è iniziata in modo esclusivo tra gli uomini: il responsabile non fa una piega quando la mia amica declina l’invito all’assaggio, ma quasi si sorprende che io invece mi unisca ai due uomini, mio marito e un nostro amico. Serve il primo vino e ne illustra le caratteristiche, concentrandosi esclusivamente su di loro, come se io fossi invisibile.

La mia amica ride, mentre si gusta la scena e vede i miei occhi fiammeggiare, e per distrarmi dal desiderio di incenerire immediatamente il francesino, mi chiede la traduzione simultanea della spiegazione e mi tempesta di domande.

Mia figlia Maddalena, che ha già assistito a questa scena molte volte, e conosce perfettamente commenti e retroscena, mi incoraggia: “Mamma, dillo tu se è buono questo vino. A te piace?”.

La degustazione prosegue con altri vini, finché il francesino si rende conto che, contemporaneamente alla sua spiegazione, io fornisco ai miei compagni di viaggio ulteriori dettagli e aneddoti, e inizia a guardarmi con sospetto.

Così mio marito lo informa che sono una sommelier.

La sua reazione è degna di un devoto che ha visto la Madonna e ripete più volte: “Really? Really?”, sgranando gli occhi.

Per cancellare ogni dubbio, estraggo con orgoglio dalla mia borsa la tessera di sommelier AIS (Associazione Italiana Sommelier) che lui prende in mano come una reliquia e, finalmente, scocca la scintilla.

Sembra quasi commosso, ci serve gli altri vini, finalmente degnandomi della sua attenzione e, probabilmente per scusarsi per avermi ignorato nella prima parte della degustazione, ci regala l’assaggio di un vino speciale, molto raro, frutto delle più antiche vigne del Domaine, normalmente di difficile reperimento per l’acquisto.

Per fortuna i vini degustati sono spettacolari: equilibrati e di gran carattere, eleganti, morbidi e avvolgenti, e mi permettono di rilassarmi e dimenticare le mie iniziali intenzioni bellicose.

Dopo aver scelto le bottiglie da acquistare, ho sfoderato il mio miglior sorriso e ho informato il francesino che a casa mia, io bevo e mio marito paga.

Di vigna in vigna e di bicchiere in bicchiere, continuerò la mia  battaglia per sfatare il cliché: anche senza essere sommelier, una donna può apprezzare il vino tanto quanto un uomo; l’apprezzamento del vino è un fatto di gusto individuale, non certo di genere.  

La mia mamma: 5 figli a scuola d’amore

In passato il desiderio di avere un figlio maschio per una coppia era abbastanza sentito. I miei genitori non hanno fatto eccezione, anzi, direi che si sono fatti prendere la mano. Pensate che per contribuire a questa tendenza hanno fatto cinque figli.
Hanno sfornato quattro bellissime femminucce e un fantastico maschietto.

Ebbene si, io sono una delle quattro femmine di mia mamma. Vi starete chiedendo se è stata dura crescere in una famiglia così numerosa. A parte le tirate di capelli e le lotte furiose, la mia risposta è NO!

Volere sapere come mai? Ve lo spiego subito: la mia mamma ci ha insegnato ad amarci.
Ci ha fatto capire che la condivisione è meglio del possesso delle cose. Durante la mia adolescenza mi saranno mancate le scarpe all’ultima moda e i pantaloni di marca, ma di sicuro non è mancato il rispetto reciproco e l’amore incondizionato dei i miei fratelli.

Mia mamma si chiama Costantina, è una donnina alta poco più di un metro. La prima cosa che si nota guardandola è la folta capigliatura bionda che sembra la criniera di un leone. La seconda, ascoltandola, è il suo timbro di voce, così alto da fare concorrenza ad un soprano (ah, è anche suscettibile, quindi meglio non farglielo notare).

La cosa che più la contraddistingue è il suo spirito da crocerossina. Probabilmente, in altre circostanze, lo sarebbe diventata per davvero. Ma la sua “carriera lavorativa” è stata farci diventare grandi. Solo Dio sa quanto lavoro ci sia voluto, soprattutto se ci sono di mezzo 5 nanetti chiassosi che combinano un sacco di guai.

Ha sopportato i nostri capricci e supportato le nostre fantasie. Ha dato la possibilità a me e alle altre sorelle di realizzarci dandoci la possibilità di studiare, di allontanarci da lei per inseguire i nostri sogni, nonostante la sua voglia di averci vicino.

La mia mamma per me è stata anche un’amica. Non sempre mi ha assecondata ma mi ha sempre sostenuta. Mi ha a volte tirato ceffoni (meritati), ma non sono mai mancati i baci e gli abbracci. Tutt’ora che sono cresciuta, aspetto con ansia le vacanze per andare da lei a fare scorta di coccole.

Per età e scelte di vita potenzialmente potrei trovarmi nella sua stessa situazione di quando ha deciso di “metter su famiglia”.
Quindi è da un po’ che vorrei chiederle una cosa: con quale coraggio lei e papà si sono avventurati nell’impresa di costruire una famiglia, per giunta così numerosa, considerando che il solo pensiero di un solo figlio m’inquieta? La prospettiva futura di avere figlia adolescenti odiosi, spocchiosi e menefreghisti non li spaventava?

Ma si sa, il mondo è di chi lo sa immaginare prima di noi. E la mia mamma ci ha visto lungo.

Il suo obiettivo di crescere dei figli affiatati e uniti una volta diventati donne e uomini, ha vinto su tutti i dubbi e le difficoltà, quindi io voglio ringraziarla per aver investito tutta te stessa per farci diventare quelli che siamo.

Ti voglio bene mamma.

SugarShy Killah: come nasce un nome d’arte

Nella vita di ogni burlesque performer arriva il momento in cui devi affrontare te stessa, capire chi sei e cosa vuoi nella tua vita da burlesque performer: arriva il momento in cui devi trovarti il tuo nome d’arte.

C’è chi il nome ce l’ha dalla nascita, a chi viene affibbiato dagli amici, dalle colleghe o dall’insegnante e chi, come me, ha dovuto trovarselo.

La ricerca dello stage name è stato un vero e proprio parto, compreso di gravidanza, visto il tempo che ci ho messo a trovarlo.

Per ognuna ha un significato e un peso diverso: nel tuo nome d’arte ci sono dentro le tue passioni, i tuoi interessi, chi sei e chi vuoi essere, o semplicemente suona bene.

Per il mio background il Nome d’arte è una cosa molto importante: ti rappresenta, è il tuo biglietto da visita e soprattutto deve essere tuo e basta.

La mia ricerca è partita nella maniera più stupida e divertente possibile, ovvero tramite siti di Name Generator.
Sono partita da quelli dedicati al burlesque che mi hanno proposto nomi come “Frau Mercury”, che ho adorato da subito ma, conoscendomi, mi sarei ritrovata sul palco con dei fantastici baffi.
Il secondo sito mi ha suggerito “Oregon Orchid” che suonava bene, ma non c’entra niente con me.
Ho deciso quindi di affidarmi ad un generatore di nomi stile “My Little Pony”. Da subito mi è sembrato molto più “professionale” di altri siti, visto che crea il nome d’arte a partire dal nome e dal cognome.
E’ risultato che il mio nome da Pony è “Lollipop Glory”. Mi sono ritrovata a ridere come un tredicenne che vede doppi sensi ovunque, quindi ho bocciato anche questo nome e ho cercato di capire come funzionano i nomi delle burlesquer più famose.

Tributi a dive, nomi di fiori, case automobilistiche, nomi di alcolici, colori, dolcetti, animaletti, città… Ho cercato di trarre ispirazione da qualsiasi cosa.

Sono partita dalla lingua delle parole che formano il nome: in genere inglese, ma non di rado anche francese, rarissimamente tedesco, spagnolo e italiano. Decido per l’inglese, “così sarà comprensibile quasi da tutti e non dovrò stare a spiegarlo”. Poi le cose sono andate come sono andate…

Scelta la lingua dovevo capire cosa metterci dentro.
Mi sono fatta un bello schemino con me al centro e attorno cosa mi piace e cosa mi rappresenta: vedo pezzi di me scritti viola su bianco e non so come venirne fuori. Torno ai generatori, ma ancora niente.

Poi, non so perché e percome, una mattina mi sono svegliata con in testa queste due parole: “Sugar” e “Shy”.
Suonano bene, mi piacciono, un po’ mi fa venire in mente un vecchietto in canotta e salopette che, con il suo banjo, suona un blues che racconta la sua storia da giovane: era un grande boxer, me lo vedo su una sedia a dondolo sul portico della sua casa nel bayou.
Poi è un ottimo nome per un pony, quindi si! Mi piace, è mio, manca ancora qualcosa ma mi piace!

Lo sottopongo a un po’ di persone e nein, non piace e non convince.
Ma a me si, e di brutto, ma continua a mancare qualcosa.
Questo nome d’arte mi rappresenta ma manca un pezzettino, manca un lato di me, quello che occasionalmente morde, quello con il quale mi piace giocare sul palco, quello che talvolta mi fa sentire sprezzante e malvagia, qualcosa di cattivo e che affascini… ”un serial killer!”

Inizio a farmi una lista mentale dei serial killer, chi hanno ucciso e come e no, non me la sento di prendermi il nome di nessuno.
Sono ancora bloccata ma l’idea del killer mi piace, ma SugarShy Killer, Meurtrière o Mörderin non suona bene.
Riprendo il foglietto dove ci sono io, le mie passioni e le mie cose vedo quella parola che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita HipHop e da lì è stato un attimo arrivare al “Killah”.
SugarShy Killah, sono io!
Mi piace e mi rappresenta.

Nel mondo del Burlesque mi trovo bene anche perché “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura”.
E, cosa che mi fa sentire libera di essere come voglio, nemmeno di stile.

Fare ricerca: la probabilità dello 0,001% è il motore

Alla gente che mi chiede che lavoro faccio rispondo: “Sono una biologa molecolare”.

Dopo il primo “Wow” iniziale la stessa gente, quasi sempre, mi chiede se posso dare un occhio alle sue analisi, in che ospedale lavoro, che farmaco possono prendere se hanno dolore qui o là oppure se hanno questa o quella problematica o se posso dare dritte sulla dieta.

Ora vorrei chiarire una cosa: una biologa non è un’analista, non è un medico e non è una nutrizionista.
Una biologa è una biologa.

Ho deciso di essere una biologa al primo anno delle superiori  quando, durante una lezione di biologia nel mio istituto perito tecnico commerciale (volgarmente detto ragioneria), la professoressa mi ha interrogata.
L’argomento era alquanto “difficile” per quell’età ma soprattutto per una ragazzina. La mia interrogazione verteva sulla spiegazione del funzionamento dell’apparato genitale maschile. A fine interrogazione la professoressa si è complimentata per il mio sangue freddo e la mia lucidità nello spiegare un argomento così imbarazzante. Mi sono resa conto in quel momento che adoravo l’idea di saperne di più. Di capire a fondo cosa ci fosse alla base di tutto quello che conoscevo.
Il mio destino era deciso: sarei diventata una biologa.

Mi sono iscritta a Scienze Biologiche per poi continuare specializzandomi in Biologia Molecolare.
I primi anni di università sono stati durissimi. Non avendo fatto il liceo non avevo le basi per poter studiare la materia scelta.
La mia forza di volontà mi ha fatto andare avanti. Mi sono laureata. E successivamente ho fatto il dottorato.
Sono sempre rimasta nell’ambito delle neuroscienze, perché secondo me non c’è niente di più affascinate del capire come funziona il cervello umano.

Logicamente non è tutto oro ciò che luccica. Fare ricerca è il lavoro più bello che io conosca ma è davvero difficile farla bene. Tendenzialmente quello che spinge i ricercatori a non mollare è la consapevolezza che c’è sempre qualcosa che vale la pena studiare.
La probabilità di trovare la cura miracolosa, la molecola speciale, il meccanismo perfetto è lo 0,001%, ma al ricercatore medio basta.

Non importa se il contratto non è dei migliori, se non si hanno ferie, malattie e permessi, se si deve andare di sabato o di domenica a lavoro, perché quello che ti smuove dentro la ricerca non ha paragoni.

(Piccola parentesi: è un peccato sapere che la gente è costretta ad andare via per avere la possibilità di fare carriera nell’ambito della ricerca, ma purtroppo non c’è supporto da parte dello stato).

Personalmente non sono mai rimasta senza lavoro, ma le mie prospettiva di lavoro variano sempre di 6 mesi in 6 mesi, al massimo, quando il gruppo è un gruppo forte, un anno.

In questo momento della mia vita in cui non ho ancora una famiglia  mi va bene, ma poi chissà se “passerò al lato oscuro”, ovvero se mi vedrò costretta ad andare a lavorare per qualche azienda farmaceutica.

Però per adesso ho una certezza: mi tengo stretta il mio bancone, le mie pipette continuo a pensare che la probabilità dello 0,001% di fare la scoperta del secolo in fondo non è così bassa.

I bulli hanno un nome: una lettera a Beatrice.

I bulli hanno un nome, Beatrice e tu lo conoscevi molto bene.
Forse gli ultimi pensieri che si sono agitati dentro la tua testa sono state proprio le lettere sterili dei loro nomi.
Io lo so come ti sei sentita, Beatrice, immersa in quei secondi densi come melassa, appena prima che il treno ti divorasse. Sei scivolata via dalla banchina, tra le rotaie, con lo zainetto ancora sulle spalle.

I bulli hanno un nome, Beatrice, sempre. Può essere maschile o femminile.
Un bullo può chiamarsi Serena oppure Giulia, Andrea o Marco o Luca. Ogni bullo ha un’identità, fisica e anagrafica.
I bulli hanno un nome, ma nessuno lo dice mai. “I bulli”, li chiamano tutti, genericamente, quasi fossero entità eteree, immaginarie e paurose come babau.
I bulli hanno un nome, Beatrice e le “mie” bulle, ovvero le ragazze che hanno reso i miei tre anni di scuola media un inferno, si chiamavano Stefania, Valeria e Valentina.

Tu eri quella “troppo grassa”, Beatrice, mentre io ero quella “troppo strana”.
Ogni bullo comincia la sua opera di demolizione proprio da lì, da quel “troppo” che brucia e che punge, da quel “troppo” che rappresenta un’immaginaria e colpevole esondazione da quei confini invisibili e completamente inventati che dividono ciò che è normale, quindi accettabile, da ciò che non lo è.

I bulli ci vorrebbero tutti uguali, Beatrice, tutti normali, tutti conformi, tutti forti e tutti belli.
La loro è semplice, lineare, primitiva, volontà di potenza e omologazione, perché i bulli, di fatto, sono privi di fantasia.

Io non sono mai stata normale.
Soffro di un disturbo di personalità da quando sono piccola. Tuttavia, a undici anni, nessuno aveva ancora dato un nome, una diagnosi, alla mia diversità.
Le mie azioni e le mie reazioni, le mie emozioni e il mio essere, sono peculiari e ciò si percepisce.

I bulli hanno un nome e la capacità straordinaria, quasi animale, di annusare le debolezze degli altri.
Stefania, Valeria e Valentina erano già a conoscenza di qualcosa che io, ancora non sapevo.
Cominciarono gradualmente a disintegrarmi. Iniziarono ad impormi una sorta di pizzo. Ogni giorno, dovevo comprare la merenda a ciascuna di loro. Prima di attraversare la strada ed entrare nel panificio davanti alla scuola, annotavo, ubbidiente, le ordinazioni. Un croissant alla crema. Un trancio di focaccia. Una fetta di pizza margherita. Mia mamma, trovando gli scontrini appallottolati dentro le tasche del mio cappotto, si stupiva di quanto io riuscissi a mangiare in una giornata soltanto.
Se per caso rimanevo a casa, oppure non portavo loro ciò che volevano, sapevo che l’umiliazione sarebbe arrivata. Per avere più spettatori possibili, attendevano sempre l’uscita della scuola. Mi spingevano giù dai gradini d’ingresso, gridandomi dietro che ero un cesso e una pazza.
Io volevo soltanto essere più piccola possibile, restare blindata nel mio mondo silenzioso e questa è la ragione per cui, ogni giorno, investivo cinque euro in pizza, focaccia e invisibilità.

Dopo qualche tempo, cominciarono le telefonate a casa. Stefania e Valeria e Valentina conoscevano perfettamente gli orari della mia famiglia e sapevano a che ora sarei stata a casa da sola. Il telefono squillava e io rispondevo.

“Pronto?”
“Buonasera signora. Siamo gli operatori del Centro d’Igiene Mentale dell’ospedale di Bergamo. Volevamo avvertirla che è tutto pronto per il ricovero di sua figlia.”

Ti rendi conto, Beatrice? I bulli hanno un nome e anche un cervello, anche se ci fa più comodo immaginarli ignoranti e beoti.
Io intuivo che qualcosa dentro di me non andava, ma la loro indagine è stata più profonda della mia.
Loro sapevano. Io non ancora.
Queste telefonate mi terrorizzavano. Cominciai a temere il ricovero, il manicomio e la camicia di forza.
Una mattina, semplicemente, trovai insopportabile l’idea di andare a scuola.
Mi chiusi in casa e provai a dare fuoco al davanzale della finestra. Fallii.

Io sono stata fortunata, Beatrice, perché il mio paesino non ha la stazione del treno.

La forza di Stefania, Valeria e Valentina era micidiale e il meccanismo perfetto: fa comodo a tutti nascondersi dietro l’adagio “ciò che non uccide fortifica” mentre invece si ignora che si può morire di millimetriche morti ogni giorno, gocciolando via piano piano finché di noi non resta più niente.
Col tempo, tantissimo tempo, ho ricominciato a respirare.

Cara Beatrice, perdonami se ti scrivo, ma non so che altro fare.
Io sono stata salvata, cara Beatrice mentre invece tu no, tu sei stata sommersa.
Forse, tutto il bene che adesso l’Italia intera ti vuole, forse ti avrebbe fatto cambiare idea.
Forse saremmo riusciti a farti capire che eri magnifica, solo che non lo sapevi.

Io sono sicura saresti diventata una bellissima donna ma, proprio come il treno sotto il quale sei morta, anche queste mie parole sono arrivate in ritardo.

 

L’Approcciatore Molesto: incontri spiacevoli del terzo tipo

Ivy La Morgue incontra un Approcciatore Molesto

L’Approcciatore Molesto è un coetaneo che sale sul treno peggiore di tutti, ovvero l’ultimo regionale della sera, quello più sporco e letale, coi divanetti unti e così luridi che durante il viaggio puoi intrattenerti facendo il test delle macchie di Rorschach.

L’Approcciatore Molesto mi si siede proprio davanti, nonostante il treno sia completamente vuoto, comincia a spippolare sullo smartphone ultimo modello e immediatamente mi accoltella con un agghiacciante luogo comune: “la tecnologia divide le persone”.
Io, che sto leggendo un libro, per giunta di carta, e sono abbastanza avulsa alla tecnologia, annuisco con un condiscendente sorriso. Prendo lo stesso treno tutti i giovedì e, per natura, cerco di evitare i contatti umani non indispensabili quindi, tendenzialmente, mi isolo nella narrativa sbracata sul sedile, concedendomi un’ora e mezza di silenzioso, immobile oblio letterario.
Adoro queste mezzesere ferroviarie silenziose e sì, mi urta parecchio dover per forza parlare con qualcuno ma, da anni, sto lavorando per evolvermi da “orso antisociale” a “persona integrata nel mondo”.
Quindi tendo i muscoli pellicciai e borbotto qualche parola di circostanza, con lo scopo di indurre il silenzio nel mio interlocutore,  fallendo miseramente.

L’Approcciatore Molesto non vede l’ora di dar fiato alla propria trachea e attaccare un bottone colossale, peraltro convinto –a torto- di farmi un favore.  Mi racconta che lui fa l’attore e, “non so se lo sai”, è un artista e lavora coi sentimenti delle persone e l’anno prossimo dovrebbe debuttare al Teatro Donizetti, “non so se sai dove si trova”.
Per inciso, io sono nata a Bergamo e al Donizetti ci sono andata svariate volte, tre delle quali per ritirare dei premi di poesia ma oh, non so se sono un’artista e non posso dire di “lavorare” coi sentimenti delle persone. Fino ad ora infatti, nonostante i poeti siano definiti “gli operai della parola”, sono stata pagata unicamente con eleganti targhe e no, non posso usarle per pagare il fornaio. Quindi pazienza.

L’Approcciatore Molesto inizia un monologo nazionalpopolare sulla dignità dell’uomo e sul valore insindacabile della vita e, mentre parla, si sbircia vanesio nel finestrino e si aggiusta i capelli e cita Einstein e “non so se lo sai”, la massima sulla stupidità umana e poi confonde l’atomica di Hiroshima con la Guerra Fredda, in un vortice di stupidità convulsa e crescente.
Sentire questo imbecille sciorinare litri di cazzate, pieno di onanistico compiacimento, completamente ignaro di essere un perfetto coglione assolutamente incapace di comprendere la persona seduta davanti a lui, in realtà mi allibisce al punto da lasciarmi senza parole. Tanto a cosa servirebbe, parlare con un idiota è uno spreco di fiato e io vorrei soltanto leggere il mio libro, mentre invece questo mi crivella di ovvietà e io mi sento come un partigiano in un’imboscata.

Ad un certo punto l’Approcciatore Molesto, probabilmente per stimolare una qualsiasi reazione da parte della sottoscritta ormai in stato stuporoso, vira improvvisamente il discorso e comincia a parlare di migranti e di integrazione, utilizzando termini atroci. Mi dice  che lui non è di destra né di sinistra ma è stato un anno e mezzo negli Stati Uniti e vorrebbe una pistola per difendersi perché “bisogna sempre sparare per primi”.

Caro Approcciatore Molesto, quando hai pronunciato la frase “non sono razzista, ma…”, io ho deciso che ti avrei fatto del male.

Per questa ragione, nonostante fossi perfettamente conscia di dove fossimo, quando mi hai chiesto: “La prossima fermata è Sesto san Giovanni?”, io ti ho risposto di sì, con lucida premeditazione.
E ti ho perfino salutato gioiosa dal finestrino mentre le porte si chiudevano e assistevo felice al tuo sgomento quando hai letto il cartello recitante la scritta “ARCORE”.

Perdonami, illuminante epsilon minus, ma l’ho fatto apposta, ché ero piena di astio ed insofferenza e sì, questa è l’ultima versione del mito di Narciso, coniugata e aggiornata per il nuovo millennio, dove il vanesio, anziché cadere nello stagno, si trova ad annegare in una stazioncina di provincia senza collegamenti con la metropoli, in mezzo ai diseredati e agli ultimi che tanto detesta e, invece di un fiore, è diventato un racconto che lo irride, condiviso e pubblicato il più possibile.

Mi dispiace, Approcciatore Molesto, ma noi orsi antisociali siamo delle brutte, pessime persone.

La stazione come un film: mille volti, mille vite

Mi capita spesso, dopo un giretto al mercato in zona stazione Centrale di Milano, quando non sono troppo carica di frutta e verdura, con la scusa di farmi ispirare da qualche libro alla Feltrinelli o andare a recuperare le cialde del caffè allo store, di sedermi sulle sedie fuori dai gate, solo per il gusto di dare un occhio a quelle 320.000 storie.

In stazione si vede ogni genere di viaggiatore. C’è il ritardatario, perennemente di corsa, che con modi non troppo gentili cerca di farsi spazio tra la gente a gomitate. Da non confondere con l’ansioso, che nonostante il largo anticipo con cui arriva in stazione, prende lo stesso a gomitate la gente per arrivare inutilmente primo su un binario senza treno. C’è l’inesperto che non sa bene cosa fare e dove andare e quindi, con gli occhi da cerbiatto, è in cerca di persone pronte ad aiutarlo. E non manca di certo il rilassato, a cui non importa se il suo treno sta per partire, perché al massimo prenderà il successivo. Si distingue bene il pendolare, snellito di ogni sorta di valigia ed armato di santa pazienza per affrontare l’ennesimo treno strapieno, dal “viaggiatore delle festività”, che invece è provvisto di borse, borsettine ed enormi valigie.

Il “viaggiatore delle festività”, molto spesso, è lo studente emigrato in cerca di un futuro migliore, il lavoratore in cerca di fortuna o i genitori e i parenti di queste due categorie di migranti che vanno incontro ai propri cari.
Io appartengo a quest’ultima categoria, soprattutto per via delle mie valigie che amo definire “casse da morto”, per via delle dimensioni e del peso specifico.
So bene che rischio di rimetterci una spalla, ma non riesco a lasciare nulla delle prelibatezze fatte in casa che i miei e le mie zie mi regalano; quindi mi carico come un asino.

Tra tutte, la cosa che più mi appassiona guardare nelle stazioni, ci sono i saluti della partenza e i saluti dell’arrivo.
Ce ne sono di ogni genere.
Dai saluti professionali con fredde strette di mano, agli abbracci calorosi di chi si vuole bene.
Abbracci di chi non vuole lasciare andare, abbracci di chi finalmente incontra, abbracci veloci, abbracci impacciati e timorosi e poi ci sono i baci, quelli appassionati tra gli amanti, i baci dolci per i figli, i baci furtivi, quelli rubati.

Tra viaggi di svago e viaggi della speranza, tra saluti fra amanti e conoscenti, la stazione per me è teatro di strazianti arrivederci e palcoscenico di felicitanti reunion.
Mi sembra di vedere tanti piccoli cortometraggi, tante piccole commedie che hanno il potere di rilassarmi.
E mi perdo a immaginare mille storie per i mille volti che attraversando questo luogo, a suo modo, onirico.