Il burlesque uno spogliarello? Non avete capito un piffero!

Ma avrà il reggicalze o dei banalissimi collant?”

E’ questa la domanda che mi balena nella mente tutte le volte che vedo una donna con la gonna, probabilmente per via della mia passione: il burlesque.

Cos’è il burlesque?

Wikipedia dice: “Il burlesque è un genere di spettacolo satirico che a causa delle molteplici trasformazioni è diventato sempre più simile al varietà”.

Alcune femministe (con i baffi) dicono che è l’oggettificazione della donna.

Io invece che lo pratico da qualche anno vi dico che per me: “il burlesque è uno strumento e non un fine: lavoriamo non solo per andare sul palco, ma anche per essere libere, felici, consapevoli e divertite” (cit. Le Fanfarlo)

Come vi dicevo, è qualche anno che faccio il corso, ma ricordo con molta nitidezza la prima volta che ho messo piede nell’aula in cui l’insegnante, Lisa dalla Via, avrebbe fatto la lezione di prova.

Sono arrivata a lezione con delle amiche, convinta di trovarci quattro gatti. Invece eravamo in tantissime, di età e stili completamente diversi.
Ammetto che questa cosa mi aveva alquanto stupita. Non pensavo minimamente che ci fosse così tanta gente pronta a mettersi in gioco con quella inusuale arte.
Ne sapevo poco, ma sapevo con certezza che nel burlesque c’era uno spogliarello da affrontare. E quindi? Tutte pronte a denudarsi davanti a sconosciute e sconosciuti?

La lezione è iniziata e io ho accantonato le mie considerazioni.
Non nego che ci sono stati attimi di terrore, ma superato lo scoglio della camminata (
si, la prima richiesta dell’insegnante è stata di mostrarle il nostro modo di camminare. E chi ci aveva mai fatto caso?!), la lezione mi ha entusiasmata a tal punto che mi sono iscritta al corso.

Dopo qualche mese mi sono accorta che mi appagava molto fare quelle lezioni, perché non erano solo nozioni tecniche quelle che apprendevo, ma anche coraggio ed autostima.
Coraggio che ho dovuto tirare fuori a fine anno per fare il saggio della scuola.

Il giorno del saggio è parso arrivare in un baleno. Eravamo tutte agitatissime.
Siamo arrivate nel teatro 4 ore prima rispetto all’inizio dello spettacolo.
Ansia e angoscia erano palesi sulle nostre facce. Non so quante volte ci siamo ricontrollate a vicenda la riga delle calze (doveva essere perfettamente perpendicolare al pavimento). Volevamo essere impeccabili.
Abbiamo iniziato a ripassare furiosamente la coreografia, ogni volta facendo più confusione.
Una domanda ci balenava nella testa: perché tutta quella gente era venuta a vederci?
Per vedere se davvero ci saremmo spogliate oppure per vedere ciò che stavamo per raccontare?
Lisa con molta pazienza ci ha truccate e tranquillizzate tutte prima di augurarci “in bocca al lupo” e spedirci sul palco.
Finalmente toccava a noi: le pin up erano in scena. Era il momento di mostrare la nostra grinta.

Logicamente l’imprevisto ha regnato sovrano: a partire dalla canzone sbagliata fino ad arrivare al mio sottogonna che è venuto giù con il vestito lasciandomi chiappe all’aria per più tempo del previsto.
Nonostante questi “tecnicismi”, il saggio è andato molto bene, regalando emozioni e soddisfazioni a tutte. Non credevamo di esserci riuscite.
Mi sentivo un sorriso a trentadue denti e lo vedevo sulla faccia delle mie compagne di corso.

Oltre alla soddisfazione di avercela fatta ad allontanare i pregiudizi della gente su ciò che facevo, a fine saggio sentivo anche un forte senso di gratitudine.
Gratitudine verso Lisa, perché credeva in noi, ma soprattutto verso Gabriele (il mio compagno di vita) che non ha smesso mai un secondo di supportarmi. Anche nei momenti in cui ero più che insopportabile.

Dopo il primo saggio ce n’è stato anche un secondo, con molte meno ansie e meno preoccupazioni.
Il giorno del secondo saggio siamo arrivate al teatro solo un’oretta prima della nostra esibizione, prendendoci il lusso di fare anche un aperitivo.
Solo le calze mi hanno dato filo da torcere, rompendosi un attimo prima di andare sul palco. Sapendo di non poterci fare nulla, a testa alta e con fierezza sono andata in scena e ho fatto il mio show, archiviando il secondo saggio nel migliore dei modi.

Dalla fine del secondo saggio sono ancora più consapevole che il burlesque è per me davvero uno strumento di empowerment femminile, come diciamo nel nostro decalogo.
H
o iniziato a fare show (identificandomi con un nome d’arte), per portare in giro il nostro credo: Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura. Crediamo nella bellezza femminile che è multiforme e variegata, condanniamo il body shaming in ogni sua forma in quanto nemico giurato della vera bellezza: la nostra, quella di milioni di donne diverse, ognuna con il suo singolare splendore” (leggi qui il nostro decalogo).

Quindi, a tutti quelli che mi dicono che in fondo ciò che faccio è solo spogliarmi, vorrei dire che non hanno proprio capito un piffero.

 

Sono una programmatrice informatica e ne sono fiera

Una delle cose che amo di più della mia vita è il mio lavoro.

Sono una programmatrice informatica e ne sono fiera.

Diventarlo non è stata inizialmente una scelta, ma un percorso iniziato tanti anni fa, che mi ha conquistata facendomi pian piano innamorare.

Quando ero alle superiori mostravo una buona attitudine al problem solving e in generale alle discipline scientifiche.
Un giorno il mio prof di matematica decise di svolgere qualche lezione di base della programmazione e algoritmi. Al successivo compito in classe presentò l’esercizio facoltativo di informatica.
Ovviamente per me, che sono la persona più pigra del mondo, facoltativo equivaleva ad inutile nella valutazione finale. Quindi non lessi neanche il testo, svolsi il compito e tentai di consegnarlo con largo anticipo. Wow, potevo finalmente cazzeggiare!!!

Il prof, che non finirò mai di ringraziare, rifiutò il mio compito, e con fare paterno iniziò a rimproverarmi “Non posso accettare che proprio tu consegni questo compito senza aver nemmeno provato a svolgere l’esercizio. Sei l’unica in questa classe in grado di terminarlo senza errori. Quindi vai a posto e non ti alzi finché non avrai finito l’intero compito.”

Inutile dire che mi fece piangere, ma tornai a posto e svolsi correttamente l’esercizio. Provai così tanta soddisfazione nel trovare la soluzione corretta, che iniziai a studiare informatica nel tempo libero, anche a casa, con grande stupore dei miei genitori che mi avevano sempre visto svogliata e senza voglia di studiare. Pian piano questa passione iniziò a diventare la mia professione. 

Purtroppo, come per tutti i grandi amori, quest’anno è arrivata la crisi.

Avevo messo in conto che, cambiando datore di lavoro, prima di essere accettata e stimata come programmatrice informatica in un mondo maschile, avrei dovuto fare un po’ di gavetta. Sapevo infatti che per una donna è ancora più difficile in quanto quello del programmatore, per alcune menti becere e antiquate, fortunatamente in estinzione, è tuttora considerato un lavoro prettamente maschile.

Nonostante queste premesse, mi aspettavo che, dopo aver passato più di un anno impegnandomi al massimo delle mie possibilità a migliorare un prodotto pessimo, sarebbe arrivata una gratifica. Gratifica che non solo mi è stata negata ma, al contrario, sono stata assegnata ad un progetto che definire disastroso è un complimento (la leggenda narra che chi capita in tal progetto dopo un mese viene licenziato, o si licenzia per la disperazione).

Non esisteva un team e l’unico collega con cui mi interfacciavo non mi rivolgeva nemmeno la parola. Ricordo un giorno in cui, con me a fianco, disse al P.M. “Devi dire a quella la (rivolgendosi a me) che deve fare ..bla bla bla… e che se non ci riesce si fa aiutare da uno competente.”

Sono stati i 4 mesi più brutti della mia vita, tutte le sere a casa piangevo e mi disperavo, mettevo in dubbio tutte le mie capacità, mi sentivo sola e non capita. Tutte le mie insicurezze venivano a galla e influenzavano anche la mia vita extralavorativa. Ho smesso di uscire, di cercare gli amici, non stavo più bene con me stessa, mi sentivo una perdente.
Più passavano i giorni, più mi incattivivo, e più sprofondavo in questo labirinto di paranoie, dove non riuscivo ad  intravedere una via di fuga. L’orgoglio mi impediva di chiedere aiuto. Mi confidavo solo con la mia famiglia, le uniche persone che ritenevo in grado di capirmi.

Poi circa 2 mesi fa è scattata una cosa strana, per non dire bizzarra, nella mia testolina.

Come ogni giorno, prima di rientrare a casa, svuoto la cassetta delle lettere, contenente solo depliant pubblicitari. Quindi mi preparo per andare in palestra, scendo giù e mi accorgo che la cassetta delle lettere è di nuovo piena.
Mi guardo intorno e mi rendo conto che il vicino, pur di non buttare la sua spazzatura, l’ha imbucata nell’unica cassetta libera, la mia.
D’istinto prendo tutto e lo rimetto nel portalettere del vicino.

Al rientro dalla palestra, stessa identica situazione: la cassetta mia piena, quella del vicino vuota. Di nuovo prendo tutto e lo rimetto in quello che secondo me era il suo posto: la cassetta del vicino.

Rientrata a casa, telefono a mia sorella per lamentarmi della maleducazione del vicino. Lei ride e mi dice ” Vivi, ti rendi conto che ti stai comportando come una bambina?!?”.
In quel momento ho realizzato quello che stavo provando da mesi.
La verità è che mi sentivo una perdente e avevo bisogno di dimostrare a me stessa che potevo ancora vincere.
Lo so che è stupido, ma se mi sono sempre comportata correttamente, e se ho dato sempre il massimo, perché non mi veniva riconosciuta una gratifica, perché la gente se ne approfittava? Volevo almeno questa vittoria, NE AVEVO BISOGNO!”

Dopo quasi 2 anni di battaglie perse e umiliazioni, la soddisfazione ricevuta nell’apprendere che il “vicino di cassetta” si era arreso, ha riacceso in me la voglia di lottare e di conquistare quello che mi spettava di diritto.

Il mio atteggiamento è tornato ad essere sicuro e fiero.

Due giorni dopo ho riconquistato il mio nome, smettendo di essere “quella là”.
Col collega è iniziato pure un rapporto di reciproca stima e collaborazione.

La settimana successiva ho ricevuto i complimenti dalla direzione e dal cliente per il lavoro svolto correttamente: “Ci voleva una donna per far funzionare un prodotto difficile”.

Il mese successivo, l’azienda ha deciso di accettare le mie richieste di cambio progetto, cliente e tecnologie.

Pian piano ho ripreso in mano le redini della mia vita.

Adesso tutto mi sembra un lontano ricordo. Sono di nuovo felice e carica. La crisi è passata e amo ancor di più il mio lavoro: essere una programmatrice informatica mi rende felice e orgogliosa.

Mentre scrivo continuo a ridere pensando che tutto ciò è stato possibile grazie alla maleducazione del mio vicino, che ringrazio con tutto il cuore.

La cerimonia degli Oscar e la rappresentazione di genere

La notte del 24 Febbraio è andata in onda la cerimonia degli Oscar: evento di fama mondiale in cui la celebrazione della settima arte raggiunge il punto di massima espressione, e la macchina sforna-sogni del cinema si presta al giudizio dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.

Fra le atmosfere lussuose e raffinate del Dolby theatre di Hollywood, vengono premiate le opere che si sono distinte nel corso dell’anno precedente, ognuna impilata nella sua categoria, nell’attesa di ricevere la prestigiosa statuetta.

Ho sempre amato quest’evento, da studiosa e divoratrice di cinema per me la cerimonia degli Oscar rappresenta un momento catartico, di massimo raccoglimento, in cui proietto ogni forma di ossessione coltivata su un film o un personaggio.

Ma quest’anno è stato diverso. Guardavo le donne: poche nella categoria come miglior film e del tutto assenti fra i registi.

Così mi sono informata, e ho potuto constatare come questa macchina sforna-sogni (soprattutto i miei) stia fallendo nel rappresentare i ruoli femminili sullo schermo.

Conoscete il Bedchel Test?

E’ un test, dal nome della fumettista Alison Bedchel, che cerca di determinare la rappresentazione femminile secondo dei criteri estremamente semplici: nel film devono esserci almeno due personaggi femminili che hanno una conversazione tra loro su qualcosa di diverso da un uomo.

Non sono state poche le critiche al metodo, fra cui la poca specificità del tipo di discorso, la qualità, la quantità di parole.
Vi faccio un esempio: Il caso Spotlight vincitore della categoria Miglior film nel 2016 ha passato il test perché in una scena, alla giornalista Sacha Pfieffer, viene chiesto un bicchiere d’acqua da sua nonna. Se pensate quest’esempio sia controproducente verso l’intento del Bedchel test, avete ragione.

Sì, dall’esempio ci rendiamo conto che questo metodo è di una semplicità estrema e non è mai stato percepito come un metro di valutazione serio, ma può essere il lancio per comprendere quello a cui cerca di puntare: secondo una ricerca condotta dalla BBC 100 Women, se guardiamo tutta la cronistoria degli Oscar, meno della metà (49%) degli 89 film nominati nella categoria Miglior Film hanno superato il test. E parliamo di contenuti più narrativi.
Se guardiamo alla categoria della Miglior Regia, solo Kathryn Bigelow, in tutta la storia del cinema, prese nel 2009 la statuetta per The Hurt Locker (il film non passa il Bedchel test). Questi sono dati che non indicano la percezione dello spettatore verso quei ruoli, ma sollevano un problema di genere che ha radici secolari. 

Alla 91esima edizione degli Academy Awards non è andata meglio: secondo la Ceratai, una startup Svedese che conduce analisi sulla diversità e uguaglianza nei media, fra gli 8 film analizzati candidati al Miglior film, il tempo di conversazione femminile è del 29%. La start-up ha inoltre analizzato i film nominati in questa categoria tra il 1977 e il 2006: su 6.833 personaggi parlanti, solo 1.865 erano donne.

Di dati ce ne sono a non finire, ma questo non è un articolo di statistica (forse).

Il problema va oltre gli Oscar, Hollywood e i film, e riguarda il modo in cui percepiamo l’uomo e la donna anche nella vita quotidiana.

Gli uomini nei film parlano di più e questo potrebbe influire su ciò che vale la pena ascoltare e ciò che non la vale.
Per cambiare questo sistema il primo passo riguarda la consapevolezza, che diventa catalizzatore di riduzione delle discriminazioni di genere.

Io sono follemente innamorata del Cinema e delle sue celebrazioni, sono i miei studi, il mio mondo, il mio futuro (spero), ma abbiamo bisogno di avviarci verso il cambiamento, verso un’era di rappresentazione femminile meno stereotipata e più multiforme.
Tentare di mettere in scena ruoli che non siano delle eccezioni in universi di supereroi e figure politiche maschili, ma che rappresentino la norma.
Personaggi femminili non necessariamente separati e distinti dalle figure maschili, ma che abbiano un punto di vista (perché noi donne ce l’abbiamo!!) solido, presente e determinante.

Pic by: NY Times

Da “camionista” a burlesque performer

Il mio primo giorno di lezione di burlesque!

Si, per me è stato memorabile il primo giorno!
Finalmente anch’io avrei potuto indossare dei vestiti vintage!

La scuola di danza che frequentavo aveva inserito un nuovo corso: “burlesque”.
Il burlesque l’avevo sempre e solo visto in tv, mi aveva sempre affascinata, tant’è che desideravo molto vedere uno spettacolo dal vivo.

Ma torniamo alla mia “prima volta”: dopo una lezione di Zumba mi sono presentata alla prima lezione in tuta e scarpe da ginnastica. L’insegnante avrà sicuramente pensato che non sapevo cosa stavo andando a fare o forse che ero impazzita .

Nella prima parte della lezione ci ha spiegato il significato del burlesque con l’illustrazione di alcune immagini su libri a tema e nella seconda parte abbiamo iniziato la parte più “pratica”.

Primo esercizio: camminare morbide in modo elegante e soprattutto sculettare! Potete immaginare quanto fosse facile farlo con un paio di sneakers…
Dall’espressione dell’insegnante sembrava anche stessi facendo un bel lavoro. Solo dopo ho capito che quel dolce viso “recitava” (d’altronde la recitazione è fondamentale per il burlesque) e soprattutto voleva incoraggiarmi a tirare fuori il mio essere donna.

È stata una lezione di risate e di “non ce la farò mai”.
Lisa, la mia insegnante, che mi piacque molto dal primo momento, fu talmente stregata dalla mia elegante camminata che ad un certo punto mi guardò e mi disse: “Tu hai parcheggiato fuori il camion?”
Ebbene si, mi aveva soprannominata CA-MIO-NI-STA!

Da lì è partita la mia sfida! Sapevo che sarei riuscita a camminare dignitosamente su dei tacchi, quindi decisi di avere un outfit per le lezioni a seguire adeguato alla disciplina in questione.

Volevo che il camionista si trasformasse in una bomba sexy, invece all’inizio sembravo una povera papera su dei trampoli. Mi viene ancora da ridere al pensiero.

Correggi la postura, correggi  l’espressione,  correggi il portamento! Le braccia! Non abbandonarle, sono tue!”.

Ad ogni correzione suggerita da Lisa era un brontolio continuo, finché un giorno portò con sé un assistente particolare per disciplinarmi, “il frustino”(un po’ me lo meritavo, ho delle oggettive difficoltà a stare in silenzio…).

Col passare del tempo reggicalze, stringivita, tacchi e rossetto rosso sulle labbra mi rendevano sempre più piacevole ai miei occhi davanti a quello specchio che, in precedenza, evitavo volentieri, mentre il frustino mi aiutava ad essere più disciplinata e riuscire ad essere più professionale e sensuale.

L’appuntamento settimanale con Lisa era diventato essenziale, una vera seduta psicologica che rafforzava la mia autostima! Non potevo saltare la lezione se non per cause di forza maggiore.

Seguirono saggi e spettacoli e, malgrado la mia insicurezza e soprattutto la paura di sbagliare o di non piacere, furono apprezzati dagli spettatori e rafforzati da complimenti inaspettati.

Nonostante le mie forme “imperfette” so che ho una femminilità che ha bisogno di essere “sfoggiata”.
Il segreto è farlo con la maturità di una donna e l’innocenza di una  bambina, perché ho capito che 
l’ingrediente principale per una burlesque performer è il divertimento!

Il mio bullismo inconscio

Una sera di un anno fa, mentre ero alla fermata dell’autobus, parlando del più e del meno con il mio ragazzo, mi disse che secondo lui avevo atteggiamenti da bulla nei confronti di una mia amica.
Ho chiesto spiegazioni, visto che non avevo mai alzato un dito contro di lei e non mi sembrava di averla mai trattata male.
Lui mi disse che escludere dal gruppo o da una conversazione una persona, era una forma indiretta di bullismo.

Qualche anno fa quella osservazione sarebbe entrata ed uscita dalle mie orecchie, senza essere filtrata dal cervello.
Ma ora sono una persona diversa e quelle parole mi ferirono.

In età adolescenziale, e anche un po’ oltre, ero pessima (non esagero). Ne avevo sempre una per tutti. Chi era troppo grassa, chi troppo magra, chi troppo bassa, chi troppo alta e chi più ne ha più ne metta. 

Per non parlare dei primi anni universitari quando avevo delle fisse da mettersi le mani nei capelli. Le persone con difetti di pronuncia (zeppola o R moscia) erano off-limits per le mie orecchie.
Non tolleravo le persone di altre etnie e non mi piacevano i cosiddetti “sinistroidi”, e men che meno gli anarchici. Per me erano tutti una massa di cannaioli ubriaconi.
Avevo una selezionata rosa di amicizie, tutto il resto era insignificante. 

Con tutta franchezza: ma chi mi credevo di essere? Ero proprio un’arrogante che credeva di sapere come girava il mondo. Mi dicevo che ero spontanea e mai fuori luogo, mentre in realtà ora vedo una bulla che feriva i sentimenti altrui.

La persona che più ho trattato male (al limite del bullismo) ora è la mia migliore amica.
Non sopportavo il suo essere sempre troppo buona. Invece stando con lei ho imparato a fermarmi prima di giudicare e a riflettere prima di parlare.
Vedere le persone dal suo punto di vista mi ha aiutato a mettere in dubbio i miei pregiudizi.
Pregiudizi probabilmente dettati dalla paura di ciò che non conoscevo. L’ambiente ristretto da cui venivo mi faceva avere timore di qualsiasi cosa che fosse “diverso” da me. 

Oggi non rimpiango affatto la persona che ero, ora non mi starei simpatica. 
Sono cambiata perché volevo essere una persona migliore, volevo sentirmi meglio con me stessa.
E non me ne pento.

In questo clima ostile, dove essere buoni sembra essere deboli, credo fermamente che valga la pena essere migliori.

O almeno provarci, al meglio delle nostre possibilità.

Sono incinta ma non mi sento incinta

Lo scorso 15 luglio ho partecipato al mio secondo shooting con le Fanfarlo.

E’ sempre un’esperienza divertente (e abbastanza massacrante!), tra cambi d’abito, sorrisi all’obiettivo, coccole al trucco e selfie scemi. Quel giorno non ero però particolarmente in forma: ho  affrontato quelle ore supportata dai miei amici Oki e Gaviscon e sono arrivata a sera totalmente devastata.

La mattina dopo, il 16 luglio, alle 7:00 del mattino, ho trovato due belle linee rosa su quel bastoncino chiamato test di gravidanza: sosteneva che ero incinta.

Ho svegliato il mio fidanzato all’alba, sbattendogli letteralmente davanti agli occhi quel piccolo oggetto che ci stava cambiando completamente l’esistenza.

“Sei incinta?!”

Abbiamo riso e ho pianto.

Poi è arrivato il panico: e adesso?!

Abbiamo riflettuto sul fatto che, dopo un solo giorno di ritardo, forse è stato avventato fare il test. Magari si era trattato di un falso positivo.
Per fugare ogni dubbio abbiamo fatto un secondo test il mattino dopo: diversa marca, stesso risultato.

Quindici giorni dopo ho fatto la prima ecografia: c’era una piccola macchiolina scura nel mio utero. La ginecologa l’ha chiamata “camera gestazionale” e la cosa è diventata più reale.

A fine agosto ho fatto la seconda ecografia: dentro di me c’era un essere dalla forma già umana di quasi 3 cm! Con delle microscopiche manine, gambine, e un visino con tanto di naso e bocca. È stato incredibile e assurdo pensare che dentro la mia pancia si stava sviluppando un essere umano che, nelle dimensioni di un fagiolo, era già così vero.

La creatura ad oggi è poco più di 10 cm. A a breve faremo un’altra ecografia (morfologica), in cui vedremo finalmente il sesso (si spera)!
Non voglio in alcun modo sminuire la frase “basta che sia sano”, che è davvero l’unica cosa che conta realmente, ma confesso che io vorrei tanto che fosse femmina!
Così come il mio fidanzato brama il proseguo della stirpe con un bel maschio.

Tutti quelli a cui abbiamo dato la lieta notizia mi chiedono in continuazione “come stai?”. 
Posso rispondere, con mia grande fortuna, che sto benone.
Niente nausee (la nonna sostiene che sia quindi un maschio), niente voglie (non più del solito…), non sono diventata un cane da tartufo sentendo odori strani ovunque e, al momento, solo un episodio di pianto senza senso dovuto agli “ormoni”.

In compenso, ringraziando la mia già naturale abbondante forma fisica, nessun segno evidente che porto in grembo un bambino. Il che mi porta ad invidiare tantissimo tutte quelle ragazze che invece, già dall’inizio del 3° mese, sfoggiano una rotondità ben visibile.

Anche questo non mi aiuta affatto ad avere la piena consapevolezza di ciò che sta realmente accadendo.
Perché, nonostante le ecografie, gli esami e le continue visite, io ancora non mi sento una donna incinta.
Ciò non significa che non mi senta al settimo cielo.  Semplicemente che non mi sembra una cosa che, al momento, sta accadendo realmente a me.
Cioè dico alla gente “sono incinta”, ma mi sembra di parlare di un’altra persona.

“Sono incinta ma non mi sento incinta”.

C’è chi mi dice “è normale” e chi mi guarda come fossi pazza.
La verità è che è il mio percorso, sono i miei 9 mesi e saranno unici sotto ogni aspetto.
Ogni cosa arriverà a suo tempo.

Intanto attendo fiduciosa la comparsa di rotondità più specifiche sul mio corpo e, spero presto, anche qualche segno dall’interno che mi dica “uuhhh guarda che ci sono per davvero, è ora di crederci!”.
(Probabilmente, soprattutto di quest’ultima affermazione, mi pentirò amaramente quando inizierà a succedere).

Al di là di tutto c’è una sola verità: dentro il mio corpo ci sono due cuori che battono.

E questa cosa mi mette i brividi, mi lascia senza fiato, mi fa riflettere su quanto il nostro corpo sia assolutamente incredibile e meraviglioso.

Un “classico per una donna”? Autodeterminarsi.

Caro futuro marito,

Voglio raccontarti il momento in cui ho deciso che sarei diventata femminista.

Un giorno dissi a un ragazzo che stavo frequentando da un po’ di tempo di non aver mai avuto una storia importante. Nulla che avesse capovolto la terra sotto ai miei piedi, che mi avesse fatto vedere il mondo da un’altra angolazione; perché a volte per amore succede anche questo, giusto? Cambi opinione.
No, io non avevo ancora avuto questa fortuna, però avevo alle spalle incontri importanti. Persone conosciute in una notte, in un giorno o in cinque minuti, che avevano visto in me una luce che io non avevo neanche notato.

In risposta a questa storia, il ragazzo che stavo frequentando disse che “non è possibile considerare importanti persone conosciute in una notte. Proprio perché non hai avuto nessuno troppo vicino, hai una soglia di importanza molto bassa”, che “dai importanza a chi in momenti tristi ha colmato dei vuoti che chiunque poteva colmare”. Infine, dopo aver affondato il coltello e averlo girato tre volte disse: “E’ un classico per una donna”.

Quel giorno quelle parole hanno fatto male.

Tralasciando il pianto di mezz’ora, vorrei fare l’analisi del testo redatto dal poeta in questione.

Possiamo anche ipotizzare che le prime frasi “hai una soglia di importanza” (che in italiano potrebbe suonare come “dai importanza alle persone con troppa facilità”) e “ha colmato dei vuoti in momenti tristi” possano essere vere. Ma il fatto che possano essere vere, non ti autorizza a dirle. Il giudizio, su una situazione, di cui tu non hai fatto parte, non va sentenziato, a meno che non sia espressamente richiesto.
Tutti sbagliamo, e chiunque può inavvertitamente scambiare un’opinione per un giudizio.

Il fulcro della questione, infatti, ciò che ancora oggi mi fa ribollire il sangue, non sta nello spregiudicato giudizio di quelle frasi, ma dell’accezione universale a cui da sempre noi donne siamo confinate.

Cos’è un “classico per una donna”? Dare importanza alle persone? Avere dei vuoti “colmabili” solo da un uomo?

Mi sono sentita tremendamente offesa. Non solo nei confronti di me stessa, ma per tutte le donne. Mi ha colpito qualcosa di viscerale, una rabbia secolare che affonda le radici in così tante discriminazioni e categorizzazioni, da fermentare per tutto il genere umano.

Ho ripensato tante volte a quel giorno. Magari erano parole dette con innocenza, concepite per essere una sorta di consolazione: “Tranquilla Ilaria non sei la sola, sono tutte così”.
Però a me non frega assolutamente niente delle intenzioni di quelle frasi. C’è una cosa più importante più profonda, che è ciò che esse hanno rappresentato e tutt’ora rappresentano.

Mi sono sentita un vaso. Un vaso vuoto; pieno solo nel momento in cui un uomo entra a far parte della mia vita.

L’idea di noi, come contenitori. Qualcosa che debba essere riempito, di costantemente mancante. Come se tutte le donne avessero un qualche vuoto che non aspetta altro che essere colmato. Donzelle in difficoltà pronte ad accogliere l’uomo forte che le salva.

Non ho usato la parola contenitore solo perché non ho trovato sinonimi migliori. Il contenitore è un oggetto. E non è sconosciuta alla società l’oggettivazione della donna. La deumanizzazione che ci vede come corpi che possono dare uno status all’uomo alfa.

Questa generalizzazione, è uno stereotipo. Gli stereotipi rafforzano le gabbie sociali che hanno intrappolato le donne per generazioni e che sono alla base di ogni discriminazione.
Gli stereotipi impediscono a tutt*, anche alle donne, di vedere quando è presente una discriminazione, una violenza, un abuso di potere. Sono generalizzazioni che si scolpiscono della cultura collettiva umana.

La violenza di genere esiste ancora oggi, anche in frasi che non volevano far male, anche se chi le pronuncia pensa che non ti farebbe mai del male.

Non ho mai smesso di pensare a quelle due frasi. Ribollono nello stomaco. Sono quelle che hanno alimentato in me la voglia di consumare tutte le parole contro ogni tipo di sessismo.

Infine, ti scrivo questa lettera per dirti che io sono capace di colmarmi, di bastarmi da sola. Che i miei vuoti non dipendono necessariamente da te. E, in ogni caso, sarei capace di riempirli da sola. Anche se dovessi essere triste, felice, angosciata, estasiata, sarebbe uno stato d’animo mio, personale, e sarò io a decidere come meglio affrontarlo, senza essere messa in nessuna categoria.
Io sono una persona a prescindere dal mio sesso, una persona che decide, agisce, sente come vuole. Ciò di cui io ho bisogno non è da ricercare nella tua esistenza.

Un “classico per una donna” è autodeterminarsi e bastarsi in totale autocoscienza. Un “classico per una donna” è essere esattamente quello che cavolo vuole essere. Magari in compagnia di una persona che aggiunga del bello alla sua vita.
Ma è una persona completa a prescindere, non un essere bisognoso di essere “colmato”.

Ed è per tutti questi motivi, oggi, che io sono femminista.

Piccola, le parole sono importanti!

Piccola.

Non vi accorgete come una vostra parola, un vostro atteggiamento, un vostro sguardo possano far sentire chi riceve queste vostre “attenzioni”?
Come fate a non accorgervene?
Non lo sentite il disagio che provocate quando usate questo epiteto su qualcuna, non lo sentite l’effetto che le fa?
Come fate a non sentirlo?
Non vedete l’imbarazzo di quando una ragazza cambia strada vedendovi sul suo stesso marciapiede?
Come fate a non vederlo?


Piccola è come a 14 anni mi sentivo quando passando davanti al bar della mia via per tornare a casa e i signori facevano commenti. Complimenti, doveva trattarsi di complimenti, ma io mi sentivo piccola.

Piccola.

Piccola è come mi sentivo a 16 anni quando mi suonavano tornando a casa dalla palestra. Doveva forse essere un complimento quel suono, ma io mi sentivo piccola.

Piccola quando ti fischiano, piccola quando ti fissano, piccola quando ti parlano, piccola quando ti palpano.

Piccola quando di anni ne avevo venti, ed al posto di rispondere stringevo i denti.

Piccola quando in privato mi chiedete foto nuda e piccola quando vi incazzate se non ne mando nessuna.

Piccola in discoteca quando me lo appoggiano e frigida quando mi giro e gli dico di no.

Piccola quando chiudo la scollatura, piccola quando giro da sola ed ho paura.

Ora di anni ne ho ventiquattro e di sentirmi piccola mi sono rotta il ca**o.

Sapete perché le donne non vi suonano per strada?

Perché sanno cosa si prova.

Il mio permesso di soggiorno a durata illimitata

Guardandolo ho pianto. Il mio permesso di soggiorno a durata illimitata.
Ho pianto come non avete idea, ma questa volta erano lacrime di felicità.

Ogni anno attorno a settembre piango. Mi vengono a trovare l’ansia e la disperazione. Mi sento piccola, indifesa e vulnerabile. 

Quando avevo 18 anni, forse presa dai miei sogni e travolta dalla voglia di conquistare il mondo, ho deciso di partire oltreoceano. Sapevo che sarebbe stato difficile. Sarei stata da sola in un Paese completamente diverso dal mio senza neanche parlare la stessa lingua.
Quello che non conosciamo spaventa, eppure io non vedevo l’ora.
Stavo per partire e andare nel paese del grande cinema, degli antichi romani, dell’arte ma soprattutto il paese culla dell’opera, il mio grande amore.

E così sono partita senza capire la differenza tra un visto, un permesso di soggiorno e  di residenza.
Per me erano tutti la stessa cosa, e se avevi uno li avevi tutti.

Non immaginavo neanche che all’epoca esistesse pure una differenza tra visto italiano e visto Schengen.

Quindi, al primo mese del mio arrivo, innocentemente ho provato ad andare in Francia con un visto italiano, senza sapere che questo non mi permetteva di spostarmi fuori dall’Italia. Così, sono stata fermata, fatta scendere da un treno e accompagnata in una stanza con altri due stranieri.
È stata la prima volta che ho pianto per motivi gravi, 12 anni fa.
Era un pianto di paura, pur parlando francese non riuscivo a farmi ascoltare, non volevano una spiegazione da parte mia, volevano darne una loro.
Sono stata riportata in Italia con questi due signori che, vedendomi così spaventata e senza parlare la mia stessa lingua, hanno provato a confortarmi con una caramella.
Non scorderò mai quel gesto. Il diverso era gentile.

Arrivati in Italia ho pianto nuovamente. Un carabiniere mi ha abbracciata e mi ha confortata con un “Non piangere, va tutto bene, non piangere”.
Piangevo per sfogo, perché era finita, perché in quel momento mi son sentita al sicuro. L’Italia era diventata “Casa”.

Da quel momento, decidendo di restare, è iniziato un altro incubo

Volevo restare questa volta senza sbagli, facendo tutto bene e verificando le leggi in ogni dettaglio per poter rispettarle senza eccezioni.
Ho imparato che ti serve fin dall’inizio un permesso di soggiorno. Che devi fare la residenza per accedere ai servizi offerti ai cittadini, ma non lo puoi fare senza un permesso di soggiorno valido. Puoi aderire al servizio sanitario nazionale da studente pagando una quota volontaria, ma occorre un permesso di soggiorno. E per avere un permesso di soggiorno, oltre ad avere una quantità assurda di soldi sul conto, ti serve proprio quell’assicurazione sanitaria, quindi devi prendere una privata in più per poter continuare nel processo. Ho imparato a preparare la mia cartellina di documenti ogni anno con tutto il necessario prima di un appuntamento. E puntualmente a settembre quando dovevo andare, dopo aver aspettato ore e ore, mancava sempre un documento o quello presentato non era proprio giusto così come era.
Ed ecco che il pianto tornava come se la frustrazione trovasse sfogo in forma liquida.

Nel frattempo ho preso due lauree in economia e fatto il mio prezioso diplomino in canto lirico al conservatorio.
Ho imparato l’italiano e ho trovato un lavoro.
Non dico che con il tempo non sia migliorata la situazione ma ancora ad oggi, per essere perfettamente in regola, manca sempre qualcosa che forse non è sull’elenco ma che “si sa che si deve presentare”. Diciamo che, dopo tutti questi anni, non mi prende più di sorpresa.

Sembra che questo sia una lamentela. Ed è vero anche che sono una che si diverte a lamentarsi perché trovo che sia un modo di sdrammatizzare quel che mi crea scontento.
Ma questo racconto non è una lamentela, con questa storia voglio solo avvicinarvi alla realtà che vivo anno dopo anno, così da rendere l’ignoto familiare.

Amo questo Paese, e pur di rimanere qui ho rinunciato a mille altri sentieri e opportunità di ogni tipo. Sono lontana dalla mia famiglia che è parte fondamentale della mia vita. Mi preparo di continuo per poter migliorare questa comunità, la nostra comunità.
E ogni giorno continuo a fare la stessa scelta, quella di rimanere qui e di chiamare questo posto “Casa”.
La scelta di amalgamare la mia cultura con quella Italiana. La scelta di creare qualcosa qui. 

Determinata in questo modo, preparando documenti, investendo tanti risparmi e facendomi consigliare da un avvocato, questo settembre il mio permesso di soggiorno è diventato illimitato. 

Avete presente quando nei film l’attore principale guarda con un sorriso enorme la foto di qualcuno a lui caro che porta con se nel portafoglio?
Ecco, a me succede la stessa cosa ogni volta che guardo il mio permesso.

Averlo mi porta conforto, mi fa sentire al sicuro. Non dovrò mai più tornare a quei spaventosi appuntamenti dove mi sentivo piccola piccola, quasi insignificante, dove più di una volta chi era dall’altra parte della scrivania non ha esercitato il suo ruolo in modo corretto e invece di trasmettere sicurezza e rispetto, quella figura che una volta mi ha accolta, trasmette oppressione, paura e mancanza di rispetto.

Ancora non ho conosciuto uno straniero che non abbia subìto queste esperienze almeno una volta nel proprio percorso. Così come non ho ancora conosciuto uno straniero che abbia ottenuto il suo lavoro perché gliel’abbiano regalato.
Ne conosco invece stranieri che hanno lottato, si sono preparati e si son meritati la loro posizione.
Non dico che tutti facciamo le cose seguendo le regole, ma ecco, smettiamo di generalizzare.
Generalizzare allontana le persone l’una dall’altra.

Lo leggo e lo rileggo, e lo leggo nuovamente, durata illimitata. Non posso credere che, dopo 12 anni, finalmente il prossimo settembre non starò più male.

Ho pianto senza contegno, ma questa volta erano lacrime di felicità. 

This is me: i DMA e la gioia della diversità

Voltaire diceva che la scrittura è la pittura della voce, e visto che ho i colori perfetti, oggi diventerò pittrice di un’esperienza che per me è stata fantastica.

23 maggio 2018, 3 semplici paroline: Diversity Media Awards.
Si tratta di un riconoscimento assegnato da 3 anni a questa parte a attori, giornalisti, cantanti, riviste, serie televisive, programmi radio che hanno contribuito ad eliminare discriminazioni di genere, orientamento sessuale, etnia, religione e disabilità, promuovendo la diversità come valore.

Sono passati ormai due mesi ma se ci penso sento ancora tutte le emozioni che ho provato durante quel giorno, quando noi Fanfarlo abbiamo calcato quel palco nello show che apriva la serata.

Il primo ostacolo da superare era quello dei costumi: volevamo che fossero eccessivi, colorati, grandi, piumosi. Insomma, non volevamo passare inosservate ;).
Fortunatamente la nostra teacher Lisa ha sempre una soluzione e così la fantastica costumista Flavia Cavalcanti ci ha fornito costumi da mille e una notte.
Il secondo ostacolo: il make up. Perché diciamocelo, si può avere il miglior vestito del mondo ma se le occhiaie ci fanno sembrare la controfigura di Kung fu Panda, allora c’è bisogno di un profondo restauro.
Anche in questo caso Lisa, che sospetto abbia conoscenze nei posti più remoti del mondo (no, per il fidanzato vi dovete mettere in fila, ancora non ha attivato la funzione “trova fidanzato per le Fanfarlo”), ci ha fatto conoscere Giulia Marzo, una fantastica make up artist che a suon di pennellate di correttore e glitter colorati ha realizzato un trucco da fare invidia alle dive di Hollywood.

La prima volta che mi sono vista allo specchio, pronta per la serata, sono rimasta letteralmente a bocca aperta.
Il costume mostrava tutti i miei difetti, senza celarli neanche un po’, eppure non mi importava perché così diversamente alta e diversamente magra mi sentivo bella.
Mi sentivo anche più alta, dato che il copricapo mi faceva guadagnare “qualche centimetro”, cosa che per una nana come me, che guarda sempre il mondo dal basso all’alto, non guasta mai.

Tra ciglia finte e piume svolazzanti ci siamo supportate e sopportate a vicenda, e vi assicuro che è stata un’impresa impegnativa, quasi quanto un’ora di breathe kombat (provare per credere 😉).

L’ansia è arrivata puntuale come un pacco di Amazon e ognuna di noi l’ha gestita come meglio credeva.
Io alternavo momenti di estrema pazzia sottolineati da frasi tipo: “Ohmmioddio c’è Salvatore Esposito” ,“Ma chi me l’ha fatto fare?”, “E se cado?” “Da domani dieta” ,“Ma non potevo andare a fare crossfit?” ,“Ci voleva del vino”, a momenti di etereo silenzio, il tutto condito da una sensazione di gioia mista a paura di combinarne una delle mie, cosa molto probabile se sei me.

Senza rendercene conto ci siamo ritrovate dietro al palco in attesa dell’inizio del nostro show di apertura.
Questo momento è sempre strano per me: il silenzio regna sovrano, le mani sudano, i minuti che ci separano dall’esibizione sembrano non passare mai e nella mente scorre velocemente la coreografia.

Al tempo stesso però lo spirito di squadra è protagonista, ci si supporta a vicenda con sguardi che racchiudono parole di incoraggiamento, si ha solo voglia di salire sul palco e far vedere quello per cui siamo qui.
Ed è proprio in questo momento che l’ansia si fa da parte per dare spazio a un’energia scoppiettante.

Dal palco riuscivo a vedere dei volti sparsi qua e là nel pubblico contornati da una luce forte, la canzone “This is me”, travolgente ed emozionante, inondava il teatro.
Al mio fianco Lisa, colei che mi ha insegnato a spogliarmi delle mie insicurezze, e le mie compagne di questa avventura, tutte pervase di una bellezza immensa, luminosa e diversa che le rendeva semplicemente uniche.

Mentre ero tra il pubblico, nella mia mente scorrevano le parole che noi Fanfarlo abbiamo fatto nostre: “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura. Crediamo nella bellezza femminile che è multiforme e variegata, condanniamo il body shaming in ogni sua forma in quanto nemico giurato della vera bellezza: la nostra, quella di milioni di donne diverse, ognuna con il suo singolare splendore”.

Ho capito che se fossimo tutte uguali il mondo sarebbe di una noia mortale, mentre in tutto questo mare di diversità avremo sempre modo di trovare conforto, dialogo, confronto, e di scovare emozioni che magari ci sono state celate.


E in quel momento, vestita di piume e di lustrini, con tutti gli occhi del pubblico addosso, sono riuscita a farmi vedere per come sono, con tutti i miei pregi e i miei difetti, senza vergognarmene.

Perché “questa sono io”, ed è l’unica cosa che conta.