Donne sommelier: un cliché da smontare

Sono appena tornata da un viaggio meraviglioso, se pur breve, in Francia, in Camargue.

Amo viaggiare alla scoperta di luoghi, culture e natura, ma amo altrettanto il vino, così non riparto mai senza prima aver esplorato l’identità vinicola della zona che visito.

Così, dopo aver ammirato scenari mozzafiato spazzati dal vigoroso Mistral, saline che ricordano paesaggi lunari, lagune popolate da eleganti fenicotteri rosa e cavalli bianchi, resti architettonici del passaggio degli antichi Romani, ho convinto i miei compagni di viaggio a fare delle rigeneranti passeggiate tra i vigneti di Châteauneuf-du-Pape e delle degustazioni dell’omonimo vino, uno dei pochi al mondo che vanta una storia secolare.

La nascita di questo celebre vino è legata, infatti, alla storia del papato che, poco dopo il 1300, trasferì la sua sede da Roma ad Avignone (città poco distante) e circondò la residenza estiva, proprio a Châteauneuf-du-Pape, di vigneti, che danno vita a questo nettare divino.

Arrivati al Domaine, uno dei più rinomati della zona, mi sono imbattuta nel più classico dei cliché sessisti, con il quale, purtroppo, mi capita  di confrontarmi spesso, secondo cui  “capire di vino” è appannaggio degli uomini e le donne sommelier non esistono.

Anche questa volta la degustazione è iniziata in modo esclusivo tra gli uomini: il responsabile non fa una piega quando la mia amica declina l’invito all’assaggio, ma quasi si sorprende che io invece mi unisca ai due uomini, mio marito e un nostro amico. Serve il primo vino e ne illustra le caratteristiche, concentrandosi esclusivamente su di loro, come se io fossi invisibile.

La mia amica ride, mentre si gusta la scena e vede i miei occhi fiammeggiare, e per distrarmi dal desiderio di incenerire immediatamente il francesino, mi chiede la traduzione simultanea della spiegazione e mi tempesta di domande.

Mia figlia Maddalena, che ha già assistito a questa scena molte volte, e conosce perfettamente commenti e retroscena, mi incoraggia: “Mamma, dillo tu se è buono questo vino. A te piace?”.

La degustazione prosegue con altri vini, finché il francesino si rende conto che, contemporaneamente alla sua spiegazione, io fornisco ai miei compagni di viaggio ulteriori dettagli e aneddoti, e inizia a guardarmi con sospetto.

Così mio marito lo informa che sono una sommelier.

La sua reazione è degna di un devoto che ha visto la Madonna e ripete più volte: “Really? Really?”, sgranando gli occhi.

Per cancellare ogni dubbio, estraggo con orgoglio dalla mia borsa la tessera di sommelier AIS (Associazione Italiana Sommelier) che lui prende in mano come una reliquia e, finalmente, scocca la scintilla.

Sembra quasi commosso, ci serve gli altri vini, finalmente degnandomi della sua attenzione e, probabilmente per scusarsi per avermi ignorato nella prima parte della degustazione, ci regala l’assaggio di un vino speciale, molto raro, frutto delle più antiche vigne del Domaine, normalmente di difficile reperimento per l’acquisto.

Per fortuna i vini degustati sono spettacolari: equilibrati e di gran carattere, eleganti, morbidi e avvolgenti, e mi permettono di rilassarmi e dimenticare le mie iniziali intenzioni bellicose.

Dopo aver scelto le bottiglie da acquistare, ho sfoderato il mio miglior sorriso e ho informato il francesino che a casa mia, io bevo e mio marito paga.

Di vigna in vigna e di bicchiere in bicchiere, continuerò la mia  battaglia per sfatare il cliché: anche senza essere sommelier, una donna può apprezzare il vino tanto quanto un uomo; l’apprezzamento del vino è un fatto di gusto individuale, non certo di genere.  

La mia mamma: 5 figli a scuola d’amore

In passato il desiderio di avere un figlio maschio per una coppia era abbastanza sentito. I miei genitori non hanno fatto eccezione, anzi, direi che si sono fatti prendere la mano. Pensate che per contribuire a questa tendenza hanno fatto cinque figli.
Hanno sfornato quattro bellissime femminucce e un fantastico maschietto.

Ebbene si, io sono una delle quattro femmine di mia mamma. Vi starete chiedendo se è stata dura crescere in una famiglia così numerosa. A parte le tirate di capelli e le lotte furiose, la mia risposta è NO!

Volere sapere come mai? Ve lo spiego subito: la mia mamma ci ha insegnato ad amarci.
Ci ha fatto capire che la condivisione è meglio del possesso delle cose. Durante la mia adolescenza mi saranno mancate le scarpe all’ultima moda e i pantaloni di marca, ma di sicuro non è mancato il rispetto reciproco e l’amore incondizionato dei i miei fratelli.

Mia mamma si chiama Costantina, è una donnina alta poco più di un metro. La prima cosa che si nota guardandola è la folta capigliatura bionda che sembra la criniera di un leone. La seconda, ascoltandola, è il suo timbro di voce, così alto da fare concorrenza ad un soprano (ah, è anche suscettibile, quindi meglio non farglielo notare).

La cosa che più la contraddistingue è il suo spirito da crocerossina. Probabilmente, in altre circostanze, lo sarebbe diventata per davvero. Ma la sua “carriera lavorativa” è stata farci diventare grandi. Solo Dio sa quanto lavoro ci sia voluto, soprattutto se ci sono di mezzo 5 nanetti chiassosi che combinano un sacco di guai.

Ha sopportato i nostri capricci e supportato le nostre fantasie. Ha dato la possibilità a me e alle altre sorelle di realizzarci dandoci la possibilità di studiare, di allontanarci da lei per inseguire i nostri sogni, nonostante la sua voglia di averci vicino.

La mia mamma per me è stata anche un’amica. Non sempre mi ha assecondata ma mi ha sempre sostenuta. Mi ha a volte tirato ceffoni (meritati), ma non sono mai mancati i baci e gli abbracci. Tutt’ora che sono cresciuta, aspetto con ansia le vacanze per andare da lei a fare scorta di coccole.

Per età e scelte di vita potenzialmente potrei trovarmi nella sua stessa situazione di quando ha deciso di “metter su famiglia”.
Quindi è da un po’ che vorrei chiederle una cosa: con quale coraggio lei e papà si sono avventurati nell’impresa di costruire una famiglia, per giunta così numerosa, considerando che il solo pensiero di un solo figlio m’inquieta? La prospettiva futura di avere figlia adolescenti odiosi, spocchiosi e menefreghisti non li spaventava?

Ma si sa, il mondo è di chi lo sa immaginare prima di noi. E la mia mamma ci ha visto lungo.

Il suo obiettivo di crescere dei figli affiatati e uniti una volta diventati donne e uomini, ha vinto su tutti i dubbi e le difficoltà, quindi io voglio ringraziarla per aver investito tutta te stessa per farci diventare quelli che siamo.

Ti voglio bene mamma.

SugarShy Killah: come nasce un nome d’arte

Nella vita di ogni burlesque performer arriva il momento in cui devi affrontare te stessa, capire chi sei e cosa vuoi nella tua vita da burlesque performer: arriva il momento in cui devi trovarti il tuo nome d’arte.

C’è chi il nome ce l’ha dalla nascita, a chi viene affibbiato dagli amici, dalle colleghe o dall’insegnante e chi, come me, ha dovuto trovarselo.

La ricerca dello stage name è stato un vero e proprio parto, compreso di gravidanza, visto il tempo che ci ho messo a trovarlo.

Per ognuna ha un significato e un peso diverso: nel tuo nome d’arte ci sono dentro le tue passioni, i tuoi interessi, chi sei e chi vuoi essere, o semplicemente suona bene.

Per il mio background il Nome d’arte è una cosa molto importante: ti rappresenta, è il tuo biglietto da visita e soprattutto deve essere tuo e basta.

La mia ricerca è partita nella maniera più stupida e divertente possibile, ovvero tramite siti di Name Generator.
Sono partita da quelli dedicati al burlesque che mi hanno proposto nomi come “Frau Mercury”, che ho adorato da subito ma, conoscendomi, mi sarei ritrovata sul palco con dei fantastici baffi.
Il secondo sito mi ha suggerito “Oregon Orchid” che suonava bene, ma non c’entra niente con me.
Ho deciso quindi di affidarmi ad un generatore di nomi stile “My Little Pony”. Da subito mi è sembrato molto più “professionale” di altri siti, visto che crea il nome d’arte a partire dal nome e dal cognome.
E’ risultato che il mio nome da Pony è “Lollipop Glory”. Mi sono ritrovata a ridere come un tredicenne che vede doppi sensi ovunque, quindi ho bocciato anche questo nome e ho cercato di capire come funzionano i nomi delle burlesquer più famose.

Tributi a dive, nomi di fiori, case automobilistiche, nomi di alcolici, colori, dolcetti, animaletti, città… Ho cercato di trarre ispirazione da qualsiasi cosa.

Sono partita dalla lingua delle parole che formano il nome: in genere inglese, ma non di rado anche francese, rarissimamente tedesco, spagnolo e italiano. Decido per l’inglese, “così sarà comprensibile quasi da tutti e non dovrò stare a spiegarlo”. Poi le cose sono andate come sono andate…

Scelta la lingua dovevo capire cosa metterci dentro.
Mi sono fatta un bello schemino con me al centro e attorno cosa mi piace e cosa mi rappresenta: vedo pezzi di me scritti viola su bianco e non so come venirne fuori. Torno ai generatori, ma ancora niente.

Poi, non so perché e percome, una mattina mi sono svegliata con in testa queste due parole: “Sugar” e “Shy”.
Suonano bene, mi piacciono, un po’ mi fa venire in mente un vecchietto in canotta e salopette che, con il suo banjo, suona un blues che racconta la sua storia da giovane: era un grande boxer, me lo vedo su una sedia a dondolo sul portico della sua casa nel bayou.
Poi è un ottimo nome per un pony, quindi si! Mi piace, è mio, manca ancora qualcosa ma mi piace!

Lo sottopongo a un po’ di persone e nein, non piace e non convince.
Ma a me si, e di brutto, ma continua a mancare qualcosa.
Questo nome d’arte mi rappresenta ma manca un pezzettino, manca un lato di me, quello che occasionalmente morde, quello con il quale mi piace giocare sul palco, quello che talvolta mi fa sentire sprezzante e malvagia, qualcosa di cattivo e che affascini… ”un serial killer!”

Inizio a farmi una lista mentale dei serial killer, chi hanno ucciso e come e no, non me la sento di prendermi il nome di nessuno.
Sono ancora bloccata ma l’idea del killer mi piace, ma SugarShy Killer, Meurtrière o Mörderin non suona bene.
Riprendo il foglietto dove ci sono io, le mie passioni e le mie cose vedo quella parola che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita HipHop e da lì è stato un attimo arrivare al “Killah”.
SugarShy Killah, sono io!
Mi piace e mi rappresenta.

Nel mondo del Burlesque mi trovo bene anche perché “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura”.
E, cosa che mi fa sentire libera di essere come voglio, nemmeno di stile.

Fare ricerca: la probabilità dello 0,001% è il motore

Alla gente che mi chiede che lavoro faccio rispondo: “Sono una biologa molecolare”.

Dopo il primo “Wow” iniziale la stessa gente, quasi sempre, mi chiede se posso dare un occhio alle sue analisi, in che ospedale lavoro, che farmaco possono prendere se hanno dolore qui o là oppure se hanno questa o quella problematica o se posso dare dritte sulla dieta.

Ora vorrei chiarire una cosa: una biologa non è un’analista, non è un medico e non è una nutrizionista.
Una biologa è una biologa.

Ho deciso di essere una biologa al primo anno delle superiori  quando, durante una lezione di biologia nel mio istituto perito tecnico commerciale (volgarmente detto ragioneria), la professoressa mi ha interrogata.
L’argomento era alquanto “difficile” per quell’età ma soprattutto per una ragazzina. La mia interrogazione verteva sulla spiegazione del funzionamento dell’apparato genitale maschile. A fine interrogazione la professoressa si è complimentata per il mio sangue freddo e la mia lucidità nello spiegare un argomento così imbarazzante. Mi sono resa conto in quel momento che adoravo l’idea di saperne di più. Di capire a fondo cosa ci fosse alla base di tutto quello che conoscevo.
Il mio destino era deciso: sarei diventata una biologa.

Mi sono iscritta a Scienze Biologiche per poi continuare specializzandomi in Biologia Molecolare.
I primi anni di università sono stati durissimi. Non avendo fatto il liceo non avevo le basi per poter studiare la materia scelta.
La mia forza di volontà mi ha fatto andare avanti. Mi sono laureata. E successivamente ho fatto il dottorato.
Sono sempre rimasta nell’ambito delle neuroscienze, perché secondo me non c’è niente di più affascinate del capire come funziona il cervello umano.

Logicamente non è tutto oro ciò che luccica. Fare ricerca è il lavoro più bello che io conosca ma è davvero difficile farla bene. Tendenzialmente quello che spinge i ricercatori a non mollare è la consapevolezza che c’è sempre qualcosa che vale la pena studiare.
La probabilità di trovare la cura miracolosa, la molecola speciale, il meccanismo perfetto è lo 0,001%, ma al ricercatore medio basta.

Non importa se il contratto non è dei migliori, se non si hanno ferie, malattie e permessi, se si deve andare di sabato o di domenica a lavoro, perché quello che ti smuove dentro la ricerca non ha paragoni.

(Piccola parentesi: è un peccato sapere che la gente è costretta ad andare via per avere la possibilità di fare carriera nell’ambito della ricerca, ma purtroppo non c’è supporto da parte dello stato).

Personalmente non sono mai rimasta senza lavoro, ma le mie prospettiva di lavoro variano sempre di 6 mesi in 6 mesi, al massimo, quando il gruppo è un gruppo forte, un anno.

In questo momento della mia vita in cui non ho ancora una famiglia  mi va bene, ma poi chissà se “passerò al lato oscuro”, ovvero se mi vedrò costretta ad andare a lavorare per qualche azienda farmaceutica.

Però per adesso ho una certezza: mi tengo stretta il mio bancone, le mie pipette continuo a pensare che la probabilità dello 0,001% di fare la scoperta del secolo in fondo non è così bassa.

I bulli hanno un nome: una lettera a Beatrice.

I bulli hanno un nome, Beatrice e tu lo conoscevi molto bene.
Forse gli ultimi pensieri che si sono agitati dentro la tua testa sono state proprio le lettere sterili dei loro nomi.
Io lo so come ti sei sentita, Beatrice, immersa in quei secondi densi come melassa, appena prima che il treno ti divorasse. Sei scivolata via dalla banchina, tra le rotaie, con lo zainetto ancora sulle spalle.

I bulli hanno un nome, Beatrice, sempre. Può essere maschile o femminile.
Un bullo può chiamarsi Serena oppure Giulia, Andrea o Marco o Luca. Ogni bullo ha un’identità, fisica e anagrafica.
I bulli hanno un nome, ma nessuno lo dice mai. “I bulli”, li chiamano tutti, genericamente, quasi fossero entità eteree, immaginarie e paurose come babau.
I bulli hanno un nome, Beatrice e le “mie” bulle, ovvero le ragazze che hanno reso i miei tre anni di scuola media un inferno, si chiamavano Stefania, Valeria e Valentina.

Tu eri quella “troppo grassa”, Beatrice, mentre io ero quella “troppo strana”.
Ogni bullo comincia la sua opera di demolizione proprio da lì, da quel “troppo” che brucia e che punge, da quel “troppo” che rappresenta un’immaginaria e colpevole esondazione da quei confini invisibili e completamente inventati che dividono ciò che è normale, quindi accettabile, da ciò che non lo è.

I bulli ci vorrebbero tutti uguali, Beatrice, tutti normali, tutti conformi, tutti forti e tutti belli.
La loro è semplice, lineare, primitiva, volontà di potenza e omologazione, perché i bulli, di fatto, sono privi di fantasia.

Io non sono mai stata normale.
Soffro di un disturbo di personalità da quando sono piccola. Tuttavia, a undici anni, nessuno aveva ancora dato un nome, una diagnosi, alla mia diversità.
Le mie azioni e le mie reazioni, le mie emozioni e il mio essere, sono peculiari e ciò si percepisce.

I bulli hanno un nome e la capacità straordinaria, quasi animale, di annusare le debolezze degli altri.
Stefania, Valeria e Valentina erano già a conoscenza di qualcosa che io, ancora non sapevo.
Cominciarono gradualmente a disintegrarmi. Iniziarono ad impormi una sorta di pizzo. Ogni giorno, dovevo comprare la merenda a ciascuna di loro. Prima di attraversare la strada ed entrare nel panificio davanti alla scuola, annotavo, ubbidiente, le ordinazioni. Un croissant alla crema. Un trancio di focaccia. Una fetta di pizza margherita. Mia mamma, trovando gli scontrini appallottolati dentro le tasche del mio cappotto, si stupiva di quanto io riuscissi a mangiare in una giornata soltanto.
Se per caso rimanevo a casa, oppure non portavo loro ciò che volevano, sapevo che l’umiliazione sarebbe arrivata. Per avere più spettatori possibili, attendevano sempre l’uscita della scuola. Mi spingevano giù dai gradini d’ingresso, gridandomi dietro che ero un cesso e una pazza.
Io volevo soltanto essere più piccola possibile, restare blindata nel mio mondo silenzioso e questa è la ragione per cui, ogni giorno, investivo cinque euro in pizza, focaccia e invisibilità.

Dopo qualche tempo, cominciarono le telefonate a casa. Stefania e Valeria e Valentina conoscevano perfettamente gli orari della mia famiglia e sapevano a che ora sarei stata a casa da sola. Il telefono squillava e io rispondevo.

“Pronto?”
“Buonasera signora. Siamo gli operatori del Centro d’Igiene Mentale dell’ospedale di Bergamo. Volevamo avvertirla che è tutto pronto per il ricovero di sua figlia.”

Ti rendi conto, Beatrice? I bulli hanno un nome e anche un cervello, anche se ci fa più comodo immaginarli ignoranti e beoti.
Io intuivo che qualcosa dentro di me non andava, ma la loro indagine è stata più profonda della mia.
Loro sapevano. Io non ancora.
Queste telefonate mi terrorizzavano. Cominciai a temere il ricovero, il manicomio e la camicia di forza.
Una mattina, semplicemente, trovai insopportabile l’idea di andare a scuola.
Mi chiusi in casa e provai a dare fuoco al davanzale della finestra. Fallii.

Io sono stata fortunata, Beatrice, perché il mio paesino non ha la stazione del treno.

La forza di Stefania, Valeria e Valentina era micidiale e il meccanismo perfetto: fa comodo a tutti nascondersi dietro l’adagio “ciò che non uccide fortifica” mentre invece si ignora che si può morire di millimetriche morti ogni giorno, gocciolando via piano piano finché di noi non resta più niente.
Col tempo, tantissimo tempo, ho ricominciato a respirare.

Cara Beatrice, perdonami se ti scrivo, ma non so che altro fare.
Io sono stata salvata, cara Beatrice mentre invece tu no, tu sei stata sommersa.
Forse, tutto il bene che adesso l’Italia intera ti vuole, forse ti avrebbe fatto cambiare idea.
Forse saremmo riusciti a farti capire che eri magnifica, solo che non lo sapevi.

Io sono sicura saresti diventata una bellissima donna ma, proprio come il treno sotto il quale sei morta, anche queste mie parole sono arrivate in ritardo.

 

L’Approcciatore Molesto: incontri spiacevoli del terzo tipo

Ivy La Morgue incontra un Approcciatore Molesto

L’Approcciatore Molesto è un coetaneo che sale sul treno peggiore di tutti, ovvero l’ultimo regionale della sera, quello più sporco e letale, coi divanetti unti e così luridi che durante il viaggio puoi intrattenerti facendo il test delle macchie di Rorschach.

L’Approcciatore Molesto mi si siede proprio davanti, nonostante il treno sia completamente vuoto, comincia a spippolare sullo smartphone ultimo modello e immediatamente mi accoltella con un agghiacciante luogo comune: “la tecnologia divide le persone”.
Io, che sto leggendo un libro, per giunta di carta, e sono abbastanza avulsa alla tecnologia, annuisco con un condiscendente sorriso. Prendo lo stesso treno tutti i giovedì e, per natura, cerco di evitare i contatti umani non indispensabili quindi, tendenzialmente, mi isolo nella narrativa sbracata sul sedile, concedendomi un’ora e mezza di silenzioso, immobile oblio letterario.
Adoro queste mezzesere ferroviarie silenziose e sì, mi urta parecchio dover per forza parlare con qualcuno ma, da anni, sto lavorando per evolvermi da “orso antisociale” a “persona integrata nel mondo”.
Quindi tendo i muscoli pellicciai e borbotto qualche parola di circostanza, con lo scopo di indurre il silenzio nel mio interlocutore,  fallendo miseramente.

L’Approcciatore Molesto non vede l’ora di dar fiato alla propria trachea e attaccare un bottone colossale, peraltro convinto –a torto- di farmi un favore.  Mi racconta che lui fa l’attore e, “non so se lo sai”, è un artista e lavora coi sentimenti delle persone e l’anno prossimo dovrebbe debuttare al Teatro Donizetti, “non so se sai dove si trova”.
Per inciso, io sono nata a Bergamo e al Donizetti ci sono andata svariate volte, tre delle quali per ritirare dei premi di poesia ma oh, non so se sono un’artista e non posso dire di “lavorare” coi sentimenti delle persone. Fino ad ora infatti, nonostante i poeti siano definiti “gli operai della parola”, sono stata pagata unicamente con eleganti targhe e no, non posso usarle per pagare il fornaio. Quindi pazienza.

L’Approcciatore Molesto inizia un monologo nazionalpopolare sulla dignità dell’uomo e sul valore insindacabile della vita e, mentre parla, si sbircia vanesio nel finestrino e si aggiusta i capelli e cita Einstein e “non so se lo sai”, la massima sulla stupidità umana e poi confonde l’atomica di Hiroshima con la Guerra Fredda, in un vortice di stupidità convulsa e crescente.
Sentire questo imbecille sciorinare litri di cazzate, pieno di onanistico compiacimento, completamente ignaro di essere un perfetto coglione assolutamente incapace di comprendere la persona seduta davanti a lui, in realtà mi allibisce al punto da lasciarmi senza parole. Tanto a cosa servirebbe, parlare con un idiota è uno spreco di fiato e io vorrei soltanto leggere il mio libro, mentre invece questo mi crivella di ovvietà e io mi sento come un partigiano in un’imboscata.

Ad un certo punto l’Approcciatore Molesto, probabilmente per stimolare una qualsiasi reazione da parte della sottoscritta ormai in stato stuporoso, vira improvvisamente il discorso e comincia a parlare di migranti e di integrazione, utilizzando termini atroci. Mi dice  che lui non è di destra né di sinistra ma è stato un anno e mezzo negli Stati Uniti e vorrebbe una pistola per difendersi perché “bisogna sempre sparare per primi”.

Caro Approcciatore Molesto, quando hai pronunciato la frase “non sono razzista, ma…”, io ho deciso che ti avrei fatto del male.

Per questa ragione, nonostante fossi perfettamente conscia di dove fossimo, quando mi hai chiesto: “La prossima fermata è Sesto san Giovanni?”, io ti ho risposto di sì, con lucida premeditazione.
E ti ho perfino salutato gioiosa dal finestrino mentre le porte si chiudevano e assistevo felice al tuo sgomento quando hai letto il cartello recitante la scritta “ARCORE”.

Perdonami, illuminante epsilon minus, ma l’ho fatto apposta, ché ero piena di astio ed insofferenza e sì, questa è l’ultima versione del mito di Narciso, coniugata e aggiornata per il nuovo millennio, dove il vanesio, anziché cadere nello stagno, si trova ad annegare in una stazioncina di provincia senza collegamenti con la metropoli, in mezzo ai diseredati e agli ultimi che tanto detesta e, invece di un fiore, è diventato un racconto che lo irride, condiviso e pubblicato il più possibile.

Mi dispiace, Approcciatore Molesto, ma noi orsi antisociali siamo delle brutte, pessime persone.

La stazione come un film: mille volti, mille vite

Mi capita spesso, dopo un giretto al mercato in zona stazione Centrale di Milano, quando non sono troppo carica di frutta e verdura, con la scusa di farmi ispirare da qualche libro alla Feltrinelli o andare a recuperare le cialde del caffè allo store, di sedermi sulle sedie fuori dai gate, solo per il gusto di dare un occhio a quelle 320.000 storie.

In stazione si vede ogni genere di viaggiatore. C’è il ritardatario, perennemente di corsa, che con modi non troppo gentili cerca di farsi spazio tra la gente a gomitate. Da non confondere con l’ansioso, che nonostante il largo anticipo con cui arriva in stazione, prende lo stesso a gomitate la gente per arrivare inutilmente primo su un binario senza treno. C’è l’inesperto che non sa bene cosa fare e dove andare e quindi, con gli occhi da cerbiatto, è in cerca di persone pronte ad aiutarlo. E non manca di certo il rilassato, a cui non importa se il suo treno sta per partire, perché al massimo prenderà il successivo. Si distingue bene il pendolare, snellito di ogni sorta di valigia ed armato di santa pazienza per affrontare l’ennesimo treno strapieno, dal “viaggiatore delle festività”, che invece è provvisto di borse, borsettine ed enormi valigie.

Il “viaggiatore delle festività”, molto spesso, è lo studente emigrato in cerca di un futuro migliore, il lavoratore in cerca di fortuna o i genitori e i parenti di queste due categorie di migranti che vanno incontro ai propri cari.
Io appartengo a quest’ultima categoria, soprattutto per via delle mie valigie che amo definire “casse da morto”, per via delle dimensioni e del peso specifico.
So bene che rischio di rimetterci una spalla, ma non riesco a lasciare nulla delle prelibatezze fatte in casa che i miei e le mie zie mi regalano; quindi mi carico come un asino.

Tra tutte, la cosa che più mi appassiona guardare nelle stazioni, ci sono i saluti della partenza e i saluti dell’arrivo.
Ce ne sono di ogni genere.
Dai saluti professionali con fredde strette di mano, agli abbracci calorosi di chi si vuole bene.
Abbracci di chi non vuole lasciare andare, abbracci di chi finalmente incontra, abbracci veloci, abbracci impacciati e timorosi e poi ci sono i baci, quelli appassionati tra gli amanti, i baci dolci per i figli, i baci furtivi, quelli rubati.

Tra viaggi di svago e viaggi della speranza, tra saluti fra amanti e conoscenti, la stazione per me è teatro di strazianti arrivederci e palcoscenico di felicitanti reunion.
Mi sembra di vedere tanti piccoli cortometraggi, tante piccole commedie che hanno il potere di rilassarmi.
E mi perdo a immaginare mille storie per i mille volti che attraversando questo luogo, a suo modo, onirico.

Tre giorni a Disneyland: i sogni sono desideri, a qualsiasi età!

Quando, con entusiasmo e fierezza, ho raccontato in giro che in occasione del mio compleanno sarei andata 3 giorni a Disneyland Paris, ho ricevuto in risposta un sacco di “WAO”, ma anche tante occhiate scettiche.

“Vabbè ma un giorno a Parigi ve lo fate?”
No. Vado 3 giorni a Disneyland, vuol dire esattamente quello che ho detto: starò 72 ore dentro il parco di divertimenti più magico del mondo in compagnia di Paperino, Pippo e Topolino.

Qual è il problema?
Forse che, quest’ultimo 20 Dicembre, ho compiuto 29 anni?
Non mi interessa andare a Parigi, non mi importa della Tour Eiffel, io voglio emozionarmi davanti al castello della Bella Addormentata.
Non voglio passeggiare sugli Champs Elysées guardando vetrine dei grandi stilisti, voglio percorrere fino allo sfinimento Main Street e perdermi tra peluches e gadget a Disneyland.

Ed è ESATTAMENTE quello che ho fatto!

Sono stati i 3 giorni più magici della mia vita, il compleanno più bello che potevo passare.
E si, sono tornata bambina!

Io e il mio fidanzato non avevamo 29 anni, in quel luogo non senti e non vedi età intorno a te, perché gli sguardi che incontri girovagando per il parco sono tutti uguali: di felicità e stupore.
Non ci sono differenze di età, razza, lingua, religione o orientamento sessuale: la magia che trasmette questo luogo avvolge chiunque, non puoi rimanerne indenne.
Ho pianto come una ragazzina davanti al Castello, durante lo spettacolo serale: videoproiezioni sulla facciata, giochi acquatici delle fontane, fuochi d’artificio e le canzoni dei classici.
Abbiamo atteso fermi per ore, per poter avere la miglior visuale, e posso affermare senza rimorso che alla fine dello show ciò che mi era rimasto impresso nel cuore aveva ripagato tutto quel freddo che avevano assorbito le mie ossa.
Non ho fatto video, non ne valeva la pena: il momento andava vissuto, gli apparecchi elettronici sono rimasti chiusi nella borsa, i miei occhi hanno registrato meglio di quanto potesse fare qualunque altro dispositivo.

Mi sono persa nel labirinto di Alice, ho sparato con le pistole laser insieme a Buzz Lightyear, navigato sulle acque incontrando Jack Sparrow, ho cantato a squarciagola con Elsa (la mia preferita!!!), sono diventata un topolino e ho girato con Rémy per la cucina, ho salutato Topolino, Minnie, Paperino e mille altri, ho girato per 3 giorni con le orecchie in testa senza timore di essere guardata con occhi strani.
Ho vissuto la mia felicità senza nessun contegno con gli “occhi a cuoricino” accanto al mio compagno di viaggio e vita che ha dimostrato una pazienza che solo i (quasi) 10 anni d’amore potevano concedergli.
E sono tornata a casa con il cuore (e la valigia!) piena di ricordi e felicità di questi 3 giorni a Disneyland, e so che la città di Parigi non mi avrebbe dato tanto: questa sono io.

Io sono quella che ogni volta che passeggia per Corso Vittorio Emanuele II deve entrare al Disney Store, sono quella che quando esce un nuovo film Disney va al cinema, sono quella che ama la magia e sogna ancora perché “i sogni son desideri”.
Ma sono anche la stessa persona che ama anche mettersi i tacchi ed un reggicalze, che ama bere in compagnia e stare con la famiglia e gli amici veri, che ama cucinare e (soprattutto) mangiare!

Sono tutto questo, sono sempre e comunque io sotto ogni aspetto, più o meno serio.

E voglio continuare a vivere la mia vita esattamente com’è, con lo stesso entusiasmo che ha accompagnato i miei passi durante quei 3 incredibili giorni .

Ma soprattutto voglio, nella mia realtà, circondarmi solo di persone che mi rispondano sempre “WAO!”.

La taglia? E’ solo un numero.

oltre i canoni di bellezza: siamo #bellevere

La mia mattinata è molto semplice e abitudinaria.
Il caffè è il centro di tutto e, oltre ad essere la mia colazione, per me è anche un momento social.
Instagram e Facebook accompagnano l’attesa della mia dose mattutina di caffeina e, mentre sorseggio innumerevoli tazze di caffè, sbircio post e foto.

Qualche giorno fa, tuttavia, la mattina si è rivelata un po’ più amara delle altre.
Una fotografia condivisa da Elisa d’Ospina ha catturato la mia attenzione: la foto ritraeva una ragazza in costume con scritto ”Per la Milano fashion Week l’agenzia mi ha chiesto di perdere un’altra taglia. Quindi Fan**lo”.

Ho sgranato gli occhi perché non volevo crederci e ho esordito con “Che cosa?!”.

Nel suo post Elisa spiegava la situazione: vi riporto direttamente le parole da lei scritte perché la dote della sintesi non mi appartiene: “Ilaria è troppo grassa per sfilare. Per la settimana della moda milanese le han chiesto di perdere una taglia. È alta 181 cm, taglia 42 e come vedete è già sottopeso. Care agenzie sappiate che vi stiamo scatenando addosso l’inferno.”

Premetto che sono solo un puntino in questo pianeta abitato da più di 7 miliardi di persone, ma la ragazza in questione avrà i miei stessi anni, se non di meno, come me ha l’energia che solo a quest’età si possiede (non me ne vogliano le persone con qualche anno in più) e, se penso alla delusione e alla rabbia che lei ha dovuto provare, mi amareggio.

Mi sembra alquanto stupido limitare tutto ad un numero scritto sul cartellino di un vestito.

Come abbiamo scritto noi Fanfarlo in un post su Facebook: “Ci dicono che esiste solo la taglia 42, ma noi siamo convinte che le forme dei nostri corpi raccontino una storia: la nostra. Vogliono dare una misura persino ai nostri sogni ma noi sappiamo che le nostre anime non hanno perimetro”.

Io voglio raccontarmi a prescindere dalla mia taglia, a prescindere dal mio peso.
Il mio corpo è il contenitore della me più vera, a volte ingabbiata e incastrata in un canone di bellezza troppo rigido che non le appartiene, ma è la parte di me che voglio arrivi agli altri.

Non voglio che le persone si limitino a vedermi come un corpo imperfetto: forse è così che lo vedono in molti (bassa, tonda, con delle tette poco tette e con un culo che forse è un po’ troppo culo) ma il mio corpo per troppo tempo è stato un limite. E sapete perché?
Perché io stessa aspiravo a una forma fisica che potesse rispettare tutti quei canoni di bellezza tanto acclamati. Quando uscivo dalla doccia davo le spalle allo specchio perché odiavo quello che vedevo, era una gabbia opprimente, era l’opposto di ciò che volevo essere.

Con il passare degli anni ho accettato sempre di più il mio corpo, e il trucco è proprio questo. 
L’accettazione è la prima fase del cambiamento vero e proprio, un cambiamento interiore che non segue regole, che non ha limiti di età e tempo, il cui fine unico è il benessere fisico e mentale.

Forse vi starete chiedendo il perché di tutta questa pappardella (ve l’ho detto che sono logorroica?).
La risposta è semplice: leggendo di questa vicenda mi sono ricordata di alcuni momenti per me molto difficili e di come troppe volte mi sono sentita a disagio per colpa del mio corpo, di come ho cercato di annullare la me più vera per apparire perfetta.
Dopo molti sforzi alla fine ho capito che sono i miei occhi sorridenti che conquistano e non la mia taglia, che alla fine è solo un banale, insipido numero.

Maternità e lavoro: si può fare (senza superpoteri)!

maternità e lavoro

Sono una donna e ho deciso che, nella mia vita, voglio avere una famiglia.

Entrata nel mio 30° anno di età, sento il desiderio di maternità sempre più forte: lo sento come MIO desiderio di donna, di vita, bussa forte e mi dice “dai che sei pronta!” e lo avverto anche e soprattutto grazie al fatto che ho accanto la persona che desidero condivida il mio patrimonio genetico con la mia futura figlia (perché dev’essere femmina, ovviamente).

Questa mia scelta può essere o meno condivisibile, può essere o meno la normalità, fatto sta che è e resta una MIA decisione.

Ci sono donne che non sentono la maternità come parte del loro essere, non sentono il bisogno di mettere al mondo una creatura e ritengo anche questa una libera scelta personale di vita: non è un problema, non è anormalità.

Così come credo che quelle che decidono di far figli non siano più donne delle precedenti:  diventare madre non significa essere più donna.

Mi capita di sentire parlare donne che hanno anteposto la propria carriera alla famiglia e, al contrario, molte altre che hanno abbandonato il proprio lavoro per dedicarsi anima e corpo a quest’ultima; ma la maggior parte delle mamme riescono a dividersi tra i due ruoli senza per questo togliere troppo né ad uno né all’altro.

Insomma, delle Wonder Woman che tra 4/8 ore di lavoro, i compiti, il calcetto, le lavatrici e le cene riescono a portare avanti la propria vita.

Ritengo che ognuna di queste scelte abbia comportato del tempo, delle riflessioni e considerazioni anche e soprattutto economiche.

Le donne che si dedicano al lavoro con dei figli a casa, lo fanno spesso perché non possono permettersi di non ricevere uno stipendio a fine mese, ma lo fanno anche per non perdere la propria integrità, la propria indipendenza ed il proprio IO.

Le donne che si dedicano alla casa e ai figli non lo fanno tutte perché “possono permetterselo” ma ci sono casi in cui rinunciare il lavoro significa risparmiare (lo stipendio a volte non copre le spese di viaggio e baby sitter) oppure perché semplicemente un lavoro non c’è.

Qualsiasi sia la tua situazione, se sei o non sei dentro a questa serie di classificazioni, non puoi rimanere indifferente alle affermazioni contenute in un articolo scritto dal “signor” Feltri Vittorio, niente popò di meno che il direttore della testata Libero, che sul suo giornale scrive il 21 Gennaio le sue considerazioni in merito ai compensi delle donne-madri.

In qualità di DONNA, indipendentemente o meno dal mio desiderio di maternità, mi sento profondamente offesa e schifata da quanto pubblicato.

Riporto alcuni punti interessanti per chi non avesse la voglia di leggersi l’articolo (non vi biasimo!):

Purtroppo però succede che le ragazze, a un certo punto della vita, si sposino e mettano al mondo dei figli, pertanto rimangano a casa in maternità.

…è assurdo asserire che le signore guadagnino di meno, semmai lavorano di meno ed è normale  che abbiano una busta paga più magra.

Non esiste soluzione per una parificazione degli emolumenti (…) La natura non è democratica, lo vogliamo capire oppure no?

Le donne che pretendono di avere lo stesso stipendio degli uomini hanno una sola via d’uscita: evitino di sposarsi e di diventare madri ad ogni costo (…)

E con questo mi fermo, perché credo sia sufficiente a far girare lo stomaco (e sono educata) ad ogni donna e, mi auguro, a diversi uomini.

Riporto anche un simpatico commento letto sotto l’articolo in questione:

Feltri, vuole far adirare le femministe? Non sa che sono molto allergiche al buon senso?

Non mi ritengo una “veterofemminista integralista” e di allergie ne ho tante: in particolare quella alla STUPIDITA’ umana.

Quindi, cari i miei “feltri”: se avete un cervello, e non lo utilizzate, se avete delle dita, e le usate malamente, se avete studiato, praticato sport, sfoggiato abiti e accessori, se RESPIRATE non è solo grazie al singolo spermatozoo che ha (purtroppo) vinto una gara, ma perché c’è stata una DONNA che vi ha portati in grembo per 9 mesi, che vi ha cresciuto e ha fatto una serie di sacrifici di cui non potete immaginare la grandezza.

Grandezza probabilmente paragonabile alla vastità del CAXXO che ce ne frega delle vostre ridicole considerazioni.