La taglia? E’ solo un numero.

oltre i canoni di bellezza: siamo #bellevere

La mia mattinata è molto semplice e abitudinaria.
Il caffè è il centro di tutto e, oltre ad essere la mia colazione, per me è anche un momento social.
Instagram e Facebook accompagnano l’attesa della mia dose mattutina di caffeina e, mentre sorseggio innumerevoli tazze di caffè, sbircio post e foto.

Qualche giorno fa, tuttavia, la mattina si è rivelata un po’ più amara delle altre.
Una fotografia condivisa da Elisa d’Ospina ha catturato la mia attenzione: la foto ritraeva una ragazza in costume con scritto ”Per la Milano fashion Week l’agenzia mi ha chiesto di perdere un’altra taglia. Quindi Fan**lo”.

Ho sgranato gli occhi perché non volevo crederci e ho esordito con “Che cosa?!”.

Nel suo post Elisa spiegava la situazione: vi riporto direttamente le parole da lei scritte perché la dote della sintesi non mi appartiene: “Ilaria è troppo grassa per sfilare. Per la settimana della moda milanese le han chiesto di perdere una taglia. È alta 181 cm, taglia 42 e come vedete è già sottopeso. Care agenzie sappiate che vi stiamo scatenando addosso l’inferno.”

Premetto che sono solo un puntino in questo pianeta abitato da più di 7 miliardi di persone, ma la ragazza in questione avrà i miei stessi anni, se non di meno, come me ha l’energia che solo a quest’età si possiede (non me ne vogliano le persone con qualche anno in più) e, se penso alla delusione e alla rabbia che lei ha dovuto provare, mi amareggio.

Mi sembra alquanto stupido limitare tutto ad un numero scritto sul cartellino di un vestito.

Come abbiamo scritto noi Fanfarlo in un post su Facebook: “Ci dicono che esiste solo la taglia 42, ma noi siamo convinte che le forme dei nostri corpi raccontino una storia: la nostra. Vogliono dare una misura persino ai nostri sogni ma noi sappiamo che le nostre anime non hanno perimetro”.

Io voglio raccontarmi a prescindere dalla mia taglia, a prescindere dal mio peso.
Il mio corpo è il contenitore della me più vera, a volte ingabbiata e incastrata in un canone di bellezza troppo rigido che non le appartiene, ma è la parte di me che voglio arrivi agli altri.

Non voglio che le persone si limitino a vedermi come un corpo imperfetto: forse è così che lo vedono in molti (bassa, tonda, con delle tette poco tette e con un culo che forse è un po’ troppo culo) ma il mio corpo per troppo tempo è stato un limite. E sapete perché?
Perché io stessa aspiravo a una forma fisica che potesse rispettare tutti quei canoni di bellezza tanto acclamati. Quando uscivo dalla doccia davo le spalle allo specchio perché odiavo quello che vedevo, era una gabbia opprimente, era l’opposto di ciò che volevo essere.

Con il passare degli anni ho accettato sempre di più il mio corpo, e il trucco è proprio questo. 
L’accettazione è la prima fase del cambiamento vero e proprio, un cambiamento interiore che non segue regole, che non ha limiti di età e tempo, il cui fine unico è il benessere fisico e mentale.

Forse vi starete chiedendo il perché di tutta questa pappardella (ve l’ho detto che sono logorroica?).
La risposta è semplice: leggendo di questa vicenda mi sono ricordata di alcuni momenti per me molto difficili e di come troppe volte mi sono sentita a disagio per colpa del mio corpo, di come ho cercato di annullare la me più vera per apparire perfetta.
Dopo molti sforzi alla fine ho capito che sono i miei occhi sorridenti che conquistano e non la mia taglia, che alla fine è solo un banale, insipido numero.

Maternità e lavoro: si può fare (senza superpoteri)!

maternità e lavoro

Sono una donna e ho deciso che, nella mia vita, voglio avere una famiglia.

Entrata nel mio 30° anno di età, sento il desiderio di maternità sempre più forte: lo sento come MIO desiderio di donna, di vita, bussa forte e mi dice “dai che sei pronta!” e lo avverto anche e soprattutto grazie al fatto che ho accanto la persona che desidero condivida il mio patrimonio genetico con la mia futura figlia (perché dev’essere femmina, ovviamente).

Questa mia scelta può essere o meno condivisibile, può essere o meno la normalità, fatto sta che è e resta una MIA decisione.

Ci sono donne che non sentono la maternità come parte del loro essere, non sentono il bisogno di mettere al mondo una creatura e ritengo anche questa una libera scelta personale di vita: non è un problema, non è anormalità.

Così come credo che quelle che decidono di far figli non siano più donne delle precedenti:  diventare madre non significa essere più donna.

Mi capita di sentire parlare donne che hanno anteposto la propria carriera alla famiglia e, al contrario, molte altre che hanno abbandonato il proprio lavoro per dedicarsi anima e corpo a quest’ultima; ma la maggior parte delle mamme riescono a dividersi tra i due ruoli senza per questo togliere troppo né ad uno né all’altro.

Insomma, delle Wonder Woman che tra 4/8 ore di lavoro, i compiti, il calcetto, le lavatrici e le cene riescono a portare avanti la propria vita.

Ritengo che ognuna di queste scelte abbia comportato del tempo, delle riflessioni e considerazioni anche e soprattutto economiche.

Le donne che si dedicano al lavoro con dei figli a casa, lo fanno spesso perché non possono permettersi di non ricevere uno stipendio a fine mese, ma lo fanno anche per non perdere la propria integrità, la propria indipendenza ed il proprio IO.

Le donne che si dedicano alla casa e ai figli non lo fanno tutte perché “possono permetterselo” ma ci sono casi in cui rinunciare il lavoro significa risparmiare (lo stipendio a volte non copre le spese di viaggio e baby sitter) oppure perché semplicemente un lavoro non c’è.

Qualsiasi sia la tua situazione, se sei o non sei dentro a questa serie di classificazioni, non puoi rimanere indifferente alle affermazioni contenute in un articolo scritto dal “signor” Feltri Vittorio, niente popò di meno che il direttore della testata Libero, che sul suo giornale scrive il 21 Gennaio le sue considerazioni in merito ai compensi delle donne-madri.

In qualità di DONNA, indipendentemente o meno dal mio desiderio di maternità, mi sento profondamente offesa e schifata da quanto pubblicato.

Riporto alcuni punti interessanti per chi non avesse la voglia di leggersi l’articolo (non vi biasimo!):

Purtroppo però succede che le ragazze, a un certo punto della vita, si sposino e mettano al mondo dei figli, pertanto rimangano a casa in maternità.

…è assurdo asserire che le signore guadagnino di meno, semmai lavorano di meno ed è normale  che abbiano una busta paga più magra.

Non esiste soluzione per una parificazione degli emolumenti (…) La natura non è democratica, lo vogliamo capire oppure no?

Le donne che pretendono di avere lo stesso stipendio degli uomini hanno una sola via d’uscita: evitino di sposarsi e di diventare madri ad ogni costo (…)

E con questo mi fermo, perché credo sia sufficiente a far girare lo stomaco (e sono educata) ad ogni donna e, mi auguro, a diversi uomini.

Riporto anche un simpatico commento letto sotto l’articolo in questione:

Feltri, vuole far adirare le femministe? Non sa che sono molto allergiche al buon senso?

Non mi ritengo una “veterofemminista integralista” e di allergie ne ho tante: in particolare quella alla STUPIDITA’ umana.

Quindi, cari i miei “feltri”: se avete un cervello, e non lo utilizzate, se avete delle dita, e le usate malamente, se avete studiato, praticato sport, sfoggiato abiti e accessori, se RESPIRATE non è solo grazie al singolo spermatozoo che ha (purtroppo) vinto una gara, ma perché c’è stata una DONNA che vi ha portati in grembo per 9 mesi, che vi ha cresciuto e ha fatto una serie di sacrifici di cui non potete immaginare la grandezza.

Grandezza probabilmente paragonabile alla vastità del CAXXO che ce ne frega delle vostre ridicole considerazioni.

Vincere la timidezza grazie al Burlesque

Burlesque e timidezza

“Ma cosa sono quelle foto dove sei tutta carina?”.
Faccio Burlesque!”.
Te? Che diventi rossa se devi parlare con qualcuno che non conosci?”.
“SI”.
“Che bello!”.
“SI”.

Sono proprio io, quella insicura, timida, introversa e con qualche tendenza ossessivo compulsiva
Ho cominciato un percorso che non avrei mai pensato di intraprendere.
Eccomi all’improvviso indossare vestitini e gonne un po’ vintage anche per buttare la spazzatura, dopo aver passato l’adolescenza indossando vestiti maschili oversize.
Sembra quasi incredibile: fino a qualche tempo fa, in quelle rare giornate passate al mare, ero una di quelle persone in pantaloncini e canotta anche in spiaggia. Ora invece mi capita di ritrovarmi in mutande e pasties sopra un palcoscenico.
Ancora non ho capito come sia possibile, ma sono davvero entusiasta di questa cosa, il Burlesque, un mondo che mi affascina, intriga ed attrae, “un’arte che ruba a tutte le arti” che come me “vive di contaminazioni”, una cosa che mi fa sentire una figa, che mi fa sentire impacciata ma allo stesso tempo una persona fiera di se stessa e del suo stile.

Il Burlesque per me è un gran casino di emozioni e sentimenti, ma  nel quale ritrovo il mio spazio e il mio equilibrio e, a volte, quasi me stessa.

Essere sicura, estroversa ed espansiva non è da me, ma ho capito che l’insicurezza, la timidezza e l’introversione sono una parte di me, come lo sono le mie ginocchia, il mio ombelico e le mie labbra.
A volte queste parti di me sono un facile muro dietro il quale nascondersi, a volte sono un ostacolo che può essere anche interessante e stimolante.

Ma io ho trovato qualcosa che mi rende libera, felice, consapevole e, se mi lascio andare, divertita; un qualcosa che mi irrobustisce l’autostima e mi insegna a prendermi e farmi prendere in giro, mi fa sentire femminile, sensuale e spesso mi da anche la possibilità di uccidere qualcuno (*hey, non spaventatevi: uccido solo quando sono sul palcoscenico e tengo una pistola di plastica infilata nel reggicalze ;)).

Io non so se per te sarà la pesca con la mosca, il Wing Chun, la scrittura creativa o il circolo dell’uncinetto, ma ti auguro di trovare qualcosa che ti appassioni davvero, che ti dia la possibilità di essere te stessa/o, o che ti aiuti a trovare anche solo una parte di te.
Io ho trovato il Burlesque e non potrei essere più felice di sentire quel senso di agitazione prima di ogni esibizione, quella voglia di correre a casa e nascondermi sotto alle coperte che, immancabilmente, svanisce nel momento in cui salgo sul palco, e non vorrei essere da nessun’altra parte se non esattamente lì dove sono.

 

Empowerment: una parola, tante storie

[:it]Empowerment e burlesque[:]

La parola “empowerment” nei miei studi di quasi pedagogista, ha sempre significato dedicarsi all’altro per poterlo aiutare a scoprirsi e a capire quanto vale, quindi ad emanciparsi.
Sono sempre stata una ragazza attenta al benessere altrui, tanto da scegliere di fare di questa mia predisposizione la mia professione.

Ma chi si sarebbe occupato di me quando ne avrei avuto bisogno?

Questa domanda non me la ero mai posta fino a qualche tempo fa, quando ho deciso di intraprendere un percorso di conoscenza di me stessa che, fortunatamente, sta durando tutt’ora.
Fino a Settembre dell’anno scorso infatti, se mi aveste conosciuta, avreste avuto l’impressione di aver davanti una persona completamente insicura di sé. Ovviamente la situazione è andata migliorando ma non è del tutto risolta: resto sempre quella che prima di un esame si fa mille paranoie e che ha paura di parlare chiaramente per non ferire l’altro, ma ci sto lavorando.
Cos’è cambiato da Settembre 2016 ad oggi? Tante cose, ma sicuramente quelle che hanno influito di più sulla mia “rinascita”, sono state un percorso interiore e l’incontro del magico mondo del Burlesque.

Sì avete capito bene, il Burlesque, “l’arte che ruba da tutte le arti”, scoperto per caso e amato fin da subito.
Non nego che le lezioni iniziali mi abbiano messo a dura prova per la vergogna che avevo di mostrarmi agli altri, ma con l’aiuto della mia fantastica insegnante e l’appoggio di quelle pazze delle mie compagne di avventura, la situazione è andata migliorando, fino a una “degenerazione” senza dubbio positiva!
In mezzo a paillettes, boa di struzzo, tacchi, vestitini e pasties, ho scoperto una nuova me, più femminile, più frivola ma anche più sicura del suo corpo, corpo che ho iniziato ad apprezzare nonostante qualche chiletto in più.

Poi, alla fine di questo percorso, c’è stato l’appuntamento con il saggio: il timore di mostrarsi in pubblico, l’ansia di sbagliare, ma allo stesso tempo l’eccitazione, sono state il mix perfetto per buttarmi sul palco e fare spettacolo.
Quella sera avevo il cuore a mille, ma più ballavo, più mi sentivo me stessa e libera di esprimermi.

E’ stato in quel momento che ho capito che l’empowerment che ho sempre studiato sui libri, stava entrando a far parte della mia vita.
Da allora infatti ho iniziato a vedermi sotto un’altra prospettiva, e a percepire sicurezza in me stessa, grazie alla quale ho potuto sperimentarmi in esperienze che prima non avrei mai avuto il coraggio di affrontare, come ad esempio uno shooting fotografico. Capite? Io, il brutto anatroccolo quale credevo di essere, ho fatto addirittura un book fotografico e ho ricevuto complimenti, non mi sembra vero!

Per cui a quelli che mi dicono con facce stranite: “Ah quindi fai Burlesque, ma ti spogli?”, adesso ho il coraggio di rispondere in modo fiero “Sì, e se proprio volete saperla tutta, beh, mi diverto anche a farlo!”.[:]

Capodanno in Ecuador, una festa speciale

[:it]Capodanno in Ecuador[:]

L’anno sta per finire e in questi giorni la mia playlist mi rimanda continuamente le note della “cumbia”, un ritmo sudamericano molto popolare in questo periodo.
E cosi la mia mente mi trasporta nei miei luoghi d’origine, a Quito, in Ecuador, dove si stanno già preparando per la festa più grande dell’anno.

Capodanno è la mia festa preferita, è piena di costumi luccicosi, facce colorate e sorrisi ovunque. E’ una festa piena di tradizioni e porta con sé la speranza di un anno migliore.

Già nelle prime ore del 31 di dicembre compaiono sulla strada principale alcuni stand con scenografie giganti e pupazzi alti almeno 2 metri che raccontano gli episodi più distintivi dell’anno che sta finendo: politici, comici, celebrità, perfino squadre di calcio, vengono rappresentati in modo comico. Il Capodanno in Ecuador per certi versi somiglia un po’ al carnevale di Viareggio con i suoi carri allegorici.
Tra gli stand circolano venditori ambulanti con i piatti tipici della città, lasciando nell’aria un profumo che, assieme alle prime stelle scintillanti e ai giochi pirotecnici, danno un’identità alla festa. Poi c’è la gente comune, coloro che amano travestirsi o che semplicemente si divertono a cambiare faccia per un giorno. Si scelgono i personaggi preferiti, cose o animali e ci si traveste in modo originale, senza pensare a “cosa potrebbe pensare la gente”.

La tradizione invita gli uomini a vestirsi da “vedove dell’anno vecchio”, quello che sta per morire e a preparare in famiglia, di fianco ad ogni portone di casa, una piccola scenografia come si fa nella strada principale, ma di dimensioni ridotte.
Le “vedove” chiedono ai passanti (anche fermando le macchine!) un “aiutino” economico, per preparare il funerale e dare sostegno alla famiglia del vecchio anno che parte, lasciandole sole.
Pure un centesimo potrebbe fare la differenza e i “donatori” ricevono in cambio sorrisi e gratitudine da parte di tutti i membri della famiglia che, assieme alla vedova, ballano e cantano.
E se non si lascia niente? Il passante riceve comunque auguri di felicità e tanti sorrisi, perché in questa giornata non c’è spazio per nient’altro che gioia. In questo giorno tutti vanno in giro in allegri costumi augurando a chiunque incontrino solo il meglio per l’anno che deve arrivare.

Capodanno in Ecuador

Quando cala la notte le famiglie si riuniscono a casa di uno dei membri che accoglie tutti, parenti, parenti dei parenti, amici di famiglia e chiunque si trovi da solo per qualsiasi motivo.

Il Capodanno in Ecuador non è solo una festa di famiglia ma di comunità.

Tutti portano qualcosa da mangiare per condividerla con gli altri e tutti partecipano ai preparativi, senza distinzioni, dai più piccoli ai più grandi. C’è la squadra addetta alla musica che dovrà preparare musica per almeno 8 ore di seguito, perché si ballerà fino allo sfinimento. C’è la squadra che si occupa dell’intrattenimento, giochi di ruolo, competizioni, karaoke, poesie e attività per tutti i gusti. C’è la squadra allestimenti, che trasforma un piccolo salotto nel salone principale di un castello incantato.
E c’è, ovviamente, anche la squadra addetta al cibo e alle bevande che calcola l’utilizzo di ogni secondo dell’unico forno per tutte le portate, abbinandole a bibite, cocktail, rum, aguardiente (una specie di grappa derivata dalla canna da zucchero) e whiskey di fine serata.

Dopo la cena, poco prima della mezzanotte, si preparano 12 chicchi di uva (per 12 desideri), lenticchie (per la prosperità), mutande gialle (per la salute), soldi dentro una scarpa (sempre per la prosperità, sai mai che le lenticchie non funzionino) e una valigia con la quale, appena passata la mezzanotte, si correrà nel quartiere per augurarsi un viaggio nell’anno nuovo.

A mezzanotte si dà fuoco al pupazzo che rappresenta il vecchio anno che muore.
Ognuno, scarpe comode ai piedi, dovrà prendere lo slancio e saltare tra le fiamme, così da “superare” e lasciarsi alle spalle i dolori e i fallimenti dell’anno appena trascorso.

Capodanno in Ecuador

Fonte wikimedia

Dopodiché si balla, si balla anche se non si sa ballare, si balla finché le energie non ti abbandonano.
Si balla con gioia perché ogni inizio di anno è una nuova opportunità per ricominciare, per reinventarsi.

Sono queste le immagini che ho nel cuore mentre, nel freddo milanese, il ritmo della cumbia mi trasporta a Quito.
Accendo il caminetto e sorrido pensando al vestito luccicoso che metterò.
Sono certa che, anche se sono lontana migliaia di chilometri da quel posto magico, la gioia si porta dentro di sé e può essere contagiosa per tutti quelli disposti a riceverla, con lo spirito di felicità, famiglia e comunità tipico del Capodanno.[:]

Il colore e il profumo del Natale

[:it]Il profumo del Natale[:]

Sono andata via di casa che avevo 19 anni.  Avevo deciso di abbandonare il mio paesino per andare a vivere in città. Per i miei genitori è stata una tragedia. La prima volta che sono salita sul treno in direzione Pesaro mia mamma piangeva come se stessi partendo per la guerra. Io tra me e me mi chiedevo: “Ma cosa avrà da piagnucolare? Ne ha tre di figli da accudire. E poi non ha imparato a gestire le emozioni quando è andata via di casa la prima figlia?”.

Questi miei pensieri sono finiti tutti nel water dopo qualche giorno dalla mia conquistata libertà. Sentivo che mi mancava qualcosa, che non era tutto bello come pensavo.
Mi mancava essere svegliata da papà. Dovete sapere che papà mi svegliava toccandomi il piede piano piano e, solo quando percepiva un mio movimento come segno di risposta, mi diceva che era ora di alzarmi per andare a scuola.
Mi mancavano i risvegli della mia mamma che, contrariamente a quelli di papà, erano un po’ più rumorosi. Le sue urla arrivavano nitide con una frequenza di 100 decibel (dB) alla mia stanza indipendentemente dal punto di partenza.
Mi mancavano i rimproveri per aver fatto questo o quello.
In soldoni mi mancava la mia famiglia.
Contrariamente a quanto vi aspettate di leggere, non sono tornata a casa piangendo (troppo scontato).
Ho deciso di vivere la città per tutto l’anno senza fare una piega, ma all’avvicinarsi  delle vacanze non pensavo ad altro che a tornare al paesello.

Le mie vacanze pasquali, estive o natalizie iniziavano, come mi faceva notare la mia coinquilina dei tempi, almeno una settimana prima della reale partenza. Piazzavo la valigia giorni prima in mezzo alla stanza in attesa di poterla chiudere e partire.

Tra tutte le vacanze dell’anno quelle che più preferisco sono quelle natalizie.

Il Natale per me è famiglia. In 33 anni non ho mai passato il Natale lontano dai miei.
Non so se è per abitudine imposta o scelta ma sta di fatto che è un’abitudine che non cambierei per niente al mondo, poiché in questo periodo la casa si colora e profuma di qualcosa di speciale.

Le luci scintillanti della vetrata in sala illuminano la stanza, l’albero alto fino al soffitto ruba il posto alle poltrone, le palline e le stelle filanti sovrastano il presepe, i regali animano di festa l’ambiente. Le finestre si colorano del candore della neve, papà è pronto a pulire la lunga scalinata per spianarci l’uscita. Spuntano stivali e orrende scarpe di pelo.

Il profumo del Natale sa di mandarino, del fumo della stufa a legna, del cibo e dei biscotti al burro e inebria ogni stanza. La casa si riempie di gente che viene e che va a qualsiasi ora del giorno.
Ci si ferma a mangiare con cene improvvisate ma sempre ben riuscite.
Il pranzo di Natale rigorosamente a casa dei nonni con tutto il parentado dopo il classico tour a casa di amici e parenti per gli auguri.

Ma la cosa che più adoro del Natale sono le serate passate sul divano tutti e sette insieme appassionatamente. Stretti stretti incastrati per starci tutti mentre vanno le maratone dei film di Harry Potter.

La mia casa a Natale si colora di parole e si riempie di caldi discorsi.
È così che ho sempre vissuto il Natale ed è così che spero di continuare a viverlo.

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Non so se voglio essere madre

[:it]Non so se voglio essere madre.[:]

Ho trentun’anni, un marito, due gatti, una bella casa e non so se voglio essere madre.

Sono sposata da 411 giorni esatti e ho detto “sì, lo voglio” davanti all’uomo che amo e ad un’eccentrica impiegata comunale incredibilmente somigliante a Stevie Nicks dei Fleetwood Mac.

Non è stato “il giorno più bello”, anzi: praticamente ho messo una firma su un foglio e poi mi sono ritrovata ad essere l’unica vestita di bianco nel mezzo dell’isteria collettiva di un carrozzone pantagruelico.

I miei “giorni più belli” sono stati altri.
Quando abbiamo visto l’Everest per la prima volta, mano nella mano ad oltre 3000 metri ed eravamo sporchi ed esausti e senza fiato ma con quella montagna enorme negli occhi ci siamo sentiti davvero indispensabili l’uno per l’altra; quando ci siamo dati il primo di una lunga serie di baci ed eravamo emozionatissimi e maldestri e non sapevamo dove mettere le due pinte di birra che ostinatamente tenevamo in mano… ecco quando ci siamo sposati davvero.

Il mio matrimonio è stato un giorno come gli altri, forse un filo più incasinato e stancante e pieno ma tuttavia qualcosa, nella percezione che le altre persone hanno di me, da allora dev’essere cambiato.

Da quando ho la fede al dito il mio utero e le mie ovaie sono diventate praticamente delle rockstar, sempre al centro di un’attenzione costante. “Allora, questo bambino?” è la domanda che mi viene posta circa dieci volte al mese da familiari, amici, conoscenti, gente che avrò visto sì e no due volte nella mia vita e di cui a stento riconosco i connotati.

Una sera, durante una cena tra amici, una coetanea già madre mi chiese con un candore davvero spiazzante come mai io non sentissi il bisogno impellente di riprodurmi. “Non lo so” le risposi, “al momento stiamo bene così… non so se voglio essere madre”.
Lo sguardo che mi diede come risposta era un misto di commiserazione e di triste disprezzo. “Ma essere madre è la cosa più bella e naturale del mondo, siamo nate per questo”.

Ogni volta che mi viene chiesto “Allora, questo bambino?”, qualcosa dentro di me si contrae e vorrei a quel punto sedermi e accendere una sigaretta, per spiegare con calma che non so se voglio essere madre, che convivo con un disturbo di personalità per cui potrei effettivamente non essere in grado di prendermi cura di un infante, che al momento ho la testa impegnata in progetti diversi, che vorrei salire sull’Annapurna, che la domanda è indelicata e sottintende il fatto che io sia una donna progettata male, priva dello scopo primigenio e quindi di un fine esistenziale, che preferirei un semplice “come stai?” piuttosto che un quesito così intimo, che una donna ha dentro un mondo, oltre che un apparato riproduttivo e appellarsi alle leggi di natura al giorno d’oggi è mera retorica e che comunque, alla fine, sono solo cazzi miei.

Non so cosa succederà domani, so solo che non so se voglio essere madre. Magari il mio ipotalamo comincerà a sparare ossitocina in giro per il cervello e deciderò di diventare mamma in quindici minuti, oppure no e continuerò a vivere la mia vita come adesso.

Quello che so per certo, tuttavia, è che dovrò continuare a rispondere ad altri del mio utero, quasi fosse una colpa essere ancora “vuota” dopo il matrimonio.
“La natura rifugge il vuoto” diceva Aristotele ma io, di fronte al vostro horror vacui, orgogliosa faccio spallucce. 

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Cara Pandora LeFanfarlo ti scrivono.

Tutto è nato per caso, da una discussione sorta nella chat di LeFanfarlo in cui si faceva riferimento a un ancora ipotetico manifesto di Pandora avvistato nella metro di Milano.
“Sarà un fake, non è possibile!”, questa è stata la prima reazione.
Subito dopo, la nostra Laki Hancock in modalità Mata Hari, nei pressi del Duomo ha scattato la foto che ha fatto il giro del web.
Era tutto vero!
Abbiamo scritto un post su Facebook con la foto del manifesto incriminato e da qui è nato un tam tam di commenti, condivisioni, reazioni che ha sorpreso anche noi e che ha confermato che la gran parte delle persone in fondo condivideva le nostre stesse perplessità.
Il punto è che questa pubblicità gioca in modo assolutamente maldestro con gli stereotipi, risultando alla fine offensiva sia per le donne che per gli uomini: i primi ne vengono fuori come dei tontoloni, incapaci di scegliere il regalo giusto per la propria compagna e con una visione della donna del secolo scorso; alle seconde non rimane che scegliere tra ferri da stiro, grembiuli, pigiami e braccialetti.

Un risultato infelice

Indipendentemente dalla buona o cattiva fede nella costruzione del copy, certo il risultato è stato decisamente infelice: è una spintarella sul gomito dell’italiano medio, un gioco poco originale che pesca in un immaginario troppo vecchio per essere simpatico e non fa altro che lasciare tutti attoniti e con un po’ di amaro in bocca.
L’ironia (e l’autoironia) sono strumenti meravigliosi e potenti, che amiamo alla follia, ma vanno usati nel modo corretto.
Il fatto stesso che questo manifesto sia arrivato alla maggior parte delle persone in modo contrario alla dichiarata intenzione originaria, ci fa capire che è stato concepito male. Non esistono “tabù comunicativi”, esiste solo un modo intelligente di usare un mezzo potente e in grado, se ben usato, di produrre dei veri e propri cambiamenti sociali.

Stereotipi e altre creature

Noi non vediamo un ferro da stiro o un grembiule come simboli del male, ma il fatto che nel nostro paese circa il 50% della popolazione è convinta che gli uomini siano meno adatti delle donne ad occuparsi delle faccende domestiche, ci dà il metro dell’influenza di questi stereotipi. Quindi è comprensibile che questo modo di fare ironia ci faccia accapponare la pelle.

Il punto è che gli stereotipi di genere ci perseguitano da quando eravamo girini. Appena scoperto il nostro sesso, la cameretta dove dormiremo verrà probabilmente tinta di lilla. Riceveremo in dono abitini rosa e bambole. E forse anche un ferro da stiro di plastica. Oppure una cucina. Tutti daranno per scontata una sola modalità di essere donna senza valutare la dimensione individuale.

Veniamo incastrate in un ruolo ancora prima di nascere.

Il valore delle differenze

Le Fanfarlo, come molte donne, sono stanche di sentirsi dire ciò che devono essere o ciò che devono desiderare, perché ognuna di noi è speciale, preziosa e peculiare.

La nostra Ivy La Morgue, ad esempio, ama scalare le montagne. Laki Hancock è bravissima con il computer e lavora in campo informatico. Coco Champagne alleva giovani menti  facendo la maestra. SugarShy Killah colleziona teschi. Lisa Dalla Via adora correre con le auto in pista e così via. Ognuna ha la sua meravigliosa e variopinta peculiarità.

Il nostro genere è solo una parte di noi, ma non ci definisce come persone.

Desiderata

E ora ve lo possiamo dire: sotto l’albero LeFanfarlo vogliono trovare rispetto, libertà e orgasmi multipli.
Basta stereotipi o ironia logora, per piacere. Di regali così ne abbiamo scartati già abbastanza.

 

Memorie del mio primo shooting

Nella vita capitano giornate incredibili, di quelle che ti lasciano senza fiato, che fai fatica a esprimere a parole, che ti travolgono con un caleidoscopio di emozioni: terrore e gioia, eccitazione e ansia: il mio primo shooting, quello per Le Fanfarlo.

Sei lì, in teoria a fare un semplice shooting, ma in realtà sei di fronte ai tuoi mostri e ti senti nuda (e in parte lo sei anche!), indifesa, nonostante nella vita reale ti senta una guerriera!

E proprio davanti all’obiettivo, ecco che si stagliano i tuoi demoni, in fila per due, col resto di quattro: “sembro troppo alta, ho le gambe troppo lunghe, il mio culo sembra enorme, non so dove mettere le mani, dove guardo? cosa faccio? mi si vede la pancetta (in realtà fai fatica anche a respirare perché sei compressa in uno stringivita vittoriano che ti invidierebbe anche Emily Brontë), ohmmmiodddioooo ho un sorriso di plastica…”

Per fortuna c’è Ermanno, il fotografo, un uomo dalla sensibilità straordinaria, ti sorride e, pazientemente, cerca in tutti i modi di metterti a tuo agio, per quanto tu possa sentirti a tuo agio in una situazione magica e surreale al tempo stesso: luci, cameraman, fotografi …

Tra uno scatto e l’altro, ti fai avvolgere dalla solidarietà femminile, che ormai credevi estinta. Ti ritrovi con le tue compagne Geishe a scambiarti abiti, sottogonne, culotte, abbracci e incoraggiamenti, sorseggiando uno spritz abusivo e sgranocchiando sandwich preparati dall’ incomparabile “Geisho” (il marito di una delle geishe, una delle nostre quote azzurre ;)).

Le Dive Pulcine ti contagiano con la loro allegria esplosiva, sempre alla ricerca di un angolino per farsi un selfie di gruppo; le Pin Up sfoggiano senza presunzione la loro sofisticata allure retro, capitanate da Miss Sorriso (ehm… no, non si sta parlando del suo viso,  lei riesce a sorridere con un’altra parte del corpo…) che dirige tutte, aggiustando pieghe e ruches del tutù per la foto di rito “culo di pavone”, che esprime al meglio il nostro tratto distintivo: ironia e bellezza in tutte le sue forme.

Tra abiti, tulle, strass e corsetti sgambetta felice la piccola Mascotte, Maddy, mia figlia, coccolata da truccatrici e fotografi, che si è portata più cambi di noi e posa con spontaneità: è lei la vera diva!

Tutto sotto la supervisione delle efficienti e splendide Colonnelle, le due “esperte” del gruppo che da più tempo sono entrate nel tunnel del burlesque.

E infine c’è Lei, che sembra fluttuare leggiadra in mezzo a questo caos, la Teacher, che con la faccia seria seria di chi sta per svelarti l’ennesimo segreto di Fatima, ti sussurra: “Sei fighissima!” e ti ricorda che il tuo fascino risiede proprio nella tua seducente imperfezione e, frustino in mano, ti incita ad affrontare le tue paure, le insicurezze, e ti aiuta a tirar fuori quello che in realtà è già dentro di te, ma ancora inespresso, in potenza, come direbbe Aristotele.

Perché è questa la vera sfida della vita, poter esprimere liberamente ciò che si è davvero, quello che si sente dentro, anche se è un’alchimia di apparenti contraddizioni.

Il mio modo di essere donna

Avevo circa 10 anni quando chiesi a mia madre perché non potevo ricevere per regalo anche io una pistola giocattolo come i miei cugini. La risposta mi infastidì molto “Sei femmina, e le bambine giocano con le bambole, assumono un linguaggio appropriato e non picchiano i compagnetti”.

Durante la mia infanzia fingevo di trovare piacere a stare con le amichette, ma non mi sentivo al mio posto: io amavo correre, andare in bici, giocare a fare la guerra, picchiarmi con gli altri bambini, e trovavo noiose le mie compagnette che piangevano in continuazione.

Crescendo dissi a mia madre che volevo continuare gli studi in un istituto tecnico. Lei ci rimase male, continuava a dirmi che un istituto magistrale sarebbe stato più “appropriato” per una donna.
Fu una lotta, ma alla fine la spuntai.

La mia vita iniziava a cambiare,  finalmente potevo essere me stessa, ero circondata da uomini e la cosa mi entusiasmava: con loro potevo parlare di computer, videogiochi, sport…

Purtroppo l’entusiasmo era destinato a finire presto: percepivo dei cambiamenti in me, il mio corpo era diverso, le forme si accentuavano, i lineamenti erano più delicati. Sentivo l’esigenza di confrontarmi con le poche amiche che avevo.

Spesso mi ritrovavo a passare ore davanti allo specchio per decidere il vestito adatto, quello che mi faceva sentire bella. Feci crescere i capelli. Scoprii l’effetto del trucco. Ero desiderosa di essere notata.

Capii di essermi innamorata per la prima volta.

Ad oggi mi rendo conto che lo stereotipo della donna che gioca con le bambole, sogna di sposare il principe azzurro e vive per la famiglia, ci viene inculcato da piccoli. Cresciamo con l’idea che essere donne implichi sacrificio.

Ma da piccoli non siamo né donne e né uomini, siamo solo bambini. Il tempo per scoprire la sessualità arriverà al momento giusto.

Uscire dagli schemi, non mi ha reso meno donna, mi ha reso forte.

Quindi, donne, non abbiate paura di mostrarvi alla società così come siete.
Se volete andare in moto compratela, se vi piace il calcio, giocateci. Il mondo è anche nostro e dobbiamo viverlo come più ci aggrada.

Sono donna e sono felice di esserlo.