Capodanno in Ecuador, una festa speciale

[:it]Capodanno in Ecuador[:]

L’anno sta per finire e in questi giorni la mia playlist mi rimanda continuamente le note della “cumbia”, un ritmo sudamericano molto popolare in questo periodo.
E cosi la mia mente mi trasporta nei miei luoghi d’origine, a Quito, in Ecuador, dove si stanno già preparando per la festa più grande dell’anno.

Capodanno è la mia festa preferita, è piena di costumi luccicosi, facce colorate e sorrisi ovunque. E’ una festa piena di tradizioni e porta con sé la speranza di un anno migliore.

Già nelle prime ore del 31 di dicembre compaiono sulla strada principale alcuni stand con scenografie giganti e pupazzi alti almeno 2 metri che raccontano gli episodi più distintivi dell’anno che sta finendo: politici, comici, celebrità, perfino squadre di calcio, vengono rappresentati in modo comico. Il Capodanno in Ecuador per certi versi somiglia un po’ al carnevale di Viareggio con i suoi carri allegorici.
Tra gli stand circolano venditori ambulanti con i piatti tipici della città, lasciando nell’aria un profumo che, assieme alle prime stelle scintillanti e ai giochi pirotecnici, danno un’identità alla festa. Poi c’è la gente comune, coloro che amano travestirsi o che semplicemente si divertono a cambiare faccia per un giorno. Si scelgono i personaggi preferiti, cose o animali e ci si traveste in modo originale, senza pensare a “cosa potrebbe pensare la gente”.

La tradizione invita gli uomini a vestirsi da “vedove dell’anno vecchio”, quello che sta per morire e a preparare in famiglia, di fianco ad ogni portone di casa, una piccola scenografia come si fa nella strada principale, ma di dimensioni ridotte.
Le “vedove” chiedono ai passanti (anche fermando le macchine!) un “aiutino” economico, per preparare il funerale e dare sostegno alla famiglia del vecchio anno che parte, lasciandole sole.
Pure un centesimo potrebbe fare la differenza e i “donatori” ricevono in cambio sorrisi e gratitudine da parte di tutti i membri della famiglia che, assieme alla vedova, ballano e cantano.
E se non si lascia niente? Il passante riceve comunque auguri di felicità e tanti sorrisi, perché in questa giornata non c’è spazio per nient’altro che gioia. In questo giorno tutti vanno in giro in allegri costumi augurando a chiunque incontrino solo il meglio per l’anno che deve arrivare.

Capodanno in Ecuador

Quando cala la notte le famiglie si riuniscono a casa di uno dei membri che accoglie tutti, parenti, parenti dei parenti, amici di famiglia e chiunque si trovi da solo per qualsiasi motivo.

Il Capodanno in Ecuador non è solo una festa di famiglia ma di comunità.

Tutti portano qualcosa da mangiare per condividerla con gli altri e tutti partecipano ai preparativi, senza distinzioni, dai più piccoli ai più grandi. C’è la squadra addetta alla musica che dovrà preparare musica per almeno 8 ore di seguito, perché si ballerà fino allo sfinimento. C’è la squadra che si occupa dell’intrattenimento, giochi di ruolo, competizioni, karaoke, poesie e attività per tutti i gusti. C’è la squadra allestimenti, che trasforma un piccolo salotto nel salone principale di un castello incantato.
E c’è, ovviamente, anche la squadra addetta al cibo e alle bevande che calcola l’utilizzo di ogni secondo dell’unico forno per tutte le portate, abbinandole a bibite, cocktail, rum, aguardiente (una specie di grappa derivata dalla canna da zucchero) e whiskey di fine serata.

Dopo la cena, poco prima della mezzanotte, si preparano 12 chicchi di uva (per 12 desideri), lenticchie (per la prosperità), mutande gialle (per la salute), soldi dentro una scarpa (sempre per la prosperità, sai mai che le lenticchie non funzionino) e una valigia con la quale, appena passata la mezzanotte, si correrà nel quartiere per augurarsi un viaggio nell’anno nuovo.

A mezzanotte si dà fuoco al pupazzo che rappresenta il vecchio anno che muore.
Ognuno, scarpe comode ai piedi, dovrà prendere lo slancio e saltare tra le fiamme, così da “superare” e lasciarsi alle spalle i dolori e i fallimenti dell’anno appena trascorso.

Capodanno in Ecuador

Fonte wikimedia

Dopodiché si balla, si balla anche se non si sa ballare, si balla finché le energie non ti abbandonano.
Si balla con gioia perché ogni inizio di anno è una nuova opportunità per ricominciare, per reinventarsi.

Sono queste le immagini che ho nel cuore mentre, nel freddo milanese, il ritmo della cumbia mi trasporta a Quito.
Accendo il caminetto e sorrido pensando al vestito luccicoso che metterò.
Sono certa che, anche se sono lontana migliaia di chilometri da quel posto magico, la gioia si porta dentro di sé e può essere contagiosa per tutti quelli disposti a riceverla, con lo spirito di felicità, famiglia e comunità tipico del Capodanno.[:]

Il colore e il profumo del Natale

[:it]Il profumo del Natale[:]

Sono andata via di casa che avevo 19 anni.  Avevo deciso di abbandonare il mio paesino per andare a vivere in città. Per i miei genitori è stata una tragedia. La prima volta che sono salita sul treno in direzione Pesaro mia mamma piangeva come se stessi partendo per la guerra. Io tra me e me mi chiedevo: “Ma cosa avrà da piagnucolare? Ne ha tre di figli da accudire. E poi non ha imparato a gestire le emozioni quando è andata via di casa la prima figlia?”.

Questi miei pensieri sono finiti tutti nel water dopo qualche giorno dalla mia conquistata libertà. Sentivo che mi mancava qualcosa, che non era tutto bello come pensavo.
Mi mancava essere svegliata da papà. Dovete sapere che papà mi svegliava toccandomi il piede piano piano e, solo quando percepiva un mio movimento come segno di risposta, mi diceva che era ora di alzarmi per andare a scuola.
Mi mancavano i risvegli della mia mamma che, contrariamente a quelli di papà, erano un po’ più rumorosi. Le sue urla arrivavano nitide con una frequenza di 100 decibel (dB) alla mia stanza indipendentemente dal punto di partenza.
Mi mancavano i rimproveri per aver fatto questo o quello.
In soldoni mi mancava la mia famiglia.
Contrariamente a quanto vi aspettate di leggere, non sono tornata a casa piangendo (troppo scontato).
Ho deciso di vivere la città per tutto l’anno senza fare una piega, ma all’avvicinarsi  delle vacanze non pensavo ad altro che a tornare al paesello.

Le mie vacanze pasquali, estive o natalizie iniziavano, come mi faceva notare la mia coinquilina dei tempi, almeno una settimana prima della reale partenza. Piazzavo la valigia giorni prima in mezzo alla stanza in attesa di poterla chiudere e partire.

Tra tutte le vacanze dell’anno quelle che più preferisco sono quelle natalizie.

Il Natale per me è famiglia. In 33 anni non ho mai passato il Natale lontano dai miei.
Non so se è per abitudine imposta o scelta ma sta di fatto che è un’abitudine che non cambierei per niente al mondo, poiché in questo periodo la casa si colora e profuma di qualcosa di speciale.

Le luci scintillanti della vetrata in sala illuminano la stanza, l’albero alto fino al soffitto ruba il posto alle poltrone, le palline e le stelle filanti sovrastano il presepe, i regali animano di festa l’ambiente. Le finestre si colorano del candore della neve, papà è pronto a pulire la lunga scalinata per spianarci l’uscita. Spuntano stivali e orrende scarpe di pelo.

Il profumo del Natale sa di mandarino, del fumo della stufa a legna, del cibo e dei biscotti al burro e inebria ogni stanza. La casa si riempie di gente che viene e che va a qualsiasi ora del giorno.
Ci si ferma a mangiare con cene improvvisate ma sempre ben riuscite.
Il pranzo di Natale rigorosamente a casa dei nonni con tutto il parentado dopo il classico tour a casa di amici e parenti per gli auguri.

Ma la cosa che più adoro del Natale sono le serate passate sul divano tutti e sette insieme appassionatamente. Stretti stretti incastrati per starci tutti mentre vanno le maratone dei film di Harry Potter.

La mia casa a Natale si colora di parole e si riempie di caldi discorsi.
È così che ho sempre vissuto il Natale ed è così che spero di continuare a viverlo.

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Non so se voglio essere madre

[:it]Non so se voglio essere madre.[:]

Ho trentun’anni, un marito, due gatti, una bella casa e non so se voglio essere madre.

Sono sposata da 411 giorni esatti e ho detto “sì, lo voglio” davanti all’uomo che amo e ad un’eccentrica impiegata comunale incredibilmente somigliante a Stevie Nicks dei Fleetwood Mac.

Non è stato “il giorno più bello”, anzi: praticamente ho messo una firma su un foglio e poi mi sono ritrovata ad essere l’unica vestita di bianco nel mezzo dell’isteria collettiva di un carrozzone pantagruelico.

I miei “giorni più belli” sono stati altri.
Quando abbiamo visto l’Everest per la prima volta, mano nella mano ad oltre 3000 metri ed eravamo sporchi ed esausti e senza fiato ma con quella montagna enorme negli occhi ci siamo sentiti davvero indispensabili l’uno per l’altra; quando ci siamo dati il primo di una lunga serie di baci ed eravamo emozionatissimi e maldestri e non sapevamo dove mettere le due pinte di birra che ostinatamente tenevamo in mano… ecco quando ci siamo sposati davvero.

Il mio matrimonio è stato un giorno come gli altri, forse un filo più incasinato e stancante e pieno ma tuttavia qualcosa, nella percezione che le altre persone hanno di me, da allora dev’essere cambiato.

Da quando ho la fede al dito il mio utero e le mie ovaie sono diventate praticamente delle rockstar, sempre al centro di un’attenzione costante. “Allora, questo bambino?” è la domanda che mi viene posta circa dieci volte al mese da familiari, amici, conoscenti, gente che avrò visto sì e no due volte nella mia vita e di cui a stento riconosco i connotati.

Una sera, durante una cena tra amici, una coetanea già madre mi chiese con un candore davvero spiazzante come mai io non sentissi il bisogno impellente di riprodurmi. “Non lo so” le risposi, “al momento stiamo bene così… non so se voglio essere madre”.
Lo sguardo che mi diede come risposta era un misto di commiserazione e di triste disprezzo. “Ma essere madre è la cosa più bella e naturale del mondo, siamo nate per questo”.

Ogni volta che mi viene chiesto “Allora, questo bambino?”, qualcosa dentro di me si contrae e vorrei a quel punto sedermi e accendere una sigaretta, per spiegare con calma che non so se voglio essere madre, che convivo con un disturbo di personalità per cui potrei effettivamente non essere in grado di prendermi cura di un infante, che al momento ho la testa impegnata in progetti diversi, che vorrei salire sull’Annapurna, che la domanda è indelicata e sottintende il fatto che io sia una donna progettata male, priva dello scopo primigenio e quindi di un fine esistenziale, che preferirei un semplice “come stai?” piuttosto che un quesito così intimo, che una donna ha dentro un mondo, oltre che un apparato riproduttivo e appellarsi alle leggi di natura al giorno d’oggi è mera retorica e che comunque, alla fine, sono solo cazzi miei.

Non so cosa succederà domani, so solo che non so se voglio essere madre. Magari il mio ipotalamo comincerà a sparare ossitocina in giro per il cervello e deciderò di diventare mamma in quindici minuti, oppure no e continuerò a vivere la mia vita come adesso.

Quello che so per certo, tuttavia, è che dovrò continuare a rispondere ad altri del mio utero, quasi fosse una colpa essere ancora “vuota” dopo il matrimonio.
“La natura rifugge il vuoto” diceva Aristotele ma io, di fronte al vostro horror vacui, orgogliosa faccio spallucce. 

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Cara Pandora LeFanfarlo ti scrivono.

Tutto è nato per caso, da una discussione sorta nella chat di LeFanfarlo in cui si faceva riferimento a un ancora ipotetico manifesto di Pandora avvistato nella metro di Milano.
“Sarà un fake, non è possibile!”, questa è stata la prima reazione.
Subito dopo, la nostra Laki Hancock in modalità Mata Hari, nei pressi del Duomo ha scattato la foto che ha fatto il giro del web.
Era tutto vero!
Abbiamo scritto un post su Facebook con la foto del manifesto incriminato e da qui è nato un tam tam di commenti, condivisioni, reazioni che ha sorpreso anche noi e che ha confermato che la gran parte delle persone in fondo condivideva le nostre stesse perplessità.
Il punto è che questa pubblicità gioca in modo assolutamente maldestro con gli stereotipi, risultando alla fine offensiva sia per le donne che per gli uomini: i primi ne vengono fuori come dei tontoloni, incapaci di scegliere il regalo giusto per la propria compagna e con una visione della donna del secolo scorso; alle seconde non rimane che scegliere tra ferri da stiro, grembiuli, pigiami e braccialetti.

Un risultato infelice

Indipendentemente dalla buona o cattiva fede nella costruzione del copy, certo il risultato è stato decisamente infelice: è una spintarella sul gomito dell’italiano medio, un gioco poco originale che pesca in un immaginario troppo vecchio per essere simpatico e non fa altro che lasciare tutti attoniti e con un po’ di amaro in bocca.
L’ironia (e l’autoironia) sono strumenti meravigliosi e potenti, che amiamo alla follia, ma vanno usati nel modo corretto.
Il fatto stesso che questo manifesto sia arrivato alla maggior parte delle persone in modo contrario alla dichiarata intenzione originaria, ci fa capire che è stato concepito male. Non esistono “tabù comunicativi”, esiste solo un modo intelligente di usare un mezzo potente e in grado, se ben usato, di produrre dei veri e propri cambiamenti sociali.

Stereotipi e altre creature

Noi non vediamo un ferro da stiro o un grembiule come simboli del male, ma il fatto che nel nostro paese circa il 50% della popolazione è convinta che gli uomini siano meno adatti delle donne ad occuparsi delle faccende domestiche, ci dà il metro dell’influenza di questi stereotipi. Quindi è comprensibile che questo modo di fare ironia ci faccia accapponare la pelle.

Il punto è che gli stereotipi di genere ci perseguitano da quando eravamo girini. Appena scoperto il nostro sesso, la cameretta dove dormiremo verrà probabilmente tinta di lilla. Riceveremo in dono abitini rosa e bambole. E forse anche un ferro da stiro di plastica. Oppure una cucina. Tutti daranno per scontata una sola modalità di essere donna senza valutare la dimensione individuale.

Veniamo incastrate in un ruolo ancora prima di nascere.

Il valore delle differenze

Le Fanfarlo, come molte donne, sono stanche di sentirsi dire ciò che devono essere o ciò che devono desiderare, perché ognuna di noi è speciale, preziosa e peculiare.

La nostra Ivy La Morgue, ad esempio, ama scalare le montagne. Laki Hancock è bravissima con il computer e lavora in campo informatico. Coco Champagne alleva giovani menti  facendo la maestra. SugarShy Killah colleziona teschi. Lisa Dalla Via adora correre con le auto in pista e così via. Ognuna ha la sua meravigliosa e variopinta peculiarità.

Il nostro genere è solo una parte di noi, ma non ci definisce come persone.

Desiderata

E ora ve lo possiamo dire: sotto l’albero LeFanfarlo vogliono trovare rispetto, libertà e orgasmi multipli.
Basta stereotipi o ironia logora, per piacere. Di regali così ne abbiamo scartati già abbastanza.

 

Memorie del mio primo shooting

Nella vita capitano giornate incredibili, di quelle che ti lasciano senza fiato, che fai fatica a esprimere a parole, che ti travolgono con un caleidoscopio di emozioni: terrore e gioia, eccitazione e ansia: il mio primo shooting, quello per Le Fanfarlo.

Sei lì, in teoria a fare un semplice shooting, ma in realtà sei di fronte ai tuoi mostri e ti senti nuda (e in parte lo sei anche!), indifesa, nonostante nella vita reale ti senta una guerriera!

E proprio davanti all’obiettivo, ecco che si stagliano i tuoi demoni, in fila per due, col resto di quattro: “sembro troppo alta, ho le gambe troppo lunghe, il mio culo sembra enorme, non so dove mettere le mani, dove guardo? cosa faccio? mi si vede la pancetta (in realtà fai fatica anche a respirare perché sei compressa in uno stringivita vittoriano che ti invidierebbe anche Emily Brontë), ohmmmiodddioooo ho un sorriso di plastica…”

Per fortuna c’è Ermanno, il fotografo, un uomo dalla sensibilità straordinaria, ti sorride e, pazientemente, cerca in tutti i modi di metterti a tuo agio, per quanto tu possa sentirti a tuo agio in una situazione magica e surreale al tempo stesso: luci, cameraman, fotografi …

Tra uno scatto e l’altro, ti fai avvolgere dalla solidarietà femminile, che ormai credevi estinta. Ti ritrovi con le tue compagne Geishe a scambiarti abiti, sottogonne, culotte, abbracci e incoraggiamenti, sorseggiando uno spritz abusivo e sgranocchiando sandwich preparati dall’ incomparabile “Geisho” (il marito di una delle geishe, una delle nostre quote azzurre ;)).

Le Dive Pulcine ti contagiano con la loro allegria esplosiva, sempre alla ricerca di un angolino per farsi un selfie di gruppo; le Pin Up sfoggiano senza presunzione la loro sofisticata allure retro, capitanate da Miss Sorriso (ehm… no, non si sta parlando del suo viso,  lei riesce a sorridere con un’altra parte del corpo…) che dirige tutte, aggiustando pieghe e ruches del tutù per la foto di rito “culo di pavone”, che esprime al meglio il nostro tratto distintivo: ironia e bellezza in tutte le sue forme.

Tra abiti, tulle, strass e corsetti sgambetta felice la piccola Mascotte, Maddy, mia figlia, coccolata da truccatrici e fotografi, che si è portata più cambi di noi e posa con spontaneità: è lei la vera diva!

Tutto sotto la supervisione delle efficienti e splendide Colonnelle, le due “esperte” del gruppo che da più tempo sono entrate nel tunnel del burlesque.

E infine c’è Lei, che sembra fluttuare leggiadra in mezzo a questo caos, la Teacher, che con la faccia seria seria di chi sta per svelarti l’ennesimo segreto di Fatima, ti sussurra: “Sei fighissima!” e ti ricorda che il tuo fascino risiede proprio nella tua seducente imperfezione e, frustino in mano, ti incita ad affrontare le tue paure, le insicurezze, e ti aiuta a tirar fuori quello che in realtà è già dentro di te, ma ancora inespresso, in potenza, come direbbe Aristotele.

Perché è questa la vera sfida della vita, poter esprimere liberamente ciò che si è davvero, quello che si sente dentro, anche se è un’alchimia di apparenti contraddizioni.

Il mio modo di essere donna

Avevo circa 10 anni quando chiesi a mia madre perché non potevo ricevere per regalo anche io una pistola giocattolo come i miei cugini. La risposta mi infastidì molto “Sei femmina, e le bambine giocano con le bambole, assumono un linguaggio appropriato e non picchiano i compagnetti”.

Durante la mia infanzia fingevo di trovare piacere a stare con le amichette, ma non mi sentivo al mio posto: io amavo correre, andare in bici, giocare a fare la guerra, picchiarmi con gli altri bambini, e trovavo noiose le mie compagnette che piangevano in continuazione.

Crescendo dissi a mia madre che volevo continuare gli studi in un istituto tecnico. Lei ci rimase male, continuava a dirmi che un istituto magistrale sarebbe stato più “appropriato” per una donna.
Fu una lotta, ma alla fine la spuntai.

La mia vita iniziava a cambiare,  finalmente potevo essere me stessa, ero circondata da uomini e la cosa mi entusiasmava: con loro potevo parlare di computer, videogiochi, sport…

Purtroppo l’entusiasmo era destinato a finire presto: percepivo dei cambiamenti in me, il mio corpo era diverso, le forme si accentuavano, i lineamenti erano più delicati. Sentivo l’esigenza di confrontarmi con le poche amiche che avevo.

Spesso mi ritrovavo a passare ore davanti allo specchio per decidere il vestito adatto, quello che mi faceva sentire bella. Feci crescere i capelli. Scoprii l’effetto del trucco. Ero desiderosa di essere notata.

Capii di essermi innamorata per la prima volta.

Ad oggi mi rendo conto che lo stereotipo della donna che gioca con le bambole, sogna di sposare il principe azzurro e vive per la famiglia, ci viene inculcato da piccoli. Cresciamo con l’idea che essere donne implichi sacrificio.

Ma da piccoli non siamo né donne e né uomini, siamo solo bambini. Il tempo per scoprire la sessualità arriverà al momento giusto.

Uscire dagli schemi, non mi ha reso meno donna, mi ha reso forte.

Quindi, donne, non abbiate paura di mostrarvi alla società così come siete.
Se volete andare in moto compratela, se vi piace il calcio, giocateci. Il mondo è anche nostro e dobbiamo viverlo come più ci aggrada.

Sono donna e sono felice di esserlo.

Tutta la violenza di un bacio :*

Frequentavo il primo anno di liceo quando lo conobbi. Io ero goffa e impacciata nelle mie nuove forme, insicura dentro quel neonato corpo di donna dalle linee morbide e piene. Lui era grande, ruvido e massiccio.
Indossavo i suoi “ti amo” con gioia, come si fa con un bell’abito cucito su misura.
Quando mi diede il primo bacio, passai la notte in bianco. Vicino a lui mi sentivo calda e protetta, per la primissima volta fuori dalle rassicuranti mura domestiche.

Quando mi chiese il cellulare eravamo al parco, sdraiati sopra una coperta scozzese, durante un ozioso pomeriggio d’estate. “Prendilo” gli dissi con la naturalezza un po’ ingenua di chi non ha niente da nascondere.
Lo guardai premere i tasti febbrile, scorrere la rubrica, concentrarsi sulla cartella degli sms inviati.
Sullo schermo notai il testo dell’ultimo messaggio: “ :* ”, i due segni di punteggiatura che usiamo per baciarci tra i ripetitori anziché sulle labbra.

“Chi cazzo è Dodo?” mi chiese e io scoppiai a ridere. “Dodo è mio fratello”, risposi. “Cazzo dici. Tuo fratello si chiama Fabio”. “In famiglia lo chiamiamo Dodo, perché è lento”. “Cazzate”.
Lo schiaffo mi fece male. Era uno di quei bei manrovesci precisi, diretti con forza tra zigomo e naso. Le risate mi morirono in gola.
Non ero mai stata colpita da un uomo e improvvisamente, mi rimpicciolii.
Sentii la mia guancia gonfiarsi mentre i pensieri, la logica e il raziocinio gocciolavano via.
Quando la persona che ami ti picchia, il tuo mondo si capovolge. Si preoccupò di cancellare della rubrica tutte le voci associate ad un nome maschile, tra cui il numero di mio padre. 

Lo rividi la sera successiva. Avevo gli occhi pieni di scuse e un sacchetto di caramelle alla frutta -le sue preferite- stretto tra le mani. Lui sorrise e mi diede un buffetto sul mento, con quella benevolenza gentile che si usa coi cani ubbidienti quando ti riportano la palla.
La nostra storia finì naturalmente, così come era iniziata, dopo pochi mesi e il ricordo di lui si rattrappì in qualche angolo della mia testa. Quella sberla nel parco, invece, non è mai andata via. Sento la medesima odiosa sensazione di paurosa impotenza ogni volta che torno a casa da sola, di notte, mentre mi affretto sul marciapiede e continuo a voltarmi.

La violenza di genere, in fondo, è una questione di peso e cultura, di grammi e cazzate ancestrali.
Quando capiremo che non esiste un sesso più forte dell’altro ma soltanto due sessi anatomicamente diversi; quando smetteremo di interrogarci sulla lunghezza della nostra minigonna mentre torniamo a casa da sole col buio; quando ci renderemo conto che non siamo il sesso debole, ma piuttosto quello risoluto, che non teme le lacrime e, nonostante tutto, va avanti; quando non ci sentiremo più soltanto costole e corpi ma piuttosto menti e cervelli capaci di denunciare, ribellarci e reagire; quando capiremo che siamo un enorme esercito di tigri e cerbiatte e che nessun essere umano, nemmeno quello che giura di amarci, merita le nostre lacrime, allora e soltanto allora questa Giornata Internazionale non avrà più senso di esistere.

Nel frattempo, non arrendiamoci.

Storie della buonanotte per bambine ribelli

Dopo lo straordinario successo di “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, è in arrivo il secondo volume dei racconti di vita vera di donne che hanno fatto la storia.

Anche questa volta le autrici, Elena Favilli e Francesca Cavallo, hanno puntato sul crowdfunding su Kickstarter per finanziare il loro ambizioso progetto (che ha già racconto migliaia di dollari di consensi), arricchendolo di ulteriori novità: un podcast a puntate e una mappa per giocare con la provenienza delle singole eroine.

Ho amato il primo volume di “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, contagiando di questa passione anche le mie alunne e, insieme, ne abbiamo fatto il pretesto per le nostre chiacchiere sulla parità di genere, argomento che mi sta particolarmente a cuore, da quando, fin da piccola, mi sentivo ripetere: “Non puoi, sei femmina!”.

Quando quella mattina la mia alunna Ludovica è entrata in classe quasi volando, con gli occhi pieni di eccitazione, e ha urlato: “Ho una sorpresa per te!”, ho provato un brivido. Mi sono chiesta: “Chissà cosa si sarà inventata stavolta! Aiuto!”.

Ha spalancato le braccia ed eccolo lì… era arrivato! Lo aspettavamo  con trepidazione da settimane e adesso lo stringeva con forza tra le sue piccole mani: grafica grintosa e colori accesi, come piace a noi, copertina quasi vellutata al tatto, e quel titolo che avevamo ripetuto infinite volte: “Storie della buonanotte per bambine ribelli”.

Finalmente era nostro!

“Storie della buonanotte per bambine ribelli” non è solo una raccolta di storie: è un atto di rivolta. Contro un modo di pensare sessista, sostenuto da fiabe classiche che seducono le bambine con modelli di principesse deboli, in attesa degli slanci eroici dei principi di turno (loro sì, sempre prestanti, coraggiosi, audaci) e dei loro baci magici.

E’ proprio per questo che le mie giovani eroine si sono appassionate: perché hanno voglia di nuovi modelli in cui riconoscersi, di scrollarsi di dosso l’antico (ma purtroppo ancora attuale) stereotipo della donna remissiva, bella per forza, zuccherosa e in perenne attesa del lieto fine ad opera di qualcun altro, preferibilmente di sesso maschile.

Queste non sono storie di principesse indifese, ma di ragazze toste, donne straordinarie che hanno dei sogni e, armate di fiducia in se stesse, combattono per portare avanti le proprie convinzioni, affrontano pregiudizi e stereotipi di genere, affermano la propria personalità e il diritto a essere ciò che desiderano: protagoniste della propria vita.

I nostri intervalli pomeridiani sono diventati il momento tanto atteso del suggestivo “C’era una volta…”, perché è così che inizia ogni storia,  come a ricordare che il passo tra favola e realtà può essere breve. Vicine vicine, parlando sottovoce, come in una riunione di una setta segreta, seguendo il rituale delle mani intorno al libro e risatine di complicità.

“Sognate più in grande, puntate in alto, lottate con più energia” è diventato il nostro mantra, delle mie piccole eroine e di mia figlia, di soli quattro anni, nella speranza che questi racconti siano, per loro, fonte di ispirazione e che queste bambine ribelli possano trovare il proprio obiettivo e perseguirlo con passione, vivendo “in un mondo in cui il genere non determinerà la grandezza dei sogni o le mete che possiamo raggiungere”.

E adesso aspettiamo che Ludovica ci sorprenda ancora, entrando in classe con il secondo volume di un libro che ci ricorda che abbiamo il diritto di essere felici e di vivere la nostra vita con audacia.

La “dietologa” del condominio

Il mio lavoro richiede pazienza, attenzione, memoria e ancora TANTA pazienza.

Sto seduta quotidianamente dietro ad una scrivani davanti ad un PC, a registrare pagamenti e fatture fornitori, il che potrebbe sembrare un lavoro monotono e privo di stimoli. Eppure non è così (o meglio, non sempre!).

Il mio lavoro mi porta ad avere a che fare con un (mal) assortito genere di esseri “umani”, sia telefonicamente che personalmente, dalla mattina alla sera.

Ma non un genere umano qualsiasi, la peggior specie: IL CONDOMINO.

Il Sig. Condomino è, di per sé, un essere insofferente, polemico, rabbioso e arrogante, ma la parte veramente simpatica è la maleducazione.
Il mio lavoro consiste nel contare sempre, perennemente, fino a 10.000 ogni volta che ho a che fare con chiunque di loro (visto che lavoro per vivere e vorrei continuare a pagare l’affitto!).

Ho scoperto con gli anni che la competenza del Sig. Condomino è più ampia di quel che riporta la carta d’identità sotto la voce “Professione”; ognuno di loro si improvvisa quotidianamente fabbro, idraulico, elettricista, muratore, sciorinando capacità tecniche da “vero” professionista.
Ma, fino a poco tempo fa, non avevo mai avuto a che fare con la Sig.ra Condomina laureata ad honorem in niente popò di meno che: NUTRIZIONE E DIETETICA.

Perché spender soldi quando posso essere PAGATA per lavorare ed in più ricevere consigli GRATUITI sul peso?!
Meraviglioso no?
Perché pagare una nutrizionista, con un suo studio privato, che mi consigli cosa e come mangiare durante la mia stressante giornata quando posso avere, come al supermercato, il 3×2?!

“Signorina ma come mai è ingrassata così? E’ un po’ che non ci vediamo però ha messo su peso eh”.

Si ha ragione! E’ molto che non ci vediamo e la trovo sempre più invecchiata, quelle 37 rughe non c’erano sul suo viso l’ultima volta.
Comunque, per sua informazione, sappia che in questo studio sono stata assunta come semplice segretaria, non mi hanno ancora reclutata come angelo di Victoria’s Secret.
Le garantisco che il mio peso non mi impedisce di farle una fotocopia né di rispondere al telefono.

“No perché davvero, non so se le fa bene”.

Ha ragione, restare qui a perder tempo ad ascoltare i suoi commenti, non richiesti, mi fa più male che bene.
No perché, davvero, della sua opinione personale non me ne può fregar di meno.

“Mi dica, ma lei cos’è che mangia? Tipo, a pranzo? Sa che dovrebbe mangiare un piatto di pasta o riso integrale?”.

Una persona saggia una volta disse “Fatti i cazzi tuoi che campi 100 anni”, non che le manchi molto al traguardo, ma se desidera arrivarci forse potrebbe provare a seguire questo consiglio spassionato.

“A settembre le porto il numero di un mio amico che è proprio bravo”.

Oh ma grazie, com’è gentile! In effetti è così difficile trovare un bravo nutrizionista/dietologo oggigiorno che non so proprio come avrei potuto fare per perdere questi fastidiosi (per lei) kg di troppo!
Ricambierò la cortesia, a settembre le fornirò il numero di un bravo psicologo di mia conoscenza.

Ma per la serie “le disgrazie non vengono mai da sole” (dev’esserci stata una svendita di lauree ad honorem ultimamente), un’altra gentilissima signora, il giorno dopo, senza nemmeno sforzarsi di dire “Buongiorno”, appena messo piede in studio:

“Sei incinta o sei solo ingrassata?”.

E qui né la mia bocca né il mio cervello hanno avuto il coraggio di formulare una risposta.

9.587… 9.588… 9.589…

 

Dita Von Teese: la diva irraggiungibile

Burlesque.

Negli ultimi anni è tornato sui palcoscenici di tutto il mondo e, nel bene e nel male, se ne parla sempre più spesso.

Indiscutibilmente, c’è qualcuno in particolare che va ringraziato per questo, Dita Von Teese.

Grazie a lei, dai primi anni Duemila, abbiamo di nuovo la possibilità di destreggiarci sul palco fra guanti e piume di struzzo.

Caratterizzata da uno stile unico, con un’eleganza e una classe ispirate agli anni Quaranta, è stata in grado di distinguersi fin da subito: a 19 anni, esibendosi come stripper, sfoggiava costumi dal gusto retrò.

Inizia poi la sua carriera come modella e anche qui, ovviamente, riesce a distinguersi venendo notata da grandi stilisti come Jean Paul Gaultier e Christian Louboutin.

Ma arriviamo ora alla parte che preferisco, la Dita Von Teese conosciuta al mondo come la Regina del Burlesque.

Innegabilmente bellissima. Le linee del suo viso e del suo corpo sembrano disegnate dalla più delicata delle mani.

Bellezza talmente evidente che lascia davvero poco altro da aggiungere.

Proviamo ad andare oltre: le sue performance.

Come non notare, anche qui, l’infinita eleganza e delicatezza con cui si muove sul palco, movimenti essenziali ma eseguiti alla perfezione.

Per non parlare poi dei suoi costumi (cosa non faremmo per costumi del genere!), meravigliose creazioni derivanti da un buon gusto che, come tutto il resto, è indiscutibile.

Insomma, il suo personaggio le calza alla perfezione.

E adesso è proprio su questo che vorrei fermarmi un attimo, il personaggio.

La diva irraggiungibile.

Un unico meraviglioso personaggio.

Ma il Burlesque permette di essere chiunque, senza vincoli.

Definirei confortante vedere una donna, una performer, che un attimo è la diva irraggiungibile e un attimo dopo una casalinga disperata. Un secondo ti ammalia e il secondo dopo ti strappa una risata.

Perché in fondo, il Burlesque nasce prima di tutto per divertire.
Pensiamo, ad esempio, al più famoso act di Dita Von Teese: The Martini Glass.
Quanto è sexy vedere una donna che fa il bagno nello champagne in un’enorme coppa da cocktail?
Ma se possiamo trovare ironia, non solo nei movimenti, ma anche nell’intenzione e nell’atteggiamento, la diva inarrivabile e totalmente eterea forse manca un po’ di giocosità. Bellissima, elegante, romantica e sicuramente affascinante, sarebbe ancora più “burlesque” se nella coppa scivolasse!

Questo non vuol dire che non ci debba essere seduzione ovviamente, c’è eccome!

Il Burlesque è anche questo: dimostrare che una donna, con i suoi difetti, anche quando scivola, è assolutamente e innegabilmente affascinante e seduttiva.

Quindi, la domanda che mi sorge spontanea è: perché lasciare che la seduzione escluda il gioco?

Il bello del Burlesque sta proprio nell’unione delle due cose, poter sedurre strappando anche un sorriso.