Tutta la violenza di un bacio :*

Frequentavo il primo anno di liceo quando lo conobbi. Io ero goffa e impacciata nelle mie nuove forme, insicura dentro quel neonato corpo di donna dalle linee morbide e piene. Lui era grande, ruvido e massiccio.
Indossavo i suoi “ti amo” con gioia, come si fa con un bell’abito cucito su misura.
Quando mi diede il primo bacio, passai la notte in bianco. Vicino a lui mi sentivo calda e protetta, per la primissima volta fuori dalle rassicuranti mura domestiche.

Quando mi chiese il cellulare eravamo al parco, sdraiati sopra una coperta scozzese, durante un ozioso pomeriggio d’estate. “Prendilo” gli dissi con la naturalezza un po’ ingenua di chi non ha niente da nascondere.
Lo guardai premere i tasti febbrile, scorrere la rubrica, concentrarsi sulla cartella degli sms inviati.
Sullo schermo notai il testo dell’ultimo messaggio: “ :* ”, i due segni di punteggiatura che usiamo per baciarci tra i ripetitori anziché sulle labbra.

“Chi cazzo è Dodo?” mi chiese e io scoppiai a ridere. “Dodo è mio fratello”, risposi. “Cazzo dici. Tuo fratello si chiama Fabio”. “In famiglia lo chiamiamo Dodo, perché è lento”. “Cazzate”.
Lo schiaffo mi fece male. Era uno di quei bei manrovesci precisi, diretti con forza tra zigomo e naso. Le risate mi morirono in gola.
Non ero mai stata colpita da un uomo e improvvisamente, mi rimpicciolii.
Sentii la mia guancia gonfiarsi mentre i pensieri, la logica e il raziocinio gocciolavano via.
Quando la persona che ami ti picchia, il tuo mondo si capovolge. Si preoccupò di cancellare della rubrica tutte le voci associate ad un nome maschile, tra cui il numero di mio padre. 

Lo rividi la sera successiva. Avevo gli occhi pieni di scuse e un sacchetto di caramelle alla frutta -le sue preferite- stretto tra le mani. Lui sorrise e mi diede un buffetto sul mento, con quella benevolenza gentile che si usa coi cani ubbidienti quando ti riportano la palla.
La nostra storia finì naturalmente, così come era iniziata, dopo pochi mesi e il ricordo di lui si rattrappì in qualche angolo della mia testa. Quella sberla nel parco, invece, non è mai andata via. Sento la medesima odiosa sensazione di paurosa impotenza ogni volta che torno a casa da sola, di notte, mentre mi affretto sul marciapiede e continuo a voltarmi.

La violenza di genere, in fondo, è una questione di peso e cultura, di grammi e cazzate ancestrali.
Quando capiremo che non esiste un sesso più forte dell’altro ma soltanto due sessi anatomicamente diversi; quando smetteremo di interrogarci sulla lunghezza della nostra minigonna mentre torniamo a casa da sole col buio; quando ci renderemo conto che non siamo il sesso debole, ma piuttosto quello risoluto, che non teme le lacrime e, nonostante tutto, va avanti; quando non ci sentiremo più soltanto costole e corpi ma piuttosto menti e cervelli capaci di denunciare, ribellarci e reagire; quando capiremo che siamo un enorme esercito di tigri e cerbiatte e che nessun essere umano, nemmeno quello che giura di amarci, merita le nostre lacrime, allora e soltanto allora questa Giornata Internazionale non avrà più senso di esistere.

Nel frattempo, non arrendiamoci.

Storie della buonanotte per bambine ribelli

Dopo lo straordinario successo di “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, è in arrivo il secondo volume dei racconti di vita vera di donne che hanno fatto la storia.

Anche questa volta le autrici, Elena Favilli e Francesca Cavallo, hanno puntato sul crowdfunding su Kickstarter per finanziare il loro ambizioso progetto (che ha già racconto migliaia di dollari di consensi), arricchendolo di ulteriori novità: un podcast a puntate e una mappa per giocare con la provenienza delle singole eroine.

Ho amato il primo volume di “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, contagiando di questa passione anche le mie alunne e, insieme, ne abbiamo fatto il pretesto per le nostre chiacchiere sulla parità di genere, argomento che mi sta particolarmente a cuore, da quando, fin da piccola, mi sentivo ripetere: “Non puoi, sei femmina!”.

Quando quella mattina la mia alunna Ludovica è entrata in classe quasi volando, con gli occhi pieni di eccitazione, e ha urlato: “Ho una sorpresa per te!”, ho provato un brivido. Mi sono chiesta: “Chissà cosa si sarà inventata stavolta! Aiuto!”.

Ha spalancato le braccia ed eccolo lì… era arrivato! Lo aspettavamo  con trepidazione da settimane e adesso lo stringeva con forza tra le sue piccole mani: grafica grintosa e colori accesi, come piace a noi, copertina quasi vellutata al tatto, e quel titolo che avevamo ripetuto infinite volte: “Storie della buonanotte per bambine ribelli”.

Finalmente era nostro!

“Storie della buonanotte per bambine ribelli” non è solo una raccolta di storie: è un atto di rivolta. Contro un modo di pensare sessista, sostenuto da fiabe classiche che seducono le bambine con modelli di principesse deboli, in attesa degli slanci eroici dei principi di turno (loro sì, sempre prestanti, coraggiosi, audaci) e dei loro baci magici.

E’ proprio per questo che le mie giovani eroine si sono appassionate: perché hanno voglia di nuovi modelli in cui riconoscersi, di scrollarsi di dosso l’antico (ma purtroppo ancora attuale) stereotipo della donna remissiva, bella per forza, zuccherosa e in perenne attesa del lieto fine ad opera di qualcun altro, preferibilmente di sesso maschile.

Queste non sono storie di principesse indifese, ma di ragazze toste, donne straordinarie che hanno dei sogni e, armate di fiducia in se stesse, combattono per portare avanti le proprie convinzioni, affrontano pregiudizi e stereotipi di genere, affermano la propria personalità e il diritto a essere ciò che desiderano: protagoniste della propria vita.

I nostri intervalli pomeridiani sono diventati il momento tanto atteso del suggestivo “C’era una volta…”, perché è così che inizia ogni storia,  come a ricordare che il passo tra favola e realtà può essere breve. Vicine vicine, parlando sottovoce, come in una riunione di una setta segreta, seguendo il rituale delle mani intorno al libro e risatine di complicità.

“Sognate più in grande, puntate in alto, lottate con più energia” è diventato il nostro mantra, delle mie piccole eroine e di mia figlia, di soli quattro anni, nella speranza che questi racconti siano, per loro, fonte di ispirazione e che queste bambine ribelli possano trovare il proprio obiettivo e perseguirlo con passione, vivendo “in un mondo in cui il genere non determinerà la grandezza dei sogni o le mete che possiamo raggiungere”.

E adesso aspettiamo che Ludovica ci sorprenda ancora, entrando in classe con il secondo volume di un libro che ci ricorda che abbiamo il diritto di essere felici e di vivere la nostra vita con audacia.

La “dietologa” del condominio

Il mio lavoro richiede pazienza, attenzione, memoria e ancora TANTA pazienza.

Sto seduta quotidianamente dietro ad una scrivani davanti ad un PC, a registrare pagamenti e fatture fornitori, il che potrebbe sembrare un lavoro monotono e privo di stimoli. Eppure non è così (o meglio, non sempre!).

Il mio lavoro mi porta ad avere a che fare con un (mal) assortito genere di esseri “umani”, sia telefonicamente che personalmente, dalla mattina alla sera.

Ma non un genere umano qualsiasi, la peggior specie: IL CONDOMINO.

Il Sig. Condomino è, di per sé, un essere insofferente, polemico, rabbioso e arrogante, ma la parte veramente simpatica è la maleducazione.
Il mio lavoro consiste nel contare sempre, perennemente, fino a 10.000 ogni volta che ho a che fare con chiunque di loro (visto che lavoro per vivere e vorrei continuare a pagare l’affitto!).

Ho scoperto con gli anni che la competenza del Sig. Condomino è più ampia di quel che riporta la carta d’identità sotto la voce “Professione”; ognuno di loro si improvvisa quotidianamente fabbro, idraulico, elettricista, muratore, sciorinando capacità tecniche da “vero” professionista.
Ma, fino a poco tempo fa, non avevo mai avuto a che fare con la Sig.ra Condomina laureata ad honorem in niente popò di meno che: NUTRIZIONE E DIETETICA.

Perché spender soldi quando posso essere PAGATA per lavorare ed in più ricevere consigli GRATUITI sul peso?!
Meraviglioso no?
Perché pagare una nutrizionista, con un suo studio privato, che mi consigli cosa e come mangiare durante la mia stressante giornata quando posso avere, come al supermercato, il 3×2?!

“Signorina ma come mai è ingrassata così? E’ un po’ che non ci vediamo però ha messo su peso eh”.

Si ha ragione! E’ molto che non ci vediamo e la trovo sempre più invecchiata, quelle 37 rughe non c’erano sul suo viso l’ultima volta.
Comunque, per sua informazione, sappia che in questo studio sono stata assunta come semplice segretaria, non mi hanno ancora reclutata come angelo di Victoria’s Secret.
Le garantisco che il mio peso non mi impedisce di farle una fotocopia né di rispondere al telefono.

“No perché davvero, non so se le fa bene”.

Ha ragione, restare qui a perder tempo ad ascoltare i suoi commenti, non richiesti, mi fa più male che bene.
No perché, davvero, della sua opinione personale non me ne può fregar di meno.

“Mi dica, ma lei cos’è che mangia? Tipo, a pranzo? Sa che dovrebbe mangiare un piatto di pasta o riso integrale?”.

Una persona saggia una volta disse “Fatti i cazzi tuoi che campi 100 anni”, non che le manchi molto al traguardo, ma se desidera arrivarci forse potrebbe provare a seguire questo consiglio spassionato.

“A settembre le porto il numero di un mio amico che è proprio bravo”.

Oh ma grazie, com’è gentile! In effetti è così difficile trovare un bravo nutrizionista/dietologo oggigiorno che non so proprio come avrei potuto fare per perdere questi fastidiosi (per lei) kg di troppo!
Ricambierò la cortesia, a settembre le fornirò il numero di un bravo psicologo di mia conoscenza.

Ma per la serie “le disgrazie non vengono mai da sole” (dev’esserci stata una svendita di lauree ad honorem ultimamente), un’altra gentilissima signora, il giorno dopo, senza nemmeno sforzarsi di dire “Buongiorno”, appena messo piede in studio:

“Sei incinta o sei solo ingrassata?”.

E qui né la mia bocca né il mio cervello hanno avuto il coraggio di formulare una risposta.

9.587… 9.588… 9.589…

 

Dita Von Teese: la diva irraggiungibile

Burlesque.

Negli ultimi anni è tornato sui palcoscenici di tutto il mondo e, nel bene e nel male, se ne parla sempre più spesso.

Indiscutibilmente, c’è qualcuno in particolare che va ringraziato per questo, Dita Von Teese.

Grazie a lei, dai primi anni Duemila, abbiamo di nuovo la possibilità di destreggiarci sul palco fra guanti e piume di struzzo.

Caratterizzata da uno stile unico, con un’eleganza e una classe ispirate agli anni Quaranta, è stata in grado di distinguersi fin da subito: a 19 anni, esibendosi come stripper, sfoggiava costumi dal gusto retrò.

Inizia poi la sua carriera come modella e anche qui, ovviamente, riesce a distinguersi venendo notata da grandi stilisti come Jean Paul Gaultier e Christian Louboutin.

Ma arriviamo ora alla parte che preferisco, la Dita Von Teese conosciuta al mondo come la Regina del Burlesque.

Innegabilmente bellissima. Le linee del suo viso e del suo corpo sembrano disegnate dalla più delicata delle mani.

Bellezza talmente evidente che lascia davvero poco altro da aggiungere.

Proviamo ad andare oltre: le sue performance.

Come non notare, anche qui, l’infinita eleganza e delicatezza con cui si muove sul palco, movimenti essenziali ma eseguiti alla perfezione.

Per non parlare poi dei suoi costumi (cosa non faremmo per costumi del genere!), meravigliose creazioni derivanti da un buon gusto che, come tutto il resto, è indiscutibile.

Insomma, il suo personaggio le calza alla perfezione.

E adesso è proprio su questo che vorrei fermarmi un attimo, il personaggio.

La diva irraggiungibile.

Un unico meraviglioso personaggio.

Ma il Burlesque permette di essere chiunque, senza vincoli.

Definirei confortante vedere una donna, una performer, che un attimo è la diva irraggiungibile e un attimo dopo una casalinga disperata. Un secondo ti ammalia e il secondo dopo ti strappa una risata.

Perché in fondo, il Burlesque nasce prima di tutto per divertire.
Pensiamo, ad esempio, al più famoso act di Dita Von Teese: The Martini Glass.
Quanto è sexy vedere una donna che fa il bagno nello champagne in un’enorme coppa da cocktail?
Ma se possiamo trovare ironia, non solo nei movimenti, ma anche nell’intenzione e nell’atteggiamento, la diva inarrivabile e totalmente eterea forse manca un po’ di giocosità. Bellissima, elegante, romantica e sicuramente affascinante, sarebbe ancora più “burlesque” se nella coppa scivolasse!

Questo non vuol dire che non ci debba essere seduzione ovviamente, c’è eccome!

Il Burlesque è anche questo: dimostrare che una donna, con i suoi difetti, anche quando scivola, è assolutamente e innegabilmente affascinante e seduttiva.

Quindi, la domanda che mi sorge spontanea è: perché lasciare che la seduzione escluda il gioco?

Il bello del Burlesque sta proprio nell’unione delle due cose, poter sedurre strappando anche un sorriso.

La mia prima volta

Cominciamo con lo sfatare il binomio burlesque-spogliarello.

Certo, non ne usciamo molto vestite, ma la differenza non sta nell’obiettivo da raggiungere, bensì nelle molteplici diversità di percorso.

Dopo la mia prima parvenza di esibizione su un palco, mi sono sentita dire dalla mia amica che la figlia, durante lo spettacolo, dietro la mano parata sugli occhi, le ha chiesto “Mamma, ma perché lo fa???”.

Credo sia stata la prima volta in cui me solo sono chiesta consapevolmente.
Nessuna necessità di sedurre il mio uomo.
Nessuna ambizione di mostrare il mio corpo (oddioooo!!).
Nessuna tendenza all’esibizionismo (NON scherziamo, ho nel curriculum un’ adolescenza passata a nascondere ogni centimetro di pelle di troppo).
E lo sguardo dei miei genitori? Piuttosto… quale sguardo? Non sapevano più da che parte guardare all’uscita del teatro e, per tutti quei lunghi minuti di esibizione, SO che hanno continuato a chiedere a mio fratello (povero!) seduto a fianco, se quella fossi proprio io.

E le reazioni strettamente domestiche? Quelle delle quattro mura di casa?
Marito felice, consapevole, partecipe, coinvolto, ma desideroso di maggiori performance private.
Per le figlie femmine (già avviate ad una dilettantistica carriera danzante) tutto naturale, mamma si spoglia=mamma si diverte=mamma è libera di scegliere (grazie papà che inculchi alle nostre bimbe la libertà e l’autonomia).

Per il figlio maschio, a cui stiamo cercando di sradicare una certa propensione verso il “maschio  Alpha” (vorremmo tanto sapere quale antenato lo abbia amabilmente inserito nel suo DNA), sono improponibile, e “Mamma… faccio fatica a guardarti”.

Adesso è a mia volta, come direbbe qualcuno.

L’incipit è stata la curiosità. Superato l’inevitabile ma prevedibile imbarazzo del trovarsi insieme a fare non si sa bene cosa, ho scoperto un essere etereo (per colore e consistenza) dotato di una vivace intelligenza fuori dal comune, che ha iniziato ad apostrofarci con vari aggettivi ricalcanti le nostre caratteristiche più evidenti: Lisa, la nostra insegnante di burlesque.
Chi lo avrebbe detto che sarebbe stata proprio lei, la mia insegnante, la mia iniziatrice, a trovare il mio nome d’arte?

Così è iniziato il tunnel. La dipendenza.
Quel vedersi donne tra le donne. Senza competizione, senza giudizi, senza critiche. Le donne burlesque sono complici. Condividono la stessa voglia di mostrarsi a tutti nella loro forza e caparbietà e la stessa paura di non essere all’altezza. Vogliono amarsi di più ma non si sentono mai giuste.

Ma torniamo al quesito iniziale: perché lo faccio? Ma soprattutto, perché continuo a farlo?

Per imparare a piacermi innanzitutto, più che a piacere. Per la mia autostima, ultimamente degenerata tra chili in esubero e mutamenti professionali non del tutto soddisfacenti. Per imparare a guardarmi con occhi meno geometrici, che allo specchio vedono sempre la mia figura incastrata in un triangolo isoscele a base larga. Per conoscermi meglio, per scoprire quella parte di me abilissima a nascondersi ma giudice implacabile di ogni mia azione e pensiero.
E poi per lasciarmi andare, per uscire dalla gabbia invisibile ma inespugnabile che mi sono costruita. Per difesa? Per paura? Per insicurezza?

E’ quello che voglio scoprire, ma la strada è lunga, e io ho appena iniziato a camminare.

Caso Weinstein: il prezzo della dignità

Ho saputo del caso Weinstein da un servizio in tv: un potente produttore di Hollywood che esigeva “tributi” sessuali dalle donne che aspiravano a lavorare nel mondo del cinema.
Quel che ho fatto è stato alzare il sopracciglio destro, esclamare un “Ma va!” piuttosto annoiato, per poi tornare a limarmi le unghie.
Poi è venuto fuori il putiferio: le attrici molestate negli anni da lui parevano moltiplicarsi ed è stato chiaro che queste richieste “extracurriculari” da parte sua erano la norma.
Ancora un “Ma va!” da parte mia, ma con un filino in più di partecipazione (e irritazione).

Ed ecco spuntare Asia Argento e, al seguito, tutta la bella tradizione italiana che vede nella gonna troppo corta un invito implicito alla violenza perché in fondo se l’è cercata (si lo so, non si tratta di una gonna troppo corta nel caso di Asia, ma la tendenza è quella: la vittima, in Italia, è sempre complice).

Quello che più mi ha irritata, di tutta la vicenda, è stata la condanna sociale pressoché unanime che è piovuta addosso ad Asia, i “poteva scegliere”, i “le ha fatto comodo”, i “si ma la dignità…”.

Perché non riempitevi la bocca di quella parola, “dignità”, se non sapete qual è il suo prezzo.

Prima di fare del burlesque la mia professione, ho lavorato per qualche anno in televisione e dintorni. Stiamo parlando del pleistocene, più o meno.
Se ne ricorda mia madre in panico perché aveva scoperto che la famosa “gatta della metropolitana”, che si aggirava poco vestita nei vagoni della metro milanese, era sua figlia, un mio ex fidanzato che si era vantato con il giornalaio del fatto che quella del calendario fosse la sua ex fidanzata e pure il carrozziere sotto casa mia, che ancora tiene il calendario scaduto in bella vista con il mio autografo (facevo gli “autografi” ai tempi, mica le firme col dito sul tablet del postino quando mi arrivano a casa le multe non pagate).

Poi a un certo punto sono sparita. Non ho più fatto autografi, ma solo firme su contratti di affitto a prezzi sempre inferiori perché si sa, se diminuiscono i lavori diminuiscono anche i soldi.

A distanza di anni mi capita di guardarmi indietro, e io so benissimo quali sono stati i punti nodali della mia carriera, quegli “sliding doors” che hanno fatto sì che i miei sogni di gloria artistica andassero in fumo.
E nessuno di questi snodi riguarda le mie reali capacità artistiche (che magari fanno anche schifo, ma a questo punto non è dato saperlo).

La mia vita nel mondo dello spettacolo è stata costellata da episodi alla “Weistein”, sebbene in forma decisamente più “povera” (mica siamo a Hollywood eh!).

Un mio ex agente di spettacolo mi ripeté più volte “Lisa, per te sarà difficile perché sei una persona pulita”. Ci misi un po’ a comprendere cosa volesse dire quella frase: capitemi, ero una studentessa di psicologia, teatrante per (povera, economicamente) passione, precipitata all’improvviso nel rutilante mondo dello spettacolo.

Questo signore, a suo modo, un modo imbarazzante che tendeva a perpetrare uno status quo, mi ha protetta. Mi ha protetta da quelli che mi avrebbero aiutato ad andare avanti a patto che.
Lui diceva a questi signori che “la Dalla Via non era disponibile”. E intanto la Dalla Via spariva.
Ho poi avuto una liaison con un uomo che lavorava nell’ambiente. Dopo qualche mese mi confessò che, quando manifestò interesse nei miei confronti, gli dissero di lasciare perdere perché “la Dalla Via non te la dà, ti parla solo di lavoro” (cioè, fatemi capire, mi chiamate per un lavoro e io di cosa devo parlare, di ricette sudtirolesi?).
E poi ci fu quel mio amico che mi urlò dietro perché gli confessai di aver respinto le avance di un famoso regista: “Adesso tu lo chiami e gli dici che ci hai ripensato perché non hai capito che se ci stai è fatta”. E niente, non lo chiamai, e lui non mi fece nemmeno fare il provino.
E poi il dirigente che, quando gli chiesi perché mi avevano escluso da un programma nonostante “funzionassi” (ed erano i dati di share a dirlo) mi rispose “Sai, sei una bella donna, sei una donna interessante, magari qualche dirigente si è interessato a te e tu non sei stata abbastanza gentile”. Lo guardai e gli dissi “Questa volta quel dirigente ha trovato una donna che pensa di dover essere brava, non gentile”. Alzai i tacchi e me ne andai. E piansi. Molto.
E poi i “mi dispiace che non abbiano preso te per il ruolo principale ma le decisioni arrivavano dall’alto” e i miei vaffanculo ai tirapiedi della “persona molto influente” desiderosa della mia compagnia e i mie litigi plateali con quelle persone che mi avrebbero spalancato le porte a patto che. Sempre a patto che.

Ma la cosa peggiore, negli anni, è stata sopportare i discorsi degli amici che, quando raccontavo delle mie innumerevoli vicissitudini (che non racconterò qui sennò diventa la divina commedia), mi guardavano contriti e con tono solenne mi dicevano: “Si però quando ti guardi allo specchio la mattina vedi una persona che ha conservato la sua dignità”.

Si cari amici, lo so che mi volete bene, ma io questa dignità sono arrivata paradossalmente a odiarla.

Sapete quante volte ho pensato che se avessi avuto meno “dignità” avrei magari realizzato i miei sogni? Non avrei dovuto cambiare casa, vendere gli stivali di Zanotti perché non c’avevo più un soldo, non avrei dovuto consumare chili di fazzoletti di carta zuppi di lacrime perché “adesso cosa faccio della mia vita”, non avrei dovuto mangiare pane e compromessi lavorativi, non avrei dovuto “ricominciare” con immensa fatica e ricostruirmi sulle macerie della carriera che avevo pensato di poter avere.

La strada della “dignità”, miei cari, è lastricata di sogni infranti che fanno male come pezzi di vetro.

Devi imparare a conviverci, non fanno meno male col tempo, restano eterni a raccontarti della tua impotenza, di quello che avresti potuto essere se. Impari a sopportarli, ma non diventano più morbidi o meno dolorosi. Impari solo ad andare avanti.

E mi sono reinventata una vita, una vita che mi piace e che mi dà soddisfazioni, ma piantatela di raccontare la cazzata che quando mi guardo allo specchio non mi vergogno di me stessa perché ho la dignità. Io mi guardo allo specchio e vedo una che è stata costretta a rinunciare ai suoi sogni.

Quello che pesa di più, miei cari, è il baule pieno di questi sogni infranti che mi porto appresso, e tutti i “se avessi fatto” “se avessi detto” “se fossi stata una donna diversa” che accompagnano la mia esistenza.

Quindi davvero ve la sentite di augurare a tutte di portarsi appresso un tal baule? Davvero pensate che sia così facile rinunciare alla propria carriera, alle proprie aspirazioni come se nulla fosse?

Se nessuna scendesse a “compromessi” e nessuno li chiedesse, sarebbe un mondo bellissimo.
Ma così non è.

E, anche se mi verrebbe da maledire le ex “colleghe” che hanno preso il lavoro al posto mio perché sono state più “gentili” (dò per scontato che alla controparte, ai “potenti” che se ne approfittano, debba toccare un apposito girone dell’inferno), mi chiedo sempre se ne è valsa la pena, se davvero ho fatto la scelta giusta, se la mia “dignità” valeva tutte le lacrime che ho pianto e lo smarrimento e la paura di non farcela ad andare avanti.

Pensateci, a questo baule, prima di lanciarvi in giudizi che non lasciano spazio alle fragilità altrui.

E adesso vi saluto, che c’è il postino che mi chiede un altro autografo.

Sonetto di archi in re maggiore

Preludio

“E questo è Alberto, che ci farà il logo!”

A parlare Lisa ad alcune delle ragazze del gruppo. Dall’altra parte il mio volto. Quanto pagherei per avere un’istantanea della mia espressione in quel momento, il momento in cui ho appreso per la prima volta dell’incarico.
Si, me lo ha chiesto in questo modo, Lisa è così. La odi e la ami allo stesso tempo, devi superare l’odio iniziale per amarla, se non sei coraggioso non fa per te.

Andante con brio

La ricerca e la passione sono emozioni e talenti rari nelle persone, quando si scorge un barlume di tutto ciò bisogna aggrapparsi con forza a colui/colei che li emana. Il progetto “Le Fanfarlo”, di sguardo nobile, attinge dalla letteratura e dai personaggi che possiedono entrambe queste emozioni: “ricerca e passione”. Il gruppo, a partire dal suo “capitano” fino a tutte le sue meravigliose personalità femminili, possiede quello che definisco il carattere cinico-passionale. Il giusto mix per parlare di vita, di contraddizioni, di timidezze, di orgoglio, di amore, di seduzione…per citarne solo alcune, parole presenti anche nel loro decalogo. I fondamentali di cui si parla sono gli stessi che muovono me. E che hanno mosso a cavallo tra fine ‘800 e inizi del 900’ Charles Dana Gibson, illustratore statunitense che si è distinto per aver cercato e rappresentato la bellezza della figura della donna indipendente americana di inizio secolo. Tanto da creare una rappresentazione ed un termine preciso nel tempo, la “Gibson girl”. Il primo a comparire sulla copertina di “Life Magazine” (che negli anni successivi comprò e diresse anche). Nei suoi lavori infatti, possiamo davvero percepire tutto il carattere “rivoluzionario” ed elegante della donna di inizio secolo. Quel suo semplice gesto o quel naturale sguardo in tutte le sue illustrazioni non possono lasciarci indifferenti. Quella loro composta ribellione, la sfida che trasuda non può che accendere gli animi.

Allegro crescendo

Lo capite anche voi, era perfetto. La mia ricerca aveva finalmente preso il senso giusto.
Mi sono spesso imbattuto in questo percorso nel ricondurre il tutto ad un senso più POPolare, un azzardo che punta all’ICONA.
Come Charles un secolo fa, anche oggi Le Farfarlo portano con loro il medesimo desiderio “rivoluzionario” di mostrare l’ essere donna in tutte le sue sfaccettature.

Individuato il maestro, la via è illuminata.
La scelta iconica di una Gibson girl, reinterpretata, unita ad una ricerca contemporanea di stile, la scelta di colori e una impostazione con richiamo neo-pop, ne ha dato il risultato finale. Senza tempo, sfidante, versatile, semplice e mai banale.
In fondo, proprio come loro, COME LE DONNE.

Epilogo

Amare le idee, amare i gesti, amare le situazioni, amare i cuori. Amare le avventure.
Io le amo, voi no?

Di una misogina convertita

Pur essendo donna, ammetto di aver avuto per tanto tempo un atteggiamento che non esito a definire misogino: da persona decisamente intransigente posso perdonare la mediocrità in un uomo (forse), ma di certo non in un esponente del mio stesso sesso.

Il privilegio di nascere femmina, l’orgoglio di vivere come donna, sono pietre angolari del mio modo di vivere.

Senza compromessi. Senza mezze misure. Senza zone grigie.

Questo è anche il significato del mio tatuaggio, fatto a 18 anni e mai rimpianto. Il simbolo stesso della Donna, nel suo significato più alto e più profondo. Grata a Lei per essermi sempre di ispirazione. Ora a 30 anni è il momento di dargli nuova luce e nuove sfumature, ma questa è un’altra storia.

Misoginia dicevamo. Si, perché se nell’umanità riuscivo a scorgere sprazzi di sereno, nelle donne spesso vedevo solo abissi di debolezza e opportunismo.

Le amicizie femminili che sono riuscita a coltivare sono quindi il frutto di una profonda stima e di tanto lavoro. Comprensione e fiducia. Affetto e pazienza.

C’è un motivo se questo pezzo esce oggi.

Oggi è il compleanno della Rossa, alias Charlotte Rouge.

No, non riesco a chiamarla con il suo nome (soprattutto perché quando succede, si spaventa!). Per me lei è semplicemente la Rossa.

L’amicizia tra donne, dicevamo, è un procedimento complesso, sempre in divenire. Bisogna districarsi fra l’invidia e la rivalità, la gelosia e il pettegolezzo, anche quando si sente a pelle che potrebbe nascere un bel rapporto. Sempre in bilico fra l’ammirazione e la voglia di farsi uno sgambetto (nel nostro caso non solo metaforico!).

Quattro anni fa però incontravo questo bizzarro esemplare di ventenne: taciturna, diffidente, scontrosa… un gioiello insomma!

Fin dalla prima occhiata fu chiaro: sarebbe stato grande amore o guerra aperta.

Qualche tempo fa Le Fanfarlo hanno affrontato il loro primo shooting fotografico e, in particolare, mi sono dovuta destreggiare su un set con la Rossa. Per chi non se ne fosse accorto, Charlotte Rouge è straordinariamente fotogenica. Ogni scatto è più bello del precedente. Ogni posa è azzeccata, ogni espressione funziona. Quindi posare con lei è potenzialmente un dramma.

Vi racconto questo episodio perché mi ha fatto molto riflettere sul nostro rapporto: il fotografo a fine giornata ci ha chiesto se fossimo una coppia. E la verità è che la domanda non mi ha sorpreso più di tanto.

Ormai il livello di sintonia (e di telepatia!) che abbiamo raggiunto è quasi inquietante.

Questo però non è frutto di magia, nessun coniglio che esce dal cilindro. Sono stati anni di mattoni e calcestruzzo, di confronti aperti, di scudi alzati contro interferenze esterne.

Per questo sono grata alle Fanfarlo: mi stanno insegnando che noi donne siamo in grado di tenerci per mano e darci forza a vicenda. Non rivali ma complici. Perché se siamo unite, nessun muro è troppo spesso, nessun ostacolo troppo alto, nessun progetto troppo ambizioso.

Sto scoprendo donne straordinarie e amiche su cui contare, in tanti modi diversi quanti sono i loro caratteri: qualcuna più esuberante ed affettuosa, qualcuna silenziosa ma presente, qualcuna pronta a bacchettarmi per dirmi “se hai bisogno, non aver paura di chiedere”.

Vorrei cogliere l’occasione per ringraziare questo gruppo di Donne straordinarie, grazie alle quali ho più capelli bianchi, più ore di sonno arretrato e qualche ruga in più (ma sono quelle del sorriso, quindi va bene così).

Grazie ragazze, siete la mia speranza in un mondo migliore.

PS: @Charlotte Rouge: se non avessi voluto farti una sorpresa, saresti stata la prima persona a cui avrei chiesto un parere su questo pezzo.

Ho trovato! Potreste chiamarvi Fanfarlo!

“Ho trovato! Potreste chiamarvi Fanfarlo!”.

E’ notte inoltrata, sul tavolo un’ottima bottiglia di rosso finita, un posacenere traboccante sigarette, diversi bicchieri da vino vuoti e diversi bicchieri da amaro pieni.

Vania, la mia amica dei tempi dell’università, che il destino ha avuto il buon cuore di mettermi accanto anche nella mia vita adulta (o pseudo tale), è saltata giù dal divano e ha la faccia di una folgorata sulla via di Damasco. Io rimango un attimo interdetta, chiamo a raccolta i neuroni sopravvissuti a una lunga serata di brainstorming alcolico e realizzo che si, noi siamo “Le Fanfarlo”.

Ma facciamo qualche passo indietro, anzi facciamone davvero tanti.

Il mio primo incontro col burlesque avvenne circa 11 anni fa: fu una folgorazione.
Mi innamorai istantaneamente di quest’arte che coniugava la mia passione per il teatro con quella per la danza con quella per la lingerie e i vestiti “della nonna”, senza trascurare quel pizzico di sensuale esibizionismo frustrato da un fidanzato un po’ troppo distratto.
Ma questa è un’altra storia.

La storia di Fanfarlo invece è fatta anche della mia vita schizofrenica che mi ha voluta studentessa di psicologia, teatrante dai sogni di gloria infranti e femminista sui generis: mai pensato di bruciare i reggiseni in piazza, ho sempre preferito collezionarli. Questo perché la mia libertà dell’essere donna è fatta anche di pizzi e paillettes, tacchi alti e vestiti impegnativi, di sensualità e seduzione che non ha paura di rivelarsi al mondo, di deliziose leggerezze che abbelliscono la vita.

Dopo alcuni anni da burlesque performer, anni in cui ho zampettato in giro seminando reggiseni e piume di struzzo, mi sono accorta che qualcosa in me era cambiato: ero più sicura di me, più allegramente sfrontata, più a mio agio col quel corpo che, da piccola, sembravo sopportare solo perché mi permetteva di portare la testa in giro (quando feci la pole dance in metro vestita da gatta, trovata che mi fece vivere i miei 15 minuti di popolarità, la mia cara maestra mi disse: “Sono contenta che finalmente hai fatto pace col tuo corpo!”).

E così ho cominciato a insegnare, spinta dal desiderio di trasmettere anche alle altre donne quel “piacere di piacersi” a prescindere da tutto, dalle forme, dall’età, dai “cosa potrebbe dire la gente”.

Negli anni ho incontrato mille modi di essere donna attraverso gli occhi delle mie allieve.
Ho conosciuto storie diverse, storie di una sensualità nascosta o negata per paura o timidezza, storie di una femminilità dimenticata in mezzo ai giocattoli dei figli o persa in mezzo agli appuntamenti di lavoro, storie di ricerca della leggerezza o dell’autostima perduta, storie di sorrisi, di bronci e di pianti disperati (anche di rotture di palle eh, mica è tutto liscio e poetico, che credete).

Però quello che ho notato negli anni, tra alti e bassi e patteggiamenti estenuanti con le mie insicurezze, era che questo modo di vivere il burlesque, accendeva sorrisi nuovi.

Ho cominciato così a pensare di raccontare in modo un po’ più “ordinato” il cambiamento che un oggetto insospettabile come un reggicalze, poteva provocare in chi lo utilizzava.
Questo, confesso, anche per un fine beceramente egoista, ovvero quello di placare le ansie di mia madre disperata perché convinta di avere una figlia spogliarellista.

Dal momento in cui ho pensato di far nascere questo progetto al momento in cui questo è accaduto, sono passati anni.
Ma soprattutto sono arrivate persone.
Perché questo progetto, proprio per i principi ne che stanno alla base, non sarebbe mai potuto essere un “one woman show”.

Il destino mi ha voluto bene anche in questo caso (con molta, moltissima calma, prendendosi i suoi maledettissimi tempi stralunghi), facendomi incontrare le “persone giuste”.
Le due “colonnelle” in primis, le mie allieve “più vecchie” (non per età, sia mai!), Lady Godot e Charlotte Rouge. Da un “provo a fare un corso di burlesque ma non garantisco” sono passate a un “fammi andare sul palco ti prego ne ho bisogno”.
Precise, organizzatissime, contavano (e contano tutt’ora, ma con più discrezione) maniacalmente le battute di ogni brano musicale, mettendo alla prova il mio sistema nervoso, perfette per addomesticare i miei slanci creativi, candidate ideali per passare nottate a costruire un mondo.
E poi un gruppo di allieve, anzi più gruppi, travolgenti.
Immaginate di mettere insieme donne che tra loro non c’entrano niente, donne che, per coerenza, dovrebbero fare anche file alle poste diverse.
Potreste stupirvi di come questo concentrato di diversità possa diventare un fiume in piena di entusiasmo.

Ed eccoci qui, un insieme improbabile di femmine, pronte a scommettere su un progetto che ci racconta che esistono mille modi di essere donna.

Siamo “Le Fanfarlo”, dal nome della protagonista di un racconto di Baudelaire, che ammaliava il pubblico con le sue seducenti metamorfosi interpretando una miriade di personaggi diversi.
Solo che, a differenza della Fanfarlo di Baudelaire, noi esistiamo anche a prescindere dai personaggi che interpretiamo, siamo i nostri show ma li usiamo anche per uscire da noi o per raccontare un noi insospettabile, talvolta anche a noi stesse.

Cercate una definizione unica del burlesque? Non esiste. Perché, come dico sempre alle mie allieve, esistono tanti modi diversi di fare burlesque quante sono le donne.

Quindi lasciatevi abbagliare dal nostro essere multiformi, dai nostri strass e lustrini, ma non aspettatevi che la realtà sia solo quella che vi si presenta a un primo sguardo.
Perché siamo meravigliosamente stratificate, non solo in scena.

E, soprattutto, se avrete la voglia di seguirci, siate consapevoli del fatto che abbiamo un cervello e un reggicalze. E che non abbiamo paura di usarli. Entrambi.

Come lo dico a mamma e a papà?

Iniziai il corso di burlesque per scherzo. Per me che barcollavo nel delirio delle mie insicurezze sarebbe stato difficile continuare. Eppure intrapresi questo viaggio, con il bagaglio pieno di dubbi e paure.
Il primo scoglio era: come lo dico a mamma e a papà?
Sapevo che avrebbero accettato la cosa, ma avevo il timore che si facessero influenzare dai pregiudizi che il burlesque il più delle volte si porta dietro.
Quando lo dissi a mia mamma mi guardò con quello sguardo che tanto indaga e poco dice e mi chiese se anche io avrei ballato come Dita Von Teese in un enorme bicchiere.
Sapevo che lei sapeva, sapevo che avrebbe fatto fatica ad accettarlo ma che comunque l’avrebbe accettato.
Dirlo a mio papà fu decisamente più difficile per me. Insomma la sapete tutti la classica storia della figlia unica e del papà un po’ geloso no?
Ricordo ancora la prima volta che mi chiese cosa fosse e senza pensarci risposi “È un balletto anni ‘20” e, per non sembrare inesperta, aggiunsi che ballavo il charleston e lo swing.
La situazione era già comica così ma ovviamente non si accontentò delle mie parole e fece delle ricerche. Gli si aprì un mondo che lo turbò non poco.
Perché diciamocelo: immaginatevi un papà che digita “burlesque” su google e vede donne bellissime nelle loro nudità con solo 2 copricapezzoli appesi al seno, cosa può pensare?
Onestamente credo che d’impeto abbia pensato: “MIA FIGLIA FA LA SPOGLIARELLISTA”.
Iniziò a prendermi in giro ma anche a interessarsi di più fino alla fatidica domanda: ”Metti anche tu quei cosi?”.
Insomma è categorico che, se dici di fare burlesque, le persone ti chiedano se anche tu indossi i “copricapezzoli” e, quando rispondi di si, sgranano gli occhi come a dire “ma veramente?”.
Mio papà quando gli risposi di si iniziò a ridere, forse perché non mi immaginava con quei “cosi” attaccati alle tette e magari la cosa un pochino lo imbarazzava.
Con il trascorrere del tempo, entrambi iniziarono a vedermi più leggera e più tranquilla, e a entrambi è bastato un mio sorriso del mercoledì sera (il mio appuntamento settimanale col burlesque) per capire cosa fosse realmente il burlesque: la mia serenità.
Perché poi ci sono tante sfumature, ma ciò che conta è dare un significato personale alle cose.
A loro, che di ricerche ne avevano fatte, alla fine è bastato vedermi felice per capire che la definizione “da vocabolario” di burlesque non era esaustiva e non avrebbe mai raccontato i cambiamenti e i sorrisi che quest’arte ha portato nella mia vita