Cronache di una quarantena a giorni alterni

Lavorando come tecnica in un laboratorio di ricerca, lo smart working per me è fuori discussione.

Portarmi il lavoro a casa significherebbe allestire una animalhouse in salotto, e non so se il mio  compagno gradirebbe. Munita quindi di autocertificazione e mail del capo come giustificativo, a giorni alterni mi dirigo a lavoro per gestire colonie ed esperimenti.

Non sono ipocondriaca (anche se potrebbe sembrare) e sono conscia del fatto che, essendo giovane e sana, il virus potrebbe manifestarsi in modo meno aggressivo rispetto agli anziani e a persone con la salute compromessa. Ma l’idea di non poter lavorare da casa non mi sconfinfera per niente.
Ora, so già  che, se siete tra quelli che vivono il lavoro da casa, sicuramente vi starete chiedendo cosa ho da lamentarmi visto che almeno “esco, ma soprattutto ho ancora un lavoro”. E la mia è una quarantena decisamente più “morbida”.

Mi permetto però di dissentire perché, uscendo,  la probabilità di essere esposta a fonti di contagio rispetto a chi resta in casa è più alta.
Aggiungendoci poi il fatto che, per raggiungere il posto di lavoro, devo usare i mezzi pubblici, il rischio è ancora più elevato. Si, lo so che l’alternativa potrebbero essere i servizi di car sharing, ma preferisco evitare in questo periodo: con tutta onestà, non ho voglia di condividere, con il noleggio della macchina, oltre a germi e batteri anche il Sars-Cov-2.

Detto ciò le mattine in cui devo uscire mi scrollo l’ansia di dosso e vado.

Tipicamente le giornate in cui è prevista “la trasferta” succede questo: esco di casa, saluto la porticina e mi avvio verso la metro. Durante il tragitto lo scenario è quello post apocalittico: giusto qualche altro lavoratore ben bardato con guanti e mascherina e qualche persona con i cani al guinzaglio; poi il nulla.

Per andare a lavoro prendo sia metro che autobus.
Con la metro gioco facile: non toccare nulla è davvero semplice, tutto automatico, a partire dal tornello alla portiera del vagone. Il tutto, invece, si complica con gli autobus, dove evitare il contatto è sempre un’impresa titanica.  Ma con tanta tenacia ho trovato delle strategie per provare a non toccare nulla che non sia me stessa.

Cosa ho escogitato? Avete presente il tagadà? Forte della mia esperienza adolescenziale al luna park, mi metto al centro dell’autobus (lontana da tutti) e resto lì, tenendomi in equilibrio con le gambe leggermente divaricate, finché la corsa non è finita. Premo il bottone per prenotare la fermata solamente se sono l’unica a doverlo fare, altrimenti aspetto che qualche anima pia lo faccia prima di me. Arrivata alla fermata, ringrazio per le porte automatiche e scendo dall’autobus.
Arrivo in portineria dove, igienizzando le mani grazie al distributore di disinfettante all?ingresso, sono pronta ad iniziare la mia giornata lavorativa.
Per tornare a casa stessa litania (invertendo autobus e metro). Arrivo a casa e dopo aver tolto scarpe, cappotto e borsa vado a lavarmi le mani (questo lo facevo anche prima, sia ben chiaro) ed eccomi pronta per iniziare la serata in relax.
Ah no dimenticavo, manca una routine all’appello: prima di godermi la mia serata rilassante, il mio compagno mi chiede, tutte le volte (irritandomi), se ho lavato o meno le mani.

Questa tiritera avviene ogni volta che vado a lavoro :(.

Quando sono a casa invece la situazione è ben diversa, anche se la noia fa spesso capolino, il senso di pace e tranquillità che avverto stando in un luogo per me sicuro, supera tutto il resto.
Cerco di tenermi impegnata come posso in questa quarantena: oltre alle pulizie (improvvisandomi imbianchino ho tinteggiato anche il balcone), mi fanno compagnia le aperi-call (rigorosamente a base di bitter) e board-game con amici, le videochiamate con i parenti, le dirette di “Leonardo Sporting Club” e le nostre di LeFanfarlo.

All’inizio di tutto questa faccenda, quando ero convinta che i giornalisti, in cerca di “notizie bomba”, avessero creato fin troppo allarmismo per una semplice influenza stagionale (a mia discolpa anche gli esperti lo pensavano) e che il tutto sarebbe scemato nel giro di poco, ero quasi contenta di avere qualche giorno per stare in casa.

Oggi, a distanza di quattro settimane di questa ormai “pandemia globale”, nonostante sia un po’ stufa di dirigermi a lavoro a giorni alterni per evitare di avere contatti con i miei colleghi, di dover mangiare sempre il solito panino, di dover usare solo determinati percorsi per spostarmi, di essere impaurita dai mezzi, di non poter andare a fare la spesa dove mi pare, di non praticare i miei hobby e soprattutto di non poter abbracciare le persone a cui voglio bene, non voglio lamentarmi perché, a differenza di altri, io almeno ho la salute che mi assiste.

E quello della salute è un bene che, soprattutto in questo strano periodo che stiamo affrontando, abbiamo imparato a non dare per scontato.


Joie Devivre

Joie Devivre

33 anni, nata in un paesino di provincia sotto il segno del Leone, è solare, altruista e coinvolgente. È sempre stata una sognatrice (questo giustifica il suo leggendario sorriso da chi vede gli unicorni narrato da chi la incontra). É anche una persona diretta e comprensiva ma solo con chi vuole. Ama romanticamente e la gelosia è insita nella sua natura. L’ascendente in Capricorno le dona quella testardia e caparbia che le permette di mettersi in gioco per rendere l’impossibile possibile. Trasferitasi a Milano per l’università e rimasta dopo aver trovato lavoro e amore, qui ha potuto dare libero sfogo alle sue fantasie iniziando un corso di burlesque. Il burlesque l’ha resa una donna con una marcia in più. La modestia non è il suo forte.