I bulli hanno un nome: una lettera a Beatrice.

I bulli hanno un nome.

I bulli hanno un nome, Beatrice e tu lo conoscevi molto bene.
Forse gli ultimi pensieri che si sono agitati dentro la tua testa sono state proprio le lettere sterili dei loro nomi.
Io lo so come ti sei sentita, Beatrice, immersa in quei secondi densi come melassa, appena prima che il treno ti divorasse. Sei scivolata via dalla banchina, tra le rotaie, con lo zainetto ancora sulle spalle.

I bulli hanno un nome, Beatrice, sempre. Può essere maschile o femminile.
Un bullo può chiamarsi Serena oppure Giulia, Andrea o Marco o Luca. Ogni bullo ha un’identità, fisica e anagrafica.
I bulli hanno un nome, ma nessuno lo dice mai. “I bulli”, li chiamano tutti, genericamente, quasi fossero entità eteree, immaginarie e paurose come babau.
I bulli hanno un nome, Beatrice e le “mie” bulle, ovvero le ragazze che hanno reso i miei tre anni di scuola media un inferno, si chiamavano Stefania, Valeria e Valentina.

Tu eri quella “troppo grassa”, Beatrice, mentre io ero quella “troppo strana”.
Ogni bullo comincia la sua opera di demolizione proprio da lì, da quel “troppo” che brucia e che punge, da quel “troppo” che rappresenta un’immaginaria e colpevole esondazione da quei confini invisibili e completamente inventati che dividono ciò che è normale, quindi accettabile, da ciò che non lo è.

I bulli ci vorrebbero tutti uguali, Beatrice, tutti normali, tutti conformi, tutti forti e tutti belli.
La loro è semplice, lineare, primitiva, volontà di potenza e omologazione, perché i bulli, di fatto, sono privi di fantasia.

Io non sono mai stata normale.
Soffro di un disturbo di personalità da quando sono piccola. Tuttavia, a undici anni, nessuno aveva ancora dato un nome, una diagnosi, alla mia diversità.
Le mie azioni e le mie reazioni, le mie emozioni e il mio essere, sono peculiari e ciò si percepisce.

I bulli hanno un nome e la capacità straordinaria, quasi animale, di annusare le debolezze degli altri.
Stefania, Valeria e Valentina erano già a conoscenza di qualcosa che io, ancora non sapevo.
Cominciarono gradualmente a disintegrarmi. Iniziarono ad impormi una sorta di pizzo. Ogni giorno, dovevo comprare la merenda a ciascuna di loro. Prima di attraversare la strada ed entrare nel panificio davanti alla scuola, annotavo, ubbidiente, le ordinazioni. Un croissant alla crema. Un trancio di focaccia. Una fetta di pizza margherita. Mia mamma, trovando gli scontrini appallottolati dentro le tasche del mio cappotto, si stupiva di quanto io riuscissi a mangiare in una giornata soltanto.
Se per caso rimanevo a casa, oppure non portavo loro ciò che volevano, sapevo che l’umiliazione sarebbe arrivata. Per avere più spettatori possibili, attendevano sempre l’uscita della scuola. Mi spingevano giù dai gradini d’ingresso, gridandomi dietro che ero un cesso e una pazza.
Io volevo soltanto essere più piccola possibile, restare blindata nel mio mondo silenzioso e questa è la ragione per cui, ogni giorno, investivo cinque euro in pizza, focaccia e invisibilità.

Dopo qualche tempo, cominciarono le telefonate a casa. Stefania e Valeria e Valentina conoscevano perfettamente gli orari della mia famiglia e sapevano a che ora sarei stata a casa da sola. Il telefono squillava e io rispondevo.

“Pronto?”
“Buonasera signora. Siamo gli operatori del Centro d’Igiene Mentale dell’ospedale di Bergamo. Volevamo avvertirla che è tutto pronto per il ricovero di sua figlia.”

Ti rendi conto, Beatrice? I bulli hanno un nome e anche un cervello, anche se ci fa più comodo immaginarli ignoranti e beoti.
Io intuivo che qualcosa dentro di me non andava, ma la loro indagine è stata più profonda della mia.
Loro sapevano. Io non ancora.
Queste telefonate mi terrorizzavano. Cominciai a temere il ricovero, il manicomio e la camicia di forza.
Una mattina, semplicemente, trovai insopportabile l’idea di andare a scuola.
Mi chiusi in casa e provai a dare fuoco al davanzale della finestra. Fallii.

Io sono stata fortunata, Beatrice, perché il mio paesino non ha la stazione del treno.

La forza di Stefania, Valeria e Valentina era micidiale e il meccanismo perfetto: fa comodo a tutti nascondersi dietro l’adagio “ciò che non uccide fortifica” mentre invece si ignora che si può morire di millimetriche morti ogni giorno, gocciolando via piano piano finché di noi non resta più niente.
Col tempo, tantissimo tempo, ho ricominciato a respirare.

Cara Beatrice, perdonami se ti scrivo, ma non so che altro fare.
Io sono stata salvata, cara Beatrice mentre invece tu no, tu sei stata sommersa.
Forse, tutto il bene che adesso l’Italia intera ti vuole, forse ti avrebbe fatto cambiare idea.
Forse saremmo riusciti a farti capire che eri magnifica, solo che non lo sapevi.

Io sono sicura saresti diventata una bellissima donna ma, proprio come il treno sotto il quale sei morta, anche queste mie parole sono arrivate in ritardo.

 


Ivy La Morgue

Ivy La Morgue

Odia gli spazi stretti, la simmetria, le richieste pressanti e le persone troppo vicine, quindi appena può fugge a respirare l’aria sottile delle sue montagne. 
Legge moltissimo ed è grafomane: per queste ragioni, quando non cammina in salita, scrive su qualsiasi superficie a sua disposizione. Ha sempre ritenuto l’arte un’esigenza quasi vitale: grazie alle parole e al teatro, è spesso riuscita ad esternare concetti, disarmonie e sensazioni che altrimenti avrebbe segregato dentro se stessa. Grazie al Burlesque ha potuto scoprire il suo lato più femminile, ma insieme oscuro e grottesco.