Non so se voglio essere madre

[:it]Non so se voglio essere madre.[:]

Ho trentun’anni, un marito, due gatti, una bella casa e non so se voglio essere madre.

Sono sposata da 411 giorni esatti e ho detto “sì, lo voglio” davanti all’uomo che amo e ad un’eccentrica impiegata comunale incredibilmente somigliante a Stevie Nicks dei Fleetwood Mac.

Non è stato “il giorno più bello”, anzi: praticamente ho messo una firma su un foglio e poi mi sono ritrovata ad essere l’unica vestita di bianco nel mezzo dell’isteria collettiva di un carrozzone pantagruelico.

I miei “giorni più belli” sono stati altri.
Quando abbiamo visto l’Everest per la prima volta, mano nella mano ad oltre 3000 metri ed eravamo sporchi ed esausti e senza fiato ma con quella montagna enorme negli occhi ci siamo sentiti davvero indispensabili l’uno per l’altra; quando ci siamo dati il primo di una lunga serie di baci ed eravamo emozionatissimi e maldestri e non sapevamo dove mettere le due pinte di birra che ostinatamente tenevamo in mano… ecco quando ci siamo sposati davvero.

Il mio matrimonio è stato un giorno come gli altri, forse un filo più incasinato e stancante e pieno ma tuttavia qualcosa, nella percezione che le altre persone hanno di me, da allora dev’essere cambiato.

Da quando ho la fede al dito il mio utero e le mie ovaie sono diventate praticamente delle rockstar, sempre al centro di un’attenzione costante. “Allora, questo bambino?” è la domanda che mi viene posta circa dieci volte al mese da familiari, amici, conoscenti, gente che avrò visto sì e no due volte nella mia vita e di cui a stento riconosco i connotati.

Una sera, durante una cena tra amici, una coetanea già madre mi chiese con un candore davvero spiazzante come mai io non sentissi il bisogno impellente di riprodurmi. “Non lo so” le risposi, “al momento stiamo bene così… non so se voglio essere madre”.
Lo sguardo che mi diede come risposta era un misto di commiserazione e di triste disprezzo. “Ma essere madre è la cosa più bella e naturale del mondo, siamo nate per questo”.

Ogni volta che mi viene chiesto “Allora, questo bambino?”, qualcosa dentro di me si contrae e vorrei a quel punto sedermi e accendere una sigaretta, per spiegare con calma che non so se voglio essere madre, che convivo con un disturbo di personalità per cui potrei effettivamente non essere in grado di prendermi cura di un infante, che al momento ho la testa impegnata in progetti diversi, che vorrei salire sull’Annapurna, che la domanda è indelicata e sottintende il fatto che io sia una donna progettata male, priva dello scopo primigenio e quindi di un fine esistenziale, che preferirei un semplice “come stai?” piuttosto che un quesito così intimo, che una donna ha dentro un mondo, oltre che un apparato riproduttivo e appellarsi alle leggi di natura al giorno d’oggi è mera retorica e che comunque, alla fine, sono solo cazzi miei.

Non so cosa succederà domani, so solo che non so se voglio essere madre. Magari il mio ipotalamo comincerà a sparare ossitocina in giro per il cervello e deciderò di diventare mamma in quindici minuti, oppure no e continuerò a vivere la mia vita come adesso.

Quello che so per certo, tuttavia, è che dovrò continuare a rispondere ad altri del mio utero, quasi fosse una colpa essere ancora “vuota” dopo il matrimonio.
“La natura rifugge il vuoto” diceva Aristotele ma io, di fronte al vostro horror vacui, orgogliosa faccio spallucce. 

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Ivy La Morgue

Ivy La Morgue

Odia gli spazi stretti, la simmetria, le richieste pressanti e le persone troppo vicine, quindi appena può fugge a respirare l’aria sottile delle sue montagne. 
Legge moltissimo ed è grafomane: per queste ragioni, quando non cammina in salita, scrive su qualsiasi superficie a sua disposizione. Ha sempre ritenuto l’arte un’esigenza quasi vitale: grazie alle parole e al teatro, è spesso riuscita ad esternare concetti, disarmonie e sensazioni che altrimenti avrebbe segregato dentro se stessa. Grazie al Burlesque ha potuto scoprire il suo lato più femminile, ma insieme oscuro e grottesco.