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Tra mascherina e reggiseno, preferisco levare il reggiseno!

Io ti conosco mascherina”, così cantava Piero Pelù in una sua canzone.
Si lo so che non è “farina del suo sacco”, ma quanti di voi l’hanno cantata in questo periodo di quarantena, fase 1, fase 2 e ora pure fase 3?

“Povera me”, dicevo all’inizio della quarantena, “se devo uscire con la mascherina non esco proprio e me ne sto a casa!”.

Questo proposito si è ovviamente sfracellato al suolo davanti alla necessità di fare la spesa. Così ho dovuto “imparare” una nuova routine e a rispettare (giustamente) le regole: non solo devo indossare la mascherina, ma devo igienizzare le mani e mettere anche i guanti!

Ma questo è un incubo!”, questo il pensiero alla mia prima spesa, quando ho scoperto che avrei dovuto anche porgere la fronte per la misurazione della temperatura. Ho sorriso vedendo anche gli uomini in fila, pensando che in fondo avrebbero potuto anche non misurarla: avete mai visto un uomo in giro con la febbre a 37.5? 😉 Si scherza, ovviamente!

Durante il lockdown abbiamo vissuto scenari post-apocalittici: entravi al supermercato anche al sabato mattina, momento in cui il sessanta per cento delle famiglie va a fare la spesa. Ti sembrava irreale: nessuna attesa alle bilance, nessuna calca vicino alle offerte sui banchi e nessuna fila alle casse.
In compenso ne avevi fatta una fuori di un’ora e mezza!

Andavi nei reparti e trovavi sbarrati prodotti non ritenuti di prima necessità: reparto cancelleria, reparto vestiario, reparto giardinaggio. Ma siete seri? Cioè io non posso colorare, non posso comprarmi un paio di calze e non posso fare giardinaggio???  No! Posso comprare solo cibo!

E infatti, grazie alla quarantena, sono diventata più larga che alta. Difficile stare lontana dai fornelli, che sono una mia grande passione.

Ho provato anche ad andare nel reparto alcool e disinfettanti per farne scorta: ormai sono ai primi posti della lista della spesa di tutte e tutti noi. Ma ciao, deserto dei tartari! Va bene, mi laverò con la candeggina. Quando le mie mani saranno corrose, starò a casa fino al risanamento.

Comunque, tornando alla maledetta mascherina, la troviamo in tutte le salse: chirurgiche, kn95, ffp3, ffp2, con filtro, senza filtro, personalizzate, lavabili, colorate e chi più ne ha, più ne metta. Ormai mi sono fatta una cultura in proposito.

Nonostante l’odio che provo per lei, alla fine riesce a farmi godere, inaspettatamente. E continuo a godere, sapete quando?

Ogni volta che la levo!

Provo la stessa meravigliosa sensazione di quando, dopo un’intera giornata di lavoro, mi levo il reggiseno. CHE GODURIA!!!

Sia chiaro che, tra mascherina e reggiseno, io preferisco levare il reggiseno. Infatti non vedo l’ora di poterlo fare di nuovo su un palco con le mie fanfar-colleghe!!!

Alla fine ci si abitua anche a lei, l’odiosa ma necessaria mascherina.
È così importante che devi anche tornare indietro a prenderla se la dimentichi.
Ormai l’elenco delle cose da prendere che faccio prima di uscire di casa è standard: le chiavi le ho, il cellulare ce l’ho, gli occhiali pure e la mascherina la metto. Ok posso andare!

Il burlesque? La mia boccata di aria fresca

Quando mi chiedono cosa sia per me il burlesque, non ci metto tanto a rispondere:

La mia boccata di aria fresca da cui prendere energia per portarla nel quotidiano”.

Mai come quest’anno ne sono così convinta!

Se ripenso all’anno scorso infatti potrei dirvi di aver vissuto una “crisi mistica”, dovuta al mio ingresso nel mondo del lavoro e più in generale in quello degli adulti, ma sono convinta di non essere l’unica e che ci sia qualcun altro tra chi legge ad aver passato la stessa situazione.
Sì perché finché sei una studentessa universitaria, seppur seria e dedita al dovere, la vita trascorre tra qualche crisi di “Oh mio dio non passerò mai questo esame” e “Va beh dai raga andiamo a farci uno spritz che passa la paura”.
Ma quando vieni  catapultata in quella specie di imbuto dove improvvisamente devi assumerti ogni responsabilità di sorta, dove devi essere sempre performante e dove devi rispondere a chi ti impone degli obblighi, non è proprio così semplice; se poi si aggiunge la confusione mentale legata al tuo futuro e la volontà quasi maniacale di voler essere sempre perfetta nel tuo lavoro, è facile intuire che tutte le mie energie erano concentrate per potermi migliorare professionalmente.

Inutile dire che per me il burlesque non era più una priorità insieme a Le Fanfarlo.

Mi sentivo annoiata, demotivata e in alcuni casi perfino infastidita da quella che reputavo essere in quel momento una “perdita di tempo” che non mi permetteva di raggiungere gli obbiettivi professionali che mi ero prefissata; ma cosi facendo, ho capito dopo, mi stavo alienando, senza pensare anche al mio benessere personale.
E si sa, se non si sta prima bene con se stesse è difficile trovare le motivazioni e le energie giuste per poter arrivare dove si vuole. Soprattutto per una persona che di professione si dedica agli altri, credo che questo sia una dogma fondamentale da tenere ben a mente.

Ho passato un lungo periodo di totale apatia ed indecisione sul da farsi, un inno al “vorrei ma non posso”, finché a Settembre dell’anno scorso sono anche arrivata alla decisione di voler abbandonare il burlesque e Le Fanfarlo.
Per fortuna sono state proprio le mie compagne d’avventura che mi hanno frenata dal farlo, prendendomi per mano e aiutandomi a “rifiorire. Per questo non le ringrazierò mai abbastanza.
In quel momento così difficile per me, mi hanno dimostrato che la solidarietà femminile esiste davvero e, quando la si prova sulla propria pelle, è un’esperienza bellissima.

Sì perché al contrario di quello che si pensa, e che spesso purtroppo accade, noi donne sappiamo sostenerci a vicenda con una forza tale che saremmo in grado di sconfiggere la peggiore delle bufere.
Averlo provato sulla mia pelle mi ha fatto sentire più forte e più fiduciosa in me stessa, perché c’era qualcuno che realmente credeva in me, senza aspettative, semplicemente perché ero io.

 

Da lì è stato tutto un susseguirsi di situazioni e ragionamenti personali, che mi hanno fatto riscoprire la bellezza di infilare reggicalze e tacchi una sera a settimana ed essere quella “Gigi Chic” spensierata e allegra, ma allo stesso tempo consapevole di sé, che devo cercare di far vivere anche nella vita di tutti i giorni. Un po’ come quando mi tolgo il reggiseno sul palco e shakero orgogliosa i miei bellissimi pasties rigorosamente fatti a mano. 😛

Adesso penso di poter finalmente affermare di aver ritrovato la motivazione, la voglia di fare e l’entusiasmo che mi hanno caratterizzata il primo anno di burlesque e che mi hanno fatta conoscere al pubblico come quella che “si mangia il palco” (io non me ne rendo conto tuttora, tra l’altro!).

Eh si perché ballare e divertirmi sul palco è per me qualcosa di naturale, che faccio in primis per me stessa e poi per gli altri che, se apprezzano, tanto meglio!

Insomma, in questo periodo specifico della mia vita, dove gli impegni e i ruoli da ricoprire sono tanti e dove nulla è ancora  al suo posto, questo mercoledì sera diventa un momento di totale ossigenazione e libertà.


E, ora che sto recuperando “pezzi di me” che avevo dimenticato per strada, mi sento di ringraziare le mie nuove compagne di corso che, con la loro dolcezza ed empatia, mi hanno accolta tra loro. Si perché non è stato semplice dover abbandonare il gruppo delle mie “Dive”, che per 2 anni è stata la mia seconda famiglia, ma che rimarrà per sempre nel mio cuore. 

Last but not least, un grande grazie va alla super teacher che ha saputo capire e rispettare i miei tempi biblici ma che allo stesso tempo mi ha dato quella scossa che mi ci voleva per smuovermi dall’empasse in cui mi trovavo.
Anche se la prima reazione che ho avuto davanti alla sua “scossa” è stata simile a quella di un gatto a cui hanno pestato la coda, ho capito che a volte serve qualcuno che ti scuota, anche energicamente, per farti tornare in te.
E adesso sono di nuovo io, carica, energica e felice.
Bentornata a me, bentornata Gigì Chic!

 

Il burlesque uno spogliarello? Non avete capito un piffero!

Ma avrà il reggicalze o dei banalissimi collant?”

E’ questa la domanda che mi balena nella mente tutte le volte che vedo una donna con la gonna, probabilmente per via della mia passione: il burlesque.

Cos’è il burlesque?

Wikipedia dice: “Il burlesque è un genere di spettacolo satirico che a causa delle molteplici trasformazioni è diventato sempre più simile al varietà”.

Alcune femministe (con i baffi) dicono che è l’oggettificazione della donna.

Io invece che lo pratico da qualche anno vi dico che per me: “il burlesque è uno strumento e non un fine: lavoriamo non solo per andare sul palco, ma anche per essere libere, felici, consapevoli e divertite” (cit. Le Fanfarlo)

Come vi dicevo, è qualche anno che faccio il corso, ma ricordo con molta nitidezza la prima volta che ho messo piede nell’aula in cui l’insegnante, Lisa dalla Via, avrebbe fatto la lezione di prova.

Sono arrivata a lezione con delle amiche, convinta di trovarci quattro gatti. Invece eravamo in tantissime, di età e stili completamente diversi.
Ammetto che questa cosa mi aveva alquanto stupita. Non pensavo minimamente che ci fosse così tanta gente pronta a mettersi in gioco con quella inusuale arte.
Ne sapevo poco, ma sapevo con certezza che nel burlesque c’era uno spogliarello da affrontare. E quindi? Tutte pronte a denudarsi davanti a sconosciute e sconosciuti?

La lezione è iniziata e io ho accantonato le mie considerazioni.
Non nego che ci sono stati attimi di terrore, ma superato lo scoglio della camminata (
si, la prima richiesta dell’insegnante è stata di mostrarle il nostro modo di camminare. E chi ci aveva mai fatto caso?!), la lezione mi ha entusiasmata a tal punto che mi sono iscritta al corso.

Dopo qualche mese mi sono accorta che mi appagava molto fare quelle lezioni, perché non erano solo nozioni tecniche quelle che apprendevo, ma anche coraggio ed autostima.
Coraggio che ho dovuto tirare fuori a fine anno per fare il saggio della scuola.

Il giorno del saggio è parso arrivare in un baleno. Eravamo tutte agitatissime.
Siamo arrivate nel teatro 4 ore prima rispetto all’inizio dello spettacolo.
Ansia e angoscia erano palesi sulle nostre facce. Non so quante volte ci siamo ricontrollate a vicenda la riga delle calze (doveva essere perfettamente perpendicolare al pavimento). Volevamo essere impeccabili.
Abbiamo iniziato a ripassare furiosamente la coreografia, ogni volta facendo più confusione.
Una domanda ci balenava nella testa: perché tutta quella gente era venuta a vederci?
Per vedere se davvero ci saremmo spogliate oppure per vedere ciò che stavamo per raccontare?
Lisa con molta pazienza ci ha truccate e tranquillizzate tutte prima di augurarci “in bocca al lupo” e spedirci sul palco.
Finalmente toccava a noi: le pin up erano in scena. Era il momento di mostrare la nostra grinta.

Logicamente l’imprevisto ha regnato sovrano: a partire dalla canzone sbagliata fino ad arrivare al mio sottogonna che è venuto giù con il vestito lasciandomi chiappe all’aria per più tempo del previsto.
Nonostante questi “tecnicismi”, il saggio è andato molto bene, regalando emozioni e soddisfazioni a tutte. Non credevamo di esserci riuscite.
Mi sentivo un sorriso a trentadue denti e lo vedevo sulla faccia delle mie compagne di corso.

Oltre alla soddisfazione di avercela fatta ad allontanare i pregiudizi della gente su ciò che facevo, a fine saggio sentivo anche un forte senso di gratitudine.
Gratitudine verso Lisa, perché credeva in noi, ma soprattutto verso Gabriele (il mio compagno di vita) che non ha smesso mai un secondo di supportarmi. Anche nei momenti in cui ero più che insopportabile.

Dopo il primo saggio ce n’è stato anche un secondo, con molte meno ansie e meno preoccupazioni.
Il giorno del secondo saggio siamo arrivate al teatro solo un’oretta prima della nostra esibizione, prendendoci il lusso di fare anche un aperitivo.
Solo le calze mi hanno dato filo da torcere, rompendosi un attimo prima di andare sul palco. Sapendo di non poterci fare nulla, a testa alta e con fierezza sono andata in scena e ho fatto il mio show, archiviando il secondo saggio nel migliore dei modi.

Dalla fine del secondo saggio sono ancora più consapevole che il burlesque è per me davvero uno strumento di empowerment femminile, come diciamo nel nostro decalogo.
H
o iniziato a fare show (identificandomi con un nome d’arte), per portare in giro il nostro credo: Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura. Crediamo nella bellezza femminile che è multiforme e variegata, condanniamo il body shaming in ogni sua forma in quanto nemico giurato della vera bellezza: la nostra, quella di milioni di donne diverse, ognuna con il suo singolare splendore” (leggi qui il nostro decalogo).

Quindi, a tutti quelli che mi dicono che in fondo ciò che faccio è solo spogliarmi, vorrei dire che non hanno proprio capito un piffero.

 

Da “camionista” a burlesque performer

Il mio primo giorno di lezione di burlesque!

Si, per me è stato memorabile il primo giorno!
Finalmente anch’io avrei potuto indossare dei vestiti vintage!

La scuola di danza che frequentavo aveva inserito un nuovo corso: “burlesque”.
Il burlesque l’avevo sempre e solo visto in tv, mi aveva sempre affascinata, tant’è che desideravo molto vedere uno spettacolo dal vivo.

Ma torniamo alla mia “prima volta”: dopo una lezione di Zumba mi sono presentata alla prima lezione in tuta e scarpe da ginnastica. L’insegnante avrà sicuramente pensato che non sapevo cosa stavo andando a fare o forse che ero impazzita .

Nella prima parte della lezione ci ha spiegato il significato del burlesque con l’illustrazione di alcune immagini su libri a tema e nella seconda parte abbiamo iniziato la parte più “pratica”.

Primo esercizio: camminare morbide in modo elegante e soprattutto sculettare! Potete immaginare quanto fosse facile farlo con un paio di sneakers…
Dall’espressione dell’insegnante sembrava anche stessi facendo un bel lavoro. Solo dopo ho capito che quel dolce viso “recitava” (d’altronde la recitazione è fondamentale per il burlesque) e soprattutto voleva incoraggiarmi a tirare fuori il mio essere donna.

È stata una lezione di risate e di “non ce la farò mai”.
Lisa, la mia insegnante, che mi piacque molto dal primo momento, fu talmente stregata dalla mia elegante camminata che ad un certo punto mi guardò e mi disse: “Tu hai parcheggiato fuori il camion?”
Ebbene si, mi aveva soprannominata CA-MIO-NI-STA!

Da lì è partita la mia sfida! Sapevo che sarei riuscita a camminare dignitosamente su dei tacchi, quindi decisi di avere un outfit per le lezioni a seguire adeguato alla disciplina in questione.

Volevo che il camionista si trasformasse in una bomba sexy, invece all’inizio sembravo una povera papera su dei trampoli. Mi viene ancora da ridere al pensiero.

Correggi la postura, correggi  l’espressione,  correggi il portamento! Le braccia! Non abbandonarle, sono tue!”.

Ad ogni correzione suggerita da Lisa era un brontolio continuo, finché un giorno portò con sé un assistente particolare per disciplinarmi, “il frustino”(un po’ me lo meritavo, ho delle oggettive difficoltà a stare in silenzio…).

Col passare del tempo reggicalze, stringivita, tacchi e rossetto rosso sulle labbra mi rendevano sempre più piacevole ai miei occhi davanti a quello specchio che, in precedenza, evitavo volentieri, mentre il frustino mi aiutava ad essere più disciplinata e riuscire ad essere più professionale e sensuale.

L’appuntamento settimanale con Lisa era diventato essenziale, una vera seduta psicologica che rafforzava la mia autostima! Non potevo saltare la lezione se non per cause di forza maggiore.

Seguirono saggi e spettacoli e, malgrado la mia insicurezza e soprattutto la paura di sbagliare o di non piacere, furono apprezzati dagli spettatori e rafforzati da complimenti inaspettati.

Nonostante le mie forme “imperfette” so che ho una femminilità che ha bisogno di essere “sfoggiata”.
Il segreto è farlo con la maturità di una donna e l’innocenza di una  bambina, perché ho capito che 
l’ingrediente principale per una burlesque performer è il divertimento!

This is me: i DMA e la gioia della diversità

Voltaire diceva che la scrittura è la pittura della voce, e visto che ho i colori perfetti, oggi diventerò pittrice di un’esperienza che per me è stata fantastica.

23 maggio 2018, 3 semplici paroline: Diversity Media Awards.
Si tratta di un riconoscimento assegnato da 3 anni a questa parte a attori, giornalisti, cantanti, riviste, serie televisive, programmi radio che hanno contribuito ad eliminare discriminazioni di genere, orientamento sessuale, etnia, religione e disabilità, promuovendo la diversità come valore.

Sono passati ormai due mesi ma se ci penso sento ancora tutte le emozioni che ho provato durante quel giorno, quando noi Fanfarlo abbiamo calcato quel palco nello show che apriva la serata.

Il primo ostacolo da superare era quello dei costumi: volevamo che fossero eccessivi, colorati, grandi, piumosi. Insomma, non volevamo passare inosservate ;).
Fortunatamente la nostra teacher Lisa ha sempre una soluzione e così la fantastica costumista Flavia Cavalcanti ci ha fornito costumi da mille e una notte.
Il secondo ostacolo: il make up. Perché diciamocelo, si può avere il miglior vestito del mondo ma se le occhiaie ci fanno sembrare la controfigura di Kung fu Panda, allora c’è bisogno di un profondo restauro.
Anche in questo caso Lisa, che sospetto abbia conoscenze nei posti più remoti del mondo (no, per il fidanzato vi dovete mettere in fila, ancora non ha attivato la funzione “trova fidanzato per le Fanfarlo”), ci ha fatto conoscere Giulia Marzo, una fantastica make up artist che a suon di pennellate di correttore e glitter colorati ha realizzato un trucco da fare invidia alle dive di Hollywood.

La prima volta che mi sono vista allo specchio, pronta per la serata, sono rimasta letteralmente a bocca aperta.
Il costume mostrava tutti i miei difetti, senza celarli neanche un po’, eppure non mi importava perché così diversamente alta e diversamente magra mi sentivo bella.
Mi sentivo anche più alta, dato che il copricapo mi faceva guadagnare “qualche centimetro”, cosa che per una nana come me, che guarda sempre il mondo dal basso all’alto, non guasta mai.

Tra ciglia finte e piume svolazzanti ci siamo supportate e sopportate a vicenda, e vi assicuro che è stata un’impresa impegnativa, quasi quanto un’ora di breathe kombat (provare per credere 😉).

L’ansia è arrivata puntuale come un pacco di Amazon e ognuna di noi l’ha gestita come meglio credeva.
Io alternavo momenti di estrema pazzia sottolineati da frasi tipo: “Ohmmioddio c’è Salvatore Esposito” ,“Ma chi me l’ha fatto fare?”, “E se cado?” “Da domani dieta” ,“Ma non potevo andare a fare crossfit?” ,“Ci voleva del vino”, a momenti di etereo silenzio, il tutto condito da una sensazione di gioia mista a paura di combinarne una delle mie, cosa molto probabile se sei me.

Senza rendercene conto ci siamo ritrovate dietro al palco in attesa dell’inizio del nostro show di apertura.
Questo momento è sempre strano per me: il silenzio regna sovrano, le mani sudano, i minuti che ci separano dall’esibizione sembrano non passare mai e nella mente scorre velocemente la coreografia.

Al tempo stesso però lo spirito di squadra è protagonista, ci si supporta a vicenda con sguardi che racchiudono parole di incoraggiamento, si ha solo voglia di salire sul palco e far vedere quello per cui siamo qui.
Ed è proprio in questo momento che l’ansia si fa da parte per dare spazio a un’energia scoppiettante.

Dal palco riuscivo a vedere dei volti sparsi qua e là nel pubblico contornati da una luce forte, la canzone “This is me”, travolgente ed emozionante, inondava il teatro.
Al mio fianco Lisa, colei che mi ha insegnato a spogliarmi delle mie insicurezze, e le mie compagne di questa avventura, tutte pervase di una bellezza immensa, luminosa e diversa che le rendeva semplicemente uniche.

Mentre ero tra il pubblico, nella mia mente scorrevano le parole che noi Fanfarlo abbiamo fatto nostre: “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura. Crediamo nella bellezza femminile che è multiforme e variegata, condanniamo il body shaming in ogni sua forma in quanto nemico giurato della vera bellezza: la nostra, quella di milioni di donne diverse, ognuna con il suo singolare splendore”.

Ho capito che se fossimo tutte uguali il mondo sarebbe di una noia mortale, mentre in tutto questo mare di diversità avremo sempre modo di trovare conforto, dialogo, confronto, e di scovare emozioni che magari ci sono state celate.


E in quel momento, vestita di piume e di lustrini, con tutti gli occhi del pubblico addosso, sono riuscita a farmi vedere per come sono, con tutti i miei pregi e i miei difetti, senza vergognarmene.

Perché “questa sono io”, ed è l’unica cosa che conta.

SugarShy Killah: come nasce un nome d’arte

Nella vita di ogni burlesque performer arriva il momento in cui devi affrontare te stessa, capire chi sei e cosa vuoi nella tua vita da burlesque performer: arriva il momento in cui devi trovarti il tuo nome d’arte.

C’è chi il nome ce l’ha dalla nascita, a chi viene affibbiato dagli amici, dalle colleghe o dall’insegnante e chi, come me, ha dovuto trovarselo.

La ricerca dello stage name è stato un vero e proprio parto, compreso di gravidanza, visto il tempo che ci ho messo a trovarlo.

Per ognuna ha un significato e un peso diverso: nel tuo nome d’arte ci sono dentro le tue passioni, i tuoi interessi, chi sei e chi vuoi essere, o semplicemente suona bene.

Per il mio background il Nome d’arte è una cosa molto importante: ti rappresenta, è il tuo biglietto da visita e soprattutto deve essere tuo e basta.

La mia ricerca è partita nella maniera più stupida e divertente possibile, ovvero tramite siti di Name Generator.
Sono partita da quelli dedicati al burlesque che mi hanno proposto nomi come “Frau Mercury”, che ho adorato da subito ma, conoscendomi, mi sarei ritrovata sul palco con dei fantastici baffi.
Il secondo sito mi ha suggerito “Oregon Orchid” che suonava bene, ma non c’entra niente con me.
Ho deciso quindi di affidarmi ad un generatore di nomi stile “My Little Pony”. Da subito mi è sembrato molto più “professionale” di altri siti, visto che crea il nome d’arte a partire dal nome e dal cognome.
E’ risultato che il mio nome da Pony è “Lollipop Glory”. Mi sono ritrovata a ridere come un tredicenne che vede doppi sensi ovunque, quindi ho bocciato anche questo nome e ho cercato di capire come funzionano i nomi delle burlesquer più famose.

Tributi a dive, nomi di fiori, case automobilistiche, nomi di alcolici, colori, dolcetti, animaletti, città… Ho cercato di trarre ispirazione da qualsiasi cosa.

Sono partita dalla lingua delle parole che formano il nome: in genere inglese, ma non di rado anche francese, rarissimamente tedesco, spagnolo e italiano. Decido per l’inglese, “così sarà comprensibile quasi da tutti e non dovrò stare a spiegarlo”. Poi le cose sono andate come sono andate…

Scelta la lingua dovevo capire cosa metterci dentro.
Mi sono fatta un bello schemino con me al centro e attorno cosa mi piace e cosa mi rappresenta: vedo pezzi di me scritti viola su bianco e non so come venirne fuori. Torno ai generatori, ma ancora niente.

Poi, non so perché e percome, una mattina mi sono svegliata con in testa queste due parole: “Sugar” e “Shy”.
Suonano bene, mi piacciono, un po’ mi fa venire in mente un vecchietto in canotta e salopette che, con il suo banjo, suona un blues che racconta la sua storia da giovane: era un grande boxer, me lo vedo su una sedia a dondolo sul portico della sua casa nel bayou.
Poi è un ottimo nome per un pony, quindi si! Mi piace, è mio, manca ancora qualcosa ma mi piace!

Lo sottopongo a un po’ di persone e nein, non piace e non convince.
Ma a me si, e di brutto, ma continua a mancare qualcosa.
Questo nome d’arte mi rappresenta ma manca un pezzettino, manca un lato di me, quello che occasionalmente morde, quello con il quale mi piace giocare sul palco, quello che talvolta mi fa sentire sprezzante e malvagia, qualcosa di cattivo e che affascini… ”un serial killer!”

Inizio a farmi una lista mentale dei serial killer, chi hanno ucciso e come e no, non me la sento di prendermi il nome di nessuno.
Sono ancora bloccata ma l’idea del killer mi piace, ma SugarShy Killer, Meurtrière o Mörderin non suona bene.
Riprendo il foglietto dove ci sono io, le mie passioni e le mie cose vedo quella parola che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita HipHop e da lì è stato un attimo arrivare al “Killah”.
SugarShy Killah, sono io!
Mi piace e mi rappresenta.

Nel mondo del Burlesque mi trovo bene anche perché “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura”.
E, cosa che mi fa sentire libera di essere come voglio, nemmeno di stile.

L’Approcciatore Molesto: incontri spiacevoli del terzo tipo

Ivy La Morgue incontra un Approcciatore Molesto

L’Approcciatore Molesto è un coetaneo che sale sul treno peggiore di tutti, ovvero l’ultimo regionale della sera, quello più sporco e letale, coi divanetti unti e così luridi che durante il viaggio puoi intrattenerti facendo il test delle macchie di Rorschach.

L’Approcciatore Molesto mi si siede proprio davanti, nonostante il treno sia completamente vuoto, comincia a spippolare sullo smartphone ultimo modello e immediatamente mi accoltella con un agghiacciante luogo comune: “la tecnologia divide le persone”.
Io, che sto leggendo un libro, per giunta di carta, e sono abbastanza avulsa alla tecnologia, annuisco con un condiscendente sorriso. Prendo lo stesso treno tutti i giovedì e, per natura, cerco di evitare i contatti umani non indispensabili quindi, tendenzialmente, mi isolo nella narrativa sbracata sul sedile, concedendomi un’ora e mezza di silenzioso, immobile oblio letterario.
Adoro queste mezzesere ferroviarie silenziose e sì, mi urta parecchio dover per forza parlare con qualcuno ma, da anni, sto lavorando per evolvermi da “orso antisociale” a “persona integrata nel mondo”.
Quindi tendo i muscoli pellicciai e borbotto qualche parola di circostanza, con lo scopo di indurre il silenzio nel mio interlocutore,  fallendo miseramente.

L’Approcciatore Molesto non vede l’ora di dar fiato alla propria trachea e attaccare un bottone colossale, peraltro convinto –a torto- di farmi un favore.  Mi racconta che lui fa l’attore e, “non so se lo sai”, è un artista e lavora coi sentimenti delle persone e l’anno prossimo dovrebbe debuttare al Teatro Donizetti, “non so se sai dove si trova”.
Per inciso, io sono nata a Bergamo e al Donizetti ci sono andata svariate volte, tre delle quali per ritirare dei premi di poesia ma oh, non so se sono un’artista e non posso dire di “lavorare” coi sentimenti delle persone. Fino ad ora infatti, nonostante i poeti siano definiti “gli operai della parola”, sono stata pagata unicamente con eleganti targhe e no, non posso usarle per pagare il fornaio. Quindi pazienza.

L’Approcciatore Molesto inizia un monologo nazionalpopolare sulla dignità dell’uomo e sul valore insindacabile della vita e, mentre parla, si sbircia vanesio nel finestrino e si aggiusta i capelli e cita Einstein e “non so se lo sai”, la massima sulla stupidità umana e poi confonde l’atomica di Hiroshima con la Guerra Fredda, in un vortice di stupidità convulsa e crescente.
Sentire questo imbecille sciorinare litri di cazzate, pieno di onanistico compiacimento, completamente ignaro di essere un perfetto coglione assolutamente incapace di comprendere la persona seduta davanti a lui, in realtà mi allibisce al punto da lasciarmi senza parole. Tanto a cosa servirebbe, parlare con un idiota è uno spreco di fiato e io vorrei soltanto leggere il mio libro, mentre invece questo mi crivella di ovvietà e io mi sento come un partigiano in un’imboscata.

Ad un certo punto l’Approcciatore Molesto, probabilmente per stimolare una qualsiasi reazione da parte della sottoscritta ormai in stato stuporoso, vira improvvisamente il discorso e comincia a parlare di migranti e di integrazione, utilizzando termini atroci. Mi dice  che lui non è di destra né di sinistra ma è stato un anno e mezzo negli Stati Uniti e vorrebbe una pistola per difendersi perché “bisogna sempre sparare per primi”.

Caro Approcciatore Molesto, quando hai pronunciato la frase “non sono razzista, ma…”, io ho deciso che ti avrei fatto del male.

Per questa ragione, nonostante fossi perfettamente conscia di dove fossimo, quando mi hai chiesto: “La prossima fermata è Sesto san Giovanni?”, io ti ho risposto di sì, con lucida premeditazione.
E ti ho perfino salutato gioiosa dal finestrino mentre le porte si chiudevano e assistevo felice al tuo sgomento quando hai letto il cartello recitante la scritta “ARCORE”.

Perdonami, illuminante epsilon minus, ma l’ho fatto apposta, ché ero piena di astio ed insofferenza e sì, questa è l’ultima versione del mito di Narciso, coniugata e aggiornata per il nuovo millennio, dove il vanesio, anziché cadere nello stagno, si trova ad annegare in una stazioncina di provincia senza collegamenti con la metropoli, in mezzo ai diseredati e agli ultimi che tanto detesta e, invece di un fiore, è diventato un racconto che lo irride, condiviso e pubblicato il più possibile.

Mi dispiace, Approcciatore Molesto, ma noi orsi antisociali siamo delle brutte, pessime persone.

Vincere la timidezza grazie al Burlesque

Burlesque e timidezza

“Ma cosa sono quelle foto dove sei tutta carina?”.
Faccio Burlesque!”.
Te? Che diventi rossa se devi parlare con qualcuno che non conosci?”.
“SI”.
“Che bello!”.
“SI”.

Sono proprio io, quella insicura, timida, introversa e con qualche tendenza ossessivo compulsiva
Ho cominciato un percorso che non avrei mai pensato di intraprendere.
Eccomi all’improvviso indossare vestitini e gonne un po’ vintage anche per buttare la spazzatura, dopo aver passato l’adolescenza indossando vestiti maschili oversize.
Sembra quasi incredibile: fino a qualche tempo fa, in quelle rare giornate passate al mare, ero una di quelle persone in pantaloncini e canotta anche in spiaggia. Ora invece mi capita di ritrovarmi in mutande e pasties sopra un palcoscenico.
Ancora non ho capito come sia possibile, ma sono davvero entusiasta di questa cosa, il Burlesque, un mondo che mi affascina, intriga ed attrae, “un’arte che ruba a tutte le arti” che come me “vive di contaminazioni”, una cosa che mi fa sentire una figa, che mi fa sentire impacciata ma allo stesso tempo una persona fiera di se stessa e del suo stile.

Il Burlesque per me è un gran casino di emozioni e sentimenti, ma  nel quale ritrovo il mio spazio e il mio equilibrio e, a volte, quasi me stessa.

Essere sicura, estroversa ed espansiva non è da me, ma ho capito che l’insicurezza, la timidezza e l’introversione sono una parte di me, come lo sono le mie ginocchia, il mio ombelico e le mie labbra.
A volte queste parti di me sono un facile muro dietro il quale nascondersi, a volte sono un ostacolo che può essere anche interessante e stimolante.

Ma io ho trovato qualcosa che mi rende libera, felice, consapevole e, se mi lascio andare, divertita; un qualcosa che mi irrobustisce l’autostima e mi insegna a prendermi e farmi prendere in giro, mi fa sentire femminile, sensuale e spesso mi da anche la possibilità di uccidere qualcuno (*hey, non spaventatevi: uccido solo quando sono sul palcoscenico e tengo una pistola di plastica infilata nel reggicalze ;)).

Io non so se per te sarà la pesca con la mosca, il Wing Chun, la scrittura creativa o il circolo dell’uncinetto, ma ti auguro di trovare qualcosa che ti appassioni davvero, che ti dia la possibilità di essere te stessa/o, o che ti aiuti a trovare anche solo una parte di te.
Io ho trovato il Burlesque e non potrei essere più felice di sentire quel senso di agitazione prima di ogni esibizione, quella voglia di correre a casa e nascondermi sotto alle coperte che, immancabilmente, svanisce nel momento in cui salgo sul palco, e non vorrei essere da nessun’altra parte se non esattamente lì dove sono.

 

Empowerment: una parola, tante storie

[:it]Empowerment e burlesque[:]

La parola “empowerment” nei miei studi di quasi pedagogista, ha sempre significato dedicarsi all’altro per poterlo aiutare a scoprirsi e a capire quanto vale, quindi ad emanciparsi.
Sono sempre stata una ragazza attenta al benessere altrui, tanto da scegliere di fare di questa mia predisposizione la mia professione.

Ma chi si sarebbe occupato di me quando ne avrei avuto bisogno?

Questa domanda non me la ero mai posta fino a qualche tempo fa, quando ho deciso di intraprendere un percorso di conoscenza di me stessa che, fortunatamente, sta durando tutt’ora.
Fino a Settembre dell’anno scorso infatti, se mi aveste conosciuta, avreste avuto l’impressione di aver davanti una persona completamente insicura di sé. Ovviamente la situazione è andata migliorando ma non è del tutto risolta: resto sempre quella che prima di un esame si fa mille paranoie e che ha paura di parlare chiaramente per non ferire l’altro, ma ci sto lavorando.
Cos’è cambiato da Settembre 2016 ad oggi? Tante cose, ma sicuramente quelle che hanno influito di più sulla mia “rinascita”, sono state un percorso interiore e l’incontro del magico mondo del Burlesque.

Sì avete capito bene, il Burlesque, “l’arte che ruba da tutte le arti”, scoperto per caso e amato fin da subito.
Non nego che le lezioni iniziali mi abbiano messo a dura prova per la vergogna che avevo di mostrarmi agli altri, ma con l’aiuto della mia fantastica insegnante e l’appoggio di quelle pazze delle mie compagne di avventura, la situazione è andata migliorando, fino a una “degenerazione” senza dubbio positiva!
In mezzo a paillettes, boa di struzzo, tacchi, vestitini e pasties, ho scoperto una nuova me, più femminile, più frivola ma anche più sicura del suo corpo, corpo che ho iniziato ad apprezzare nonostante qualche chiletto in più.

Poi, alla fine di questo percorso, c’è stato l’appuntamento con il saggio: il timore di mostrarsi in pubblico, l’ansia di sbagliare, ma allo stesso tempo l’eccitazione, sono state il mix perfetto per buttarmi sul palco e fare spettacolo.
Quella sera avevo il cuore a mille, ma più ballavo, più mi sentivo me stessa e libera di esprimermi.

E’ stato in quel momento che ho capito che l’empowerment che ho sempre studiato sui libri, stava entrando a far parte della mia vita.
Da allora infatti ho iniziato a vedermi sotto un’altra prospettiva, e a percepire sicurezza in me stessa, grazie alla quale ho potuto sperimentarmi in esperienze che prima non avrei mai avuto il coraggio di affrontare, come ad esempio uno shooting fotografico. Capite? Io, il brutto anatroccolo quale credevo di essere, ho fatto addirittura un book fotografico e ho ricevuto complimenti, non mi sembra vero!

Per cui a quelli che mi dicono con facce stranite: “Ah quindi fai Burlesque, ma ti spogli?”, adesso ho il coraggio di rispondere in modo fiero “Sì, e se proprio volete saperla tutta, beh, mi diverto anche a farlo!”.[:]

Memorie del mio primo shooting

Nella vita capitano giornate incredibili, di quelle che ti lasciano senza fiato, che fai fatica a esprimere a parole, che ti travolgono con un caleidoscopio di emozioni: terrore e gioia, eccitazione e ansia: il mio primo shooting, quello per Le Fanfarlo.

Sei lì, in teoria a fare un semplice shooting, ma in realtà sei di fronte ai tuoi mostri e ti senti nuda (e in parte lo sei anche!), indifesa, nonostante nella vita reale ti senta una guerriera!

E proprio davanti all’obiettivo, ecco che si stagliano i tuoi demoni, in fila per due, col resto di quattro: “sembro troppo alta, ho le gambe troppo lunghe, il mio culo sembra enorme, non so dove mettere le mani, dove guardo? cosa faccio? mi si vede la pancetta (in realtà fai fatica anche a respirare perché sei compressa in uno stringivita vittoriano che ti invidierebbe anche Emily Brontë), ohmmmiodddioooo ho un sorriso di plastica…”

Per fortuna c’è Ermanno, il fotografo, un uomo dalla sensibilità straordinaria, ti sorride e, pazientemente, cerca in tutti i modi di metterti a tuo agio, per quanto tu possa sentirti a tuo agio in una situazione magica e surreale al tempo stesso: luci, cameraman, fotografi …

Tra uno scatto e l’altro, ti fai avvolgere dalla solidarietà femminile, che ormai credevi estinta. Ti ritrovi con le tue compagne Geishe a scambiarti abiti, sottogonne, culotte, abbracci e incoraggiamenti, sorseggiando uno spritz abusivo e sgranocchiando sandwich preparati dall’ incomparabile “Geisho” (il marito di una delle geishe, una delle nostre quote azzurre ;)).

Le Dive Pulcine ti contagiano con la loro allegria esplosiva, sempre alla ricerca di un angolino per farsi un selfie di gruppo; le Pin Up sfoggiano senza presunzione la loro sofisticata allure retro, capitanate da Miss Sorriso (ehm… no, non si sta parlando del suo viso,  lei riesce a sorridere con un’altra parte del corpo…) che dirige tutte, aggiustando pieghe e ruches del tutù per la foto di rito “culo di pavone”, che esprime al meglio il nostro tratto distintivo: ironia e bellezza in tutte le sue forme.

Tra abiti, tulle, strass e corsetti sgambetta felice la piccola Mascotte, Maddy, mia figlia, coccolata da truccatrici e fotografi, che si è portata più cambi di noi e posa con spontaneità: è lei la vera diva!

Tutto sotto la supervisione delle efficienti e splendide Colonnelle, le due “esperte” del gruppo che da più tempo sono entrate nel tunnel del burlesque.

E infine c’è Lei, che sembra fluttuare leggiadra in mezzo a questo caos, la Teacher, che con la faccia seria seria di chi sta per svelarti l’ennesimo segreto di Fatima, ti sussurra: “Sei fighissima!” e ti ricorda che il tuo fascino risiede proprio nella tua seducente imperfezione e, frustino in mano, ti incita ad affrontare le tue paure, le insicurezze, e ti aiuta a tirar fuori quello che in realtà è già dentro di te, ma ancora inespresso, in potenza, come direbbe Aristotele.

Perché è questa la vera sfida della vita, poter esprimere liberamente ciò che si è davvero, quello che si sente dentro, anche se è un’alchimia di apparenti contraddizioni.