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Da “camionista” a burlesque performer

Il mio primo giorno di lezione di burlesque!

Si, per me è stato memorabile il primo giorno!
Finalmente anch’io avrei potuto indossare dei vestiti vintage!

La scuola di danza che frequentavo aveva inserito un nuovo corso: “burlesque”.
Il burlesque l’avevo sempre e solo visto in tv, mi aveva sempre affascinata, tant’è che desideravo molto vedere uno spettacolo dal vivo.

Ma torniamo alla mia “prima volta”: dopo una lezione di Zumba mi sono presentata alla prima lezione in tuta e scarpe da ginnastica. L’insegnante avrà sicuramente pensato che non sapevo cosa stavo andando a fare o forse che ero impazzita .

Nella prima parte della lezione ci ha spiegato il significato del burlesque con l’illustrazione di alcune immagini su libri a tema e nella seconda parte abbiamo iniziato la parte più “pratica”.

Primo esercizio: camminare morbide in modo elegante e soprattutto sculettare! Potete immaginare quanto fosse facile farlo con un paio di sneakers…
Dall’espressione dell’insegnante sembrava anche stessi facendo un bel lavoro. Solo dopo ho capito che quel dolce viso “recitava” (d’altronde la recitazione è fondamentale per il burlesque) e soprattutto voleva incoraggiarmi a tirare fuori il mio essere donna.

È stata una lezione di risate e di “non ce la farò mai”.
Lisa, la mia insegnante, che mi piacque molto dal primo momento, fu talmente stregata dalla mia elegante camminata che ad un certo punto mi guardò e mi disse: “Tu hai parcheggiato fuori il camion?”
Ebbene si, mi aveva soprannominata CA-MIO-NI-STA!

Da lì è partita la mia sfida! Sapevo che sarei riuscita a camminare dignitosamente su dei tacchi, quindi decisi di avere un outfit per le lezioni a seguire adeguato alla disciplina in questione.

Volevo che il camionista si trasformasse in una bomba sexy, invece all’inizio sembravo una povera papera su dei trampoli. Mi viene ancora da ridere al pensiero.

Correggi la postura, correggi  l’espressione,  correggi il portamento! Le braccia! Non abbandonarle, sono tue!”.

Ad ogni correzione suggerita da Lisa era un brontolio continuo, finché un giorno portò con sé un assistente particolare per disciplinarmi, “il frustino”(un po’ me lo meritavo, ho delle oggettive difficoltà a stare in silenzio…).

Col passare del tempo reggicalze, stringivita, tacchi e rossetto rosso sulle labbra mi rendevano sempre più piacevole ai miei occhi davanti a quello specchio che, in precedenza, evitavo volentieri, mentre il frustino mi aiutava ad essere più disciplinata e riuscire ad essere più professionale e sensuale.

L’appuntamento settimanale con Lisa era diventato essenziale, una vera seduta psicologica che rafforzava la mia autostima! Non potevo saltare la lezione se non per cause di forza maggiore.

Seguirono saggi e spettacoli e, malgrado la mia insicurezza e soprattutto la paura di sbagliare o di non piacere, furono apprezzati dagli spettatori e rafforzati da complimenti inaspettati.

Nonostante le mie forme “imperfette” so che ho una femminilità che ha bisogno di essere “sfoggiata”.
Il segreto è farlo con la maturità di una donna e l’innocenza di una  bambina, perché ho capito che 
l’ingrediente principale per una burlesque performer è il divertimento!

This is me: i DMA e la gioia della diversità

Voltaire diceva che la scrittura è la pittura della voce, e visto che ho i colori perfetti, oggi diventerò pittrice di un’esperienza che per me è stata fantastica.

23 maggio 2018, 3 semplici paroline: Diversity Media Awards.
Si tratta di un riconoscimento assegnato da 3 anni a questa parte a attori, giornalisti, cantanti, riviste, serie televisive, programmi radio che hanno contribuito ad eliminare discriminazioni di genere, orientamento sessuale, etnia, religione e disabilità, promuovendo la diversità come valore.

Sono passati ormai due mesi ma se ci penso sento ancora tutte le emozioni che ho provato durante quel giorno, quando noi Fanfarlo abbiamo calcato quel palco nello show che apriva la serata.

Il primo ostacolo da superare era quello dei costumi: volevamo che fossero eccessivi, colorati, grandi, piumosi. Insomma, non volevamo passare inosservate ;).
Fortunatamente la nostra teacher Lisa ha sempre una soluzione e così la fantastica costumista Flavia Cavalcanti ci ha fornito costumi da mille e una notte.
Il secondo ostacolo: il make up. Perché diciamocelo, si può avere il miglior vestito del mondo ma se le occhiaie ci fanno sembrare la controfigura di Kung fu Panda, allora c’è bisogno di un profondo restauro.
Anche in questo caso Lisa, che sospetto abbia conoscenze nei posti più remoti del mondo (no, per il fidanzato vi dovete mettere in fila, ancora non ha attivato la funzione “trova fidanzato per le Fanfarlo”), ci ha fatto conoscere Giulia Marzo, una fantastica make up artist che a suon di pennellate di correttore e glitter colorati ha realizzato un trucco da fare invidia alle dive di Hollywood.

La prima volta che mi sono vista allo specchio, pronta per la serata, sono rimasta letteralmente a bocca aperta.
Il costume mostrava tutti i miei difetti, senza celarli neanche un po’, eppure non mi importava perché così diversamente alta e diversamente magra mi sentivo bella.
Mi sentivo anche più alta, dato che il copricapo mi faceva guadagnare “qualche centimetro”, cosa che per una nana come me, che guarda sempre il mondo dal basso all’alto, non guasta mai.

Tra ciglia finte e piume svolazzanti ci siamo supportate e sopportate a vicenda, e vi assicuro che è stata un’impresa impegnativa, quasi quanto un’ora di breathe kombat (provare per credere 😉).

L’ansia è arrivata puntuale come un pacco di Amazon e ognuna di noi l’ha gestita come meglio credeva.
Io alternavo momenti di estrema pazzia sottolineati da frasi tipo: “Ohmmioddio c’è Salvatore Esposito” ,“Ma chi me l’ha fatto fare?”, “E se cado?” “Da domani dieta” ,“Ma non potevo andare a fare crossfit?” ,“Ci voleva del vino”, a momenti di etereo silenzio, il tutto condito da una sensazione di gioia mista a paura di combinarne una delle mie, cosa molto probabile se sei me.

Senza rendercene conto ci siamo ritrovate dietro al palco in attesa dell’inizio del nostro show di apertura.
Questo momento è sempre strano per me: il silenzio regna sovrano, le mani sudano, i minuti che ci separano dall’esibizione sembrano non passare mai e nella mente scorre velocemente la coreografia.

Al tempo stesso però lo spirito di squadra è protagonista, ci si supporta a vicenda con sguardi che racchiudono parole di incoraggiamento, si ha solo voglia di salire sul palco e far vedere quello per cui siamo qui.
Ed è proprio in questo momento che l’ansia si fa da parte per dare spazio a un’energia scoppiettante.

Dal palco riuscivo a vedere dei volti sparsi qua e là nel pubblico contornati da una luce forte, la canzone “This is me”, travolgente ed emozionante, inondava il teatro.
Al mio fianco Lisa, colei che mi ha insegnato a spogliarmi delle mie insicurezze, e le mie compagne di questa avventura, tutte pervase di una bellezza immensa, luminosa e diversa che le rendeva semplicemente uniche.

Mentre ero tra il pubblico, nella mia mente scorrevano le parole che noi Fanfarlo abbiamo fatto nostre: “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura. Crediamo nella bellezza femminile che è multiforme e variegata, condanniamo il body shaming in ogni sua forma in quanto nemico giurato della vera bellezza: la nostra, quella di milioni di donne diverse, ognuna con il suo singolare splendore”.

Ho capito che se fossimo tutte uguali il mondo sarebbe di una noia mortale, mentre in tutto questo mare di diversità avremo sempre modo di trovare conforto, dialogo, confronto, e di scovare emozioni che magari ci sono state celate.


E in quel momento, vestita di piume e di lustrini, con tutti gli occhi del pubblico addosso, sono riuscita a farmi vedere per come sono, con tutti i miei pregi e i miei difetti, senza vergognarmene.

Perché “questa sono io”, ed è l’unica cosa che conta.

SugarShy Killah: come nasce un nome d’arte

Nella vita di ogni burlesque performer arriva il momento in cui devi affrontare te stessa, capire chi sei e cosa vuoi nella tua vita da burlesque performer: arriva il momento in cui devi trovarti il tuo nome d’arte.

C’è chi il nome ce l’ha dalla nascita, a chi viene affibbiato dagli amici, dalle colleghe o dall’insegnante e chi, come me, ha dovuto trovarselo.

La ricerca dello stage name è stato un vero e proprio parto, compreso di gravidanza, visto il tempo che ci ho messo a trovarlo.

Per ognuna ha un significato e un peso diverso: nel tuo nome d’arte ci sono dentro le tue passioni, i tuoi interessi, chi sei e chi vuoi essere, o semplicemente suona bene.

Per il mio background il Nome d’arte è una cosa molto importante: ti rappresenta, è il tuo biglietto da visita e soprattutto deve essere tuo e basta.

La mia ricerca è partita nella maniera più stupida e divertente possibile, ovvero tramite siti di Name Generator.
Sono partita da quelli dedicati al burlesque che mi hanno proposto nomi come “Frau Mercury”, che ho adorato da subito ma, conoscendomi, mi sarei ritrovata sul palco con dei fantastici baffi.
Il secondo sito mi ha suggerito “Oregon Orchid” che suonava bene, ma non c’entra niente con me.
Ho deciso quindi di affidarmi ad un generatore di nomi stile “My Little Pony”. Da subito mi è sembrato molto più “professionale” di altri siti, visto che crea il nome d’arte a partire dal nome e dal cognome.
E’ risultato che il mio nome da Pony è “Lollipop Glory”. Mi sono ritrovata a ridere come un tredicenne che vede doppi sensi ovunque, quindi ho bocciato anche questo nome e ho cercato di capire come funzionano i nomi delle burlesquer più famose.

Tributi a dive, nomi di fiori, case automobilistiche, nomi di alcolici, colori, dolcetti, animaletti, città… Ho cercato di trarre ispirazione da qualsiasi cosa.

Sono partita dalla lingua delle parole che formano il nome: in genere inglese, ma non di rado anche francese, rarissimamente tedesco, spagnolo e italiano. Decido per l’inglese, “così sarà comprensibile quasi da tutti e non dovrò stare a spiegarlo”. Poi le cose sono andate come sono andate…

Scelta la lingua dovevo capire cosa metterci dentro.
Mi sono fatta un bello schemino con me al centro e attorno cosa mi piace e cosa mi rappresenta: vedo pezzi di me scritti viola su bianco e non so come venirne fuori. Torno ai generatori, ma ancora niente.

Poi, non so perché e percome, una mattina mi sono svegliata con in testa queste due parole: “Sugar” e “Shy”.
Suonano bene, mi piacciono, un po’ mi fa venire in mente un vecchietto in canotta e salopette che, con il suo banjo, suona un blues che racconta la sua storia da giovane: era un grande boxer, me lo vedo su una sedia a dondolo sul portico della sua casa nel bayou.
Poi è un ottimo nome per un pony, quindi si! Mi piace, è mio, manca ancora qualcosa ma mi piace!

Lo sottopongo a un po’ di persone e nein, non piace e non convince.
Ma a me si, e di brutto, ma continua a mancare qualcosa.
Questo nome d’arte mi rappresenta ma manca un pezzettino, manca un lato di me, quello che occasionalmente morde, quello con il quale mi piace giocare sul palco, quello che talvolta mi fa sentire sprezzante e malvagia, qualcosa di cattivo e che affascini… ”un serial killer!”

Inizio a farmi una lista mentale dei serial killer, chi hanno ucciso e come e no, non me la sento di prendermi il nome di nessuno.
Sono ancora bloccata ma l’idea del killer mi piace, ma SugarShy Killer, Meurtrière o Mörderin non suona bene.
Riprendo il foglietto dove ci sono io, le mie passioni e le mie cose vedo quella parola che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita HipHop e da lì è stato un attimo arrivare al “Killah”.
SugarShy Killah, sono io!
Mi piace e mi rappresenta.

Nel mondo del Burlesque mi trovo bene anche perché “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura”.
E, cosa che mi fa sentire libera di essere come voglio, nemmeno di stile.

L’Approcciatore Molesto: incontri spiacevoli del terzo tipo

Ivy La Morgue incontra un Approcciatore Molesto

L’Approcciatore Molesto è un coetaneo che sale sul treno peggiore di tutti, ovvero l’ultimo regionale della sera, quello più sporco e letale, coi divanetti unti e così luridi che durante il viaggio puoi intrattenerti facendo il test delle macchie di Rorschach.

L’Approcciatore Molesto mi si siede proprio davanti, nonostante il treno sia completamente vuoto, comincia a spippolare sullo smartphone ultimo modello e immediatamente mi accoltella con un agghiacciante luogo comune: “la tecnologia divide le persone”.
Io, che sto leggendo un libro, per giunta di carta, e sono abbastanza avulsa alla tecnologia, annuisco con un condiscendente sorriso. Prendo lo stesso treno tutti i giovedì e, per natura, cerco di evitare i contatti umani non indispensabili quindi, tendenzialmente, mi isolo nella narrativa sbracata sul sedile, concedendomi un’ora e mezza di silenzioso, immobile oblio letterario.
Adoro queste mezzesere ferroviarie silenziose e sì, mi urta parecchio dover per forza parlare con qualcuno ma, da anni, sto lavorando per evolvermi da “orso antisociale” a “persona integrata nel mondo”.
Quindi tendo i muscoli pellicciai e borbotto qualche parola di circostanza, con lo scopo di indurre il silenzio nel mio interlocutore,  fallendo miseramente.

L’Approcciatore Molesto non vede l’ora di dar fiato alla propria trachea e attaccare un bottone colossale, peraltro convinto –a torto- di farmi un favore.  Mi racconta che lui fa l’attore e, “non so se lo sai”, è un artista e lavora coi sentimenti delle persone e l’anno prossimo dovrebbe debuttare al Teatro Donizetti, “non so se sai dove si trova”.
Per inciso, io sono nata a Bergamo e al Donizetti ci sono andata svariate volte, tre delle quali per ritirare dei premi di poesia ma oh, non so se sono un’artista e non posso dire di “lavorare” coi sentimenti delle persone. Fino ad ora infatti, nonostante i poeti siano definiti “gli operai della parola”, sono stata pagata unicamente con eleganti targhe e no, non posso usarle per pagare il fornaio. Quindi pazienza.

L’Approcciatore Molesto inizia un monologo nazionalpopolare sulla dignità dell’uomo e sul valore insindacabile della vita e, mentre parla, si sbircia vanesio nel finestrino e si aggiusta i capelli e cita Einstein e “non so se lo sai”, la massima sulla stupidità umana e poi confonde l’atomica di Hiroshima con la Guerra Fredda, in un vortice di stupidità convulsa e crescente.
Sentire questo imbecille sciorinare litri di cazzate, pieno di onanistico compiacimento, completamente ignaro di essere un perfetto coglione assolutamente incapace di comprendere la persona seduta davanti a lui, in realtà mi allibisce al punto da lasciarmi senza parole. Tanto a cosa servirebbe, parlare con un idiota è uno spreco di fiato e io vorrei soltanto leggere il mio libro, mentre invece questo mi crivella di ovvietà e io mi sento come un partigiano in un’imboscata.

Ad un certo punto l’Approcciatore Molesto, probabilmente per stimolare una qualsiasi reazione da parte della sottoscritta ormai in stato stuporoso, vira improvvisamente il discorso e comincia a parlare di migranti e di integrazione, utilizzando termini atroci. Mi dice  che lui non è di destra né di sinistra ma è stato un anno e mezzo negli Stati Uniti e vorrebbe una pistola per difendersi perché “bisogna sempre sparare per primi”.

Caro Approcciatore Molesto, quando hai pronunciato la frase “non sono razzista, ma…”, io ho deciso che ti avrei fatto del male.

Per questa ragione, nonostante fossi perfettamente conscia di dove fossimo, quando mi hai chiesto: “La prossima fermata è Sesto san Giovanni?”, io ti ho risposto di sì, con lucida premeditazione.
E ti ho perfino salutato gioiosa dal finestrino mentre le porte si chiudevano e assistevo felice al tuo sgomento quando hai letto il cartello recitante la scritta “ARCORE”.

Perdonami, illuminante epsilon minus, ma l’ho fatto apposta, ché ero piena di astio ed insofferenza e sì, questa è l’ultima versione del mito di Narciso, coniugata e aggiornata per il nuovo millennio, dove il vanesio, anziché cadere nello stagno, si trova ad annegare in una stazioncina di provincia senza collegamenti con la metropoli, in mezzo ai diseredati e agli ultimi che tanto detesta e, invece di un fiore, è diventato un racconto che lo irride, condiviso e pubblicato il più possibile.

Mi dispiace, Approcciatore Molesto, ma noi orsi antisociali siamo delle brutte, pessime persone.

Vincere la timidezza grazie al Burlesque

Burlesque e timidezza

“Ma cosa sono quelle foto dove sei tutta carina?”.
Faccio Burlesque!”.
Te? Che diventi rossa se devi parlare con qualcuno che non conosci?”.
“SI”.
“Che bello!”.
“SI”.

Sono proprio io, quella insicura, timida, introversa e con qualche tendenza ossessivo compulsiva
Ho cominciato un percorso che non avrei mai pensato di intraprendere.
Eccomi all’improvviso indossare vestitini e gonne un po’ vintage anche per buttare la spazzatura, dopo aver passato l’adolescenza indossando vestiti maschili oversize.
Sembra quasi incredibile: fino a qualche tempo fa, in quelle rare giornate passate al mare, ero una di quelle persone in pantaloncini e canotta anche in spiaggia. Ora invece mi capita di ritrovarmi in mutande e pasties sopra un palcoscenico.
Ancora non ho capito come sia possibile, ma sono davvero entusiasta di questa cosa, il Burlesque, un mondo che mi affascina, intriga ed attrae, “un’arte che ruba a tutte le arti” che come me “vive di contaminazioni”, una cosa che mi fa sentire una figa, che mi fa sentire impacciata ma allo stesso tempo una persona fiera di se stessa e del suo stile.

Il Burlesque per me è un gran casino di emozioni e sentimenti, ma  nel quale ritrovo il mio spazio e il mio equilibrio e, a volte, quasi me stessa.

Essere sicura, estroversa ed espansiva non è da me, ma ho capito che l’insicurezza, la timidezza e l’introversione sono una parte di me, come lo sono le mie ginocchia, il mio ombelico e le mie labbra.
A volte queste parti di me sono un facile muro dietro il quale nascondersi, a volte sono un ostacolo che può essere anche interessante e stimolante.

Ma io ho trovato qualcosa che mi rende libera, felice, consapevole e, se mi lascio andare, divertita; un qualcosa che mi irrobustisce l’autostima e mi insegna a prendermi e farmi prendere in giro, mi fa sentire femminile, sensuale e spesso mi da anche la possibilità di uccidere qualcuno (*hey, non spaventatevi: uccido solo quando sono sul palcoscenico e tengo una pistola di plastica infilata nel reggicalze ;)).

Io non so se per te sarà la pesca con la mosca, il Wing Chun, la scrittura creativa o il circolo dell’uncinetto, ma ti auguro di trovare qualcosa che ti appassioni davvero, che ti dia la possibilità di essere te stessa/o, o che ti aiuti a trovare anche solo una parte di te.
Io ho trovato il Burlesque e non potrei essere più felice di sentire quel senso di agitazione prima di ogni esibizione, quella voglia di correre a casa e nascondermi sotto alle coperte che, immancabilmente, svanisce nel momento in cui salgo sul palco, e non vorrei essere da nessun’altra parte se non esattamente lì dove sono.

 

Empowerment: una parola, tante storie

[:it]Empowerment e burlesque[:]

La parola “empowerment” nei miei studi di quasi pedagogista, ha sempre significato dedicarsi all’altro per poterlo aiutare a scoprirsi e a capire quanto vale, quindi ad emanciparsi.
Sono sempre stata una ragazza attenta al benessere altrui, tanto da scegliere di fare di questa mia predisposizione la mia professione.

Ma chi si sarebbe occupato di me quando ne avrei avuto bisogno?

Questa domanda non me la ero mai posta fino a qualche tempo fa, quando ho deciso di intraprendere un percorso di conoscenza di me stessa che, fortunatamente, sta durando tutt’ora.
Fino a Settembre dell’anno scorso infatti, se mi aveste conosciuta, avreste avuto l’impressione di aver davanti una persona completamente insicura di sé. Ovviamente la situazione è andata migliorando ma non è del tutto risolta: resto sempre quella che prima di un esame si fa mille paranoie e che ha paura di parlare chiaramente per non ferire l’altro, ma ci sto lavorando.
Cos’è cambiato da Settembre 2016 ad oggi? Tante cose, ma sicuramente quelle che hanno influito di più sulla mia “rinascita”, sono state un percorso interiore e l’incontro del magico mondo del Burlesque.

Sì avete capito bene, il Burlesque, “l’arte che ruba da tutte le arti”, scoperto per caso e amato fin da subito.
Non nego che le lezioni iniziali mi abbiano messo a dura prova per la vergogna che avevo di mostrarmi agli altri, ma con l’aiuto della mia fantastica insegnante e l’appoggio di quelle pazze delle mie compagne di avventura, la situazione è andata migliorando, fino a una “degenerazione” senza dubbio positiva!
In mezzo a paillettes, boa di struzzo, tacchi, vestitini e pasties, ho scoperto una nuova me, più femminile, più frivola ma anche più sicura del suo corpo, corpo che ho iniziato ad apprezzare nonostante qualche chiletto in più.

Poi, alla fine di questo percorso, c’è stato l’appuntamento con il saggio: il timore di mostrarsi in pubblico, l’ansia di sbagliare, ma allo stesso tempo l’eccitazione, sono state il mix perfetto per buttarmi sul palco e fare spettacolo.
Quella sera avevo il cuore a mille, ma più ballavo, più mi sentivo me stessa e libera di esprimermi.

E’ stato in quel momento che ho capito che l’empowerment che ho sempre studiato sui libri, stava entrando a far parte della mia vita.
Da allora infatti ho iniziato a vedermi sotto un’altra prospettiva, e a percepire sicurezza in me stessa, grazie alla quale ho potuto sperimentarmi in esperienze che prima non avrei mai avuto il coraggio di affrontare, come ad esempio uno shooting fotografico. Capite? Io, il brutto anatroccolo quale credevo di essere, ho fatto addirittura un book fotografico e ho ricevuto complimenti, non mi sembra vero!

Per cui a quelli che mi dicono con facce stranite: “Ah quindi fai Burlesque, ma ti spogli?”, adesso ho il coraggio di rispondere in modo fiero “Sì, e se proprio volete saperla tutta, beh, mi diverto anche a farlo!”.[:]

Memorie del mio primo shooting

Nella vita capitano giornate incredibili, di quelle che ti lasciano senza fiato, che fai fatica a esprimere a parole, che ti travolgono con un caleidoscopio di emozioni: terrore e gioia, eccitazione e ansia: il mio primo shooting, quello per Le Fanfarlo.

Sei lì, in teoria a fare un semplice shooting, ma in realtà sei di fronte ai tuoi mostri e ti senti nuda (e in parte lo sei anche!), indifesa, nonostante nella vita reale ti senta una guerriera!

E proprio davanti all’obiettivo, ecco che si stagliano i tuoi demoni, in fila per due, col resto di quattro: “sembro troppo alta, ho le gambe troppo lunghe, il mio culo sembra enorme, non so dove mettere le mani, dove guardo? cosa faccio? mi si vede la pancetta (in realtà fai fatica anche a respirare perché sei compressa in uno stringivita vittoriano che ti invidierebbe anche Emily Brontë), ohmmmiodddioooo ho un sorriso di plastica…”

Per fortuna c’è Ermanno, il fotografo, un uomo dalla sensibilità straordinaria, ti sorride e, pazientemente, cerca in tutti i modi di metterti a tuo agio, per quanto tu possa sentirti a tuo agio in una situazione magica e surreale al tempo stesso: luci, cameraman, fotografi …

Tra uno scatto e l’altro, ti fai avvolgere dalla solidarietà femminile, che ormai credevi estinta. Ti ritrovi con le tue compagne Geishe a scambiarti abiti, sottogonne, culotte, abbracci e incoraggiamenti, sorseggiando uno spritz abusivo e sgranocchiando sandwich preparati dall’ incomparabile “Geisho” (il marito di una delle geishe, una delle nostre quote azzurre ;)).

Le Dive Pulcine ti contagiano con la loro allegria esplosiva, sempre alla ricerca di un angolino per farsi un selfie di gruppo; le Pin Up sfoggiano senza presunzione la loro sofisticata allure retro, capitanate da Miss Sorriso (ehm… no, non si sta parlando del suo viso,  lei riesce a sorridere con un’altra parte del corpo…) che dirige tutte, aggiustando pieghe e ruches del tutù per la foto di rito “culo di pavone”, che esprime al meglio il nostro tratto distintivo: ironia e bellezza in tutte le sue forme.

Tra abiti, tulle, strass e corsetti sgambetta felice la piccola Mascotte, Maddy, mia figlia, coccolata da truccatrici e fotografi, che si è portata più cambi di noi e posa con spontaneità: è lei la vera diva!

Tutto sotto la supervisione delle efficienti e splendide Colonnelle, le due “esperte” del gruppo che da più tempo sono entrate nel tunnel del burlesque.

E infine c’è Lei, che sembra fluttuare leggiadra in mezzo a questo caos, la Teacher, che con la faccia seria seria di chi sta per svelarti l’ennesimo segreto di Fatima, ti sussurra: “Sei fighissima!” e ti ricorda che il tuo fascino risiede proprio nella tua seducente imperfezione e, frustino in mano, ti incita ad affrontare le tue paure, le insicurezze, e ti aiuta a tirar fuori quello che in realtà è già dentro di te, ma ancora inespresso, in potenza, come direbbe Aristotele.

Perché è questa la vera sfida della vita, poter esprimere liberamente ciò che si è davvero, quello che si sente dentro, anche se è un’alchimia di apparenti contraddizioni.

Sono la mia supereroina

Molti continuavano a chiedermi cosa fosse il burlesque, come se si trattasse di una lezione di storia, piena di fatti e concetti. Non capivano che nel chiedermi questo stavano chiedendo che rivelassi il mio me più intimo.
Perché è cosi, per poter definire il burlesque devi viverlo e farlo tuo, non esiste una definizione unica, non esiste un’unica prospettiva.
Mi è sembrata però, una domanda così importante che ho deciso di rispondere. 

Ho deciso di diventare un libro aperto con voi, perché sono convinta che spogliarsi ne valga la pena. E confido che alla fine di questo piccolo monologo, anche voi ne sarete convinti.

Per me, il burlesque è lo strumento perfetto per conoscere se stessi. Perché per spogliarsi davanti a qualcun altro, bisogna prima farlo davanti ad uno specchio.
Nel mio caso, pignola come sono, la prima volta che mi sono spogliata, ho visto solo ciccia, una vita troppo larga, una donna bassa, un diverso colore di carnagione sul mio corpo. Ho visto solo e soltanto imperfezioni. E non potevo credere che quel riflesso fosse mio.
Ho deciso quindi di guardare quello strano riflesso in ogni dettaglio, ogni curva, ogni sfumatura di quel corpo che finora non sembrava appartenermi.
Con grande sorpresa, ho scoperto che quella ciccia che pensavo fosse di troppo, quella vita che non mi era mai piaciuta, quei difetti che mi saltavano sempre all’occhio, erano solo il contorno di una donna bellissima.  
Erano le caratteristiche necessarie per far risaltare il mio sorriso, il mio sguardo, i miei fianchi, insomma, la mia presenza.
Mi sono resa conto che quando entro in una stanza nessuno guarda se sono magra o formosa: la prima cosa che notano è il mio sorriso.
Ma la scoperta non si è fermata lì. Una volta che ho visto il mio “esterno”, ho iniziato a conoscere il mio “interno”.
Ho iniziato a sorridere di più e a cercare, con questa nuova forma di osservazione, la bellezza in chi mi circondava. Ho trovato persone disponibili e sorridenti e, siccome ho smesso di lamentarmi e ho iniziato a godermi di più questa bellezza, anche chi mi stava attorno viveva questo spirito leggero.
Ho iniziato a “darmi retta” quando non volevo fare qualcosa e a lanciarmi quando volevo farla. Ho capito il peso di un si e di un no e ho imparato a rispettare la mia volontà. E non solo, ho imparato a rispettare la volontà degli altri, perché ho capito quanto difficile possa essere prendere una decisione e quanto difficile a volte sia dire di no.
Trascorsi un paio di mesi, sono diventata una donna diversa e ora non voglio più tornare indietro.
Mi alzo ogni giorno fiera di me e di quella che mi guarda dallo specchio.
Con questi nuovi occhi ho una nuova prospettiva della vita e di quello che affronto ogni giorno. Sono la mia supereroina.

Spero davvero che anche voi possiate un giorno guardare il mondo così, non con i miei occhi ma proprio con i vostri, senza l’influenza di quello che dicono gli altri ma come prodotto di un viaggio tutto vostro. 

Ho risposto alla domanda?