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La cerimonia degli Oscar e la rappresentazione di genere

La notte del 24 Febbraio è andata in onda la cerimonia degli Oscar: evento di fama mondiale in cui la celebrazione della settima arte raggiunge il punto di massima espressione, e la macchina sforna-sogni del cinema si presta al giudizio dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.

Fra le atmosfere lussuose e raffinate del Dolby theatre di Hollywood, vengono premiate le opere che si sono distinte nel corso dell’anno precedente, ognuna impilata nella sua categoria, nell’attesa di ricevere la prestigiosa statuetta.

Ho sempre amato quest’evento, da studiosa e divoratrice di cinema per me la cerimonia degli Oscar rappresenta un momento catartico, di massimo raccoglimento, in cui proietto ogni forma di ossessione coltivata su un film o un personaggio.

Ma quest’anno è stato diverso. Guardavo le donne: poche nella categoria come miglior film e del tutto assenti fra i registi.

Così mi sono informata, e ho potuto constatare come questa macchina sforna-sogni (soprattutto i miei) stia fallendo nel rappresentare i ruoli femminili sullo schermo.

Conoscete il Bedchel Test?

E’ un test, dal nome della fumettista Alison Bedchel, che cerca di determinare la rappresentazione femminile secondo dei criteri estremamente semplici: nel film devono esserci almeno due personaggi femminili che hanno una conversazione tra loro su qualcosa di diverso da un uomo.

Non sono state poche le critiche al metodo, fra cui la poca specificità del tipo di discorso, la qualità, la quantità di parole.
Vi faccio un esempio: Il caso Spotlight vincitore della categoria Miglior film nel 2016 ha passato il test perché in una scena, alla giornalista Sacha Pfieffer, viene chiesto un bicchiere d’acqua da sua nonna. Se pensate quest’esempio sia controproducente verso l’intento del Bedchel test, avete ragione.

Sì, dall’esempio ci rendiamo conto che questo metodo è di una semplicità estrema e non è mai stato percepito come un metro di valutazione serio, ma può essere il lancio per comprendere quello a cui cerca di puntare: secondo una ricerca condotta dalla BBC 100 Women, se guardiamo tutta la cronistoria degli Oscar, meno della metà (49%) degli 89 film nominati nella categoria Miglior Film hanno superato il test. E parliamo di contenuti più narrativi.
Se guardiamo alla categoria della Miglior Regia, solo Kathryn Bigelow, in tutta la storia del cinema, prese nel 2009 la statuetta per The Hurt Locker (il film non passa il Bedchel test). Questi sono dati che non indicano la percezione dello spettatore verso quei ruoli, ma sollevano un problema di genere che ha radici secolari. 

Alla 91esima edizione degli Academy Awards non è andata meglio: secondo la Ceratai, una startup Svedese che conduce analisi sulla diversità e uguaglianza nei media, fra gli 8 film analizzati candidati al Miglior film, il tempo di conversazione femminile è del 29%. La start-up ha inoltre analizzato i film nominati in questa categoria tra il 1977 e il 2006: su 6.833 personaggi parlanti, solo 1.865 erano donne.

Di dati ce ne sono a non finire, ma questo non è un articolo di statistica (forse).

Il problema va oltre gli Oscar, Hollywood e i film, e riguarda il modo in cui percepiamo l’uomo e la donna anche nella vita quotidiana.

Gli uomini nei film parlano di più e questo potrebbe influire su ciò che vale la pena ascoltare e ciò che non la vale.
Per cambiare questo sistema il primo passo riguarda la consapevolezza, che diventa catalizzatore di riduzione delle discriminazioni di genere.

Io sono follemente innamorata del Cinema e delle sue celebrazioni, sono i miei studi, il mio mondo, il mio futuro (spero), ma abbiamo bisogno di avviarci verso il cambiamento, verso un’era di rappresentazione femminile meno stereotipata e più multiforme.
Tentare di mettere in scena ruoli che non siano delle eccezioni in universi di supereroi e figure politiche maschili, ma che rappresentino la norma.
Personaggi femminili non necessariamente separati e distinti dalle figure maschili, ma che abbiano un punto di vista (perché noi donne ce l’abbiamo!!) solido, presente e determinante.

Pic by: NY Times

Un “classico per una donna”? Autodeterminarsi.

Caro futuro marito,

Voglio raccontarti il momento in cui ho deciso che sarei diventata femminista.

Un giorno dissi a un ragazzo che stavo frequentando da un po’ di tempo di non aver mai avuto una storia importante. Nulla che avesse capovolto la terra sotto ai miei piedi, che mi avesse fatto vedere il mondo da un’altra angolazione; perché a volte per amore succede anche questo, giusto? Cambi opinione.
No, io non avevo ancora avuto questa fortuna, però avevo alle spalle incontri importanti. Persone conosciute in una notte, in un giorno o in cinque minuti, che avevano visto in me una luce che io non avevo neanche notato.

In risposta a questa storia, il ragazzo che stavo frequentando disse che “non è possibile considerare importanti persone conosciute in una notte. Proprio perché non hai avuto nessuno troppo vicino, hai una soglia di importanza molto bassa”, che “dai importanza a chi in momenti tristi ha colmato dei vuoti che chiunque poteva colmare”. Infine, dopo aver affondato il coltello e averlo girato tre volte disse: “E’ un classico per una donna”.

Quel giorno quelle parole hanno fatto male.

Tralasciando il pianto di mezz’ora, vorrei fare l’analisi del testo redatto dal poeta in questione.

Possiamo anche ipotizzare che le prime frasi “hai una soglia di importanza” (che in italiano potrebbe suonare come “dai importanza alle persone con troppa facilità”) e “ha colmato dei vuoti in momenti tristi” possano essere vere. Ma il fatto che possano essere vere, non ti autorizza a dirle. Il giudizio, su una situazione, di cui tu non hai fatto parte, non va sentenziato, a meno che non sia espressamente richiesto.
Tutti sbagliamo, e chiunque può inavvertitamente scambiare un’opinione per un giudizio.

Il fulcro della questione, infatti, ciò che ancora oggi mi fa ribollire il sangue, non sta nello spregiudicato giudizio di quelle frasi, ma dell’accezione universale a cui da sempre noi donne siamo confinate.

Cos’è un “classico per una donna”? Dare importanza alle persone? Avere dei vuoti “colmabili” solo da un uomo?

Mi sono sentita tremendamente offesa. Non solo nei confronti di me stessa, ma per tutte le donne. Mi ha colpito qualcosa di viscerale, una rabbia secolare che affonda le radici in così tante discriminazioni e categorizzazioni, da fermentare per tutto il genere umano.

Ho ripensato tante volte a quel giorno. Magari erano parole dette con innocenza, concepite per essere una sorta di consolazione: “Tranquilla Ilaria non sei la sola, sono tutte così”.
Però a me non frega assolutamente niente delle intenzioni di quelle frasi. C’è una cosa più importante più profonda, che è ciò che esse hanno rappresentato e tutt’ora rappresentano.

Mi sono sentita un vaso. Un vaso vuoto; pieno solo nel momento in cui un uomo entra a far parte della mia vita.

L’idea di noi, come contenitori. Qualcosa che debba essere riempito, di costantemente mancante. Come se tutte le donne avessero un qualche vuoto che non aspetta altro che essere colmato. Donzelle in difficoltà pronte ad accogliere l’uomo forte che le salva.

Non ho usato la parola contenitore solo perché non ho trovato sinonimi migliori. Il contenitore è un oggetto. E non è sconosciuta alla società l’oggettivazione della donna. La deumanizzazione che ci vede come corpi che possono dare uno status all’uomo alfa.

Questa generalizzazione, è uno stereotipo. Gli stereotipi rafforzano le gabbie sociali che hanno intrappolato le donne per generazioni e che sono alla base di ogni discriminazione.
Gli stereotipi impediscono a tutt*, anche alle donne, di vedere quando è presente una discriminazione, una violenza, un abuso di potere. Sono generalizzazioni che si scolpiscono della cultura collettiva umana.

La violenza di genere esiste ancora oggi, anche in frasi che non volevano far male, anche se chi le pronuncia pensa che non ti farebbe mai del male.

Non ho mai smesso di pensare a quelle due frasi. Ribollono nello stomaco. Sono quelle che hanno alimentato in me la voglia di consumare tutte le parole contro ogni tipo di sessismo.

Infine, ti scrivo questa lettera per dirti che io sono capace di colmarmi, di bastarmi da sola. Che i miei vuoti non dipendono necessariamente da te. E, in ogni caso, sarei capace di riempirli da sola. Anche se dovessi essere triste, felice, angosciata, estasiata, sarebbe uno stato d’animo mio, personale, e sarò io a decidere come meglio affrontarlo, senza essere messa in nessuna categoria.
Io sono una persona a prescindere dal mio sesso, una persona che decide, agisce, sente come vuole. Ciò di cui io ho bisogno non è da ricercare nella tua esistenza.

Un “classico per una donna” è autodeterminarsi e bastarsi in totale autocoscienza. Un “classico per una donna” è essere esattamente quello che cavolo vuole essere. Magari in compagnia di una persona che aggiunga del bello alla sua vita.
Ma è una persona completa a prescindere, non un essere bisognoso di essere “colmato”.

Ed è per tutti questi motivi, oggi, che io sono femminista.

Violenza di genere: storia di un abbraccio mancato

Ogni volta che percorro quel tratto di uscita della tangenziale non posso fare a meno di pensarci: l’immagine mi si ripresenta e fuggevole se ne va, ma non con leggerezza.

Una notte di mezza estate. Tornavamo da una bella serata danzante, di quelle all’aperto, che hanno il sapore e il profumo che solo la bella stagione ti fa assaporare.
Superiamo la curva, una macchina ferma con la portiera aperta. Un macchinone, non so quale, per me sono tutte uguali.
Lei curva, spettinata, piegata su se stessa, le mani sulle orecchie mentre cerca di ripararsi dalle urla di lui che le inveisce contro.
La nostra Smart li supera, noi due ci guardiamo e non c’è bisogno di parlare.
Mio marito ferma la macchina poco più avanti e mi dice “Non scendere, vado io”.

Lui scende, io dietro, a distanza, mentre compongo il numero della polizia.
L’uomo, appena vede mio marito, alto e grosso, alza le mani con fare rassicurante e dice “Tranquillo… è tutto a posto…”.
Nel frattempo lei si è spostata sul davanti dell’auto ed è inginocchiata, io mi avvicino e mi chino, la guardo, cerco i suoi occhi, e li trovo.
Non posso descrivere cosa ho visto, è troppo vasto il vuoto e il dolore che mi hanno colpito come un schiaffo, mentre mi teneva a distanza come fa un animale ferito che non ha più fiducia nell’animo umano.
Ho cercato un contatto verbale, ho capito che non era italiana, ma poco importava.

“Vieni via con noi” le ho proposto, “ti portiamo dove vuoi”.
Era malconcia, al di là del trucco sbavato e delle lacrime.
“Non posso” mi ha risposto, con uno sguardo indecifrabile ma che avrebbe potuto avere mille significati.
“Sai”, ha proseguito, “lui, è anche un bravo uomo, un bravo padre, ha due bellissimi ragazzi, lo rovinerei”.

Prima ti sorprendi. Poi ti incazzi. Poi pensi di avere davanti una stupida.
Poi guardi lo stronzo che sta discutendo con tuo marito e, oltre a pensare a quanto sei fortunata, ti rendi conto di quanto la parola “uomo” sia sopravvalutata.
Poi provi ad immedesimarti ma è davvero molto difficile, almeno per me.
Poi capisci che qualsiasi tipo di pensiero tu possa fare è superfluo: hai davanti una donna che ha bisogno di aiuto ma non vuole farsi aiutare. E tu ti senti inutile.

La vorrei abbracciare ma ho paura e, non so perché, non lo faccio. Poi me ne pentirò.
La Polizia arriva e ci allontana, io le stringo le mani e la saluto.
Salgo in macchina, mi volto, la guardo, i nostri occhi per un po’ non si lasciano.
Verso casa piango rivolta verso il finestrino, mio marito mi accarezza la gamba.

La confusione che ti rimane dentro quando sfiori anche solo da lontano e per caso storie come questa, storie terribili di violenza di genere, storie di donne devastate dall’amore per il proprio uomo e dal disamore verso se stesse è devastante, persistente.
Non posso giudicare, non me la sento.
Le chiavi di lettura sono innumerevoli e forse non troveremmo mai quella giusta.
Ognuno di noi è libero di interpretare il comportamento di questa donna.
Io so solo che il tempo ne ha offuscato il viso e il colore dei capelli, ma non il tremore e il groppo in gola che mi prende ogni volta che faccio quell’uscita.
Tangenziale Est. Uscita 4 Mecenate.

Donne sommelier: un cliché da smontare

Sono appena tornata da un viaggio meraviglioso, se pur breve, in Francia, in Camargue.

Amo viaggiare alla scoperta di luoghi, culture e natura, ma amo altrettanto il vino, così non riparto mai senza prima aver esplorato l’identità vinicola della zona che visito.

Così, dopo aver ammirato scenari mozzafiato spazzati dal vigoroso Mistral, saline che ricordano paesaggi lunari, lagune popolate da eleganti fenicotteri rosa e cavalli bianchi, resti architettonici del passaggio degli antichi Romani, ho convinto i miei compagni di viaggio a fare delle rigeneranti passeggiate tra i vigneti di Châteauneuf-du-Pape e delle degustazioni dell’omonimo vino, uno dei pochi al mondo che vanta una storia secolare.

La nascita di questo celebre vino è legata, infatti, alla storia del papato che, poco dopo il 1300, trasferì la sua sede da Roma ad Avignone (città poco distante) e circondò la residenza estiva, proprio a Châteauneuf-du-Pape, di vigneti, che danno vita a questo nettare divino.

Arrivati al Domaine, uno dei più rinomati della zona, mi sono imbattuta nel più classico dei cliché sessisti, con il quale, purtroppo, mi capita  di confrontarmi spesso, secondo cui  “capire di vino” è appannaggio degli uomini e le donne sommelier non esistono.

Anche questa volta la degustazione è iniziata in modo esclusivo tra gli uomini: il responsabile non fa una piega quando la mia amica declina l’invito all’assaggio, ma quasi si sorprende che io invece mi unisca ai due uomini, mio marito e un nostro amico. Serve il primo vino e ne illustra le caratteristiche, concentrandosi esclusivamente su di loro, come se io fossi invisibile.

La mia amica ride, mentre si gusta la scena e vede i miei occhi fiammeggiare, e per distrarmi dal desiderio di incenerire immediatamente il francesino, mi chiede la traduzione simultanea della spiegazione e mi tempesta di domande.

Mia figlia Maddalena, che ha già assistito a questa scena molte volte, e conosce perfettamente commenti e retroscena, mi incoraggia: “Mamma, dillo tu se è buono questo vino. A te piace?”.

La degustazione prosegue con altri vini, finché il francesino si rende conto che, contemporaneamente alla sua spiegazione, io fornisco ai miei compagni di viaggio ulteriori dettagli e aneddoti, e inizia a guardarmi con sospetto.

Così mio marito lo informa che sono una sommelier.

La sua reazione è degna di un devoto che ha visto la Madonna e ripete più volte: “Really? Really?”, sgranando gli occhi.

Per cancellare ogni dubbio, estraggo con orgoglio dalla mia borsa la tessera di sommelier AIS (Associazione Italiana Sommelier) che lui prende in mano come una reliquia e, finalmente, scocca la scintilla.

Sembra quasi commosso, ci serve gli altri vini, finalmente degnandomi della sua attenzione e, probabilmente per scusarsi per avermi ignorato nella prima parte della degustazione, ci regala l’assaggio di un vino speciale, molto raro, frutto delle più antiche vigne del Domaine, normalmente di difficile reperimento per l’acquisto.

Per fortuna i vini degustati sono spettacolari: equilibrati e di gran carattere, eleganti, morbidi e avvolgenti, e mi permettono di rilassarmi e dimenticare le mie iniziali intenzioni bellicose.

Dopo aver scelto le bottiglie da acquistare, ho sfoderato il mio miglior sorriso e ho informato il francesino che a casa mia, io bevo e mio marito paga.

Di vigna in vigna e di bicchiere in bicchiere, continuerò la mia  battaglia per sfatare il cliché: anche senza essere sommelier, una donna può apprezzare il vino tanto quanto un uomo; l’apprezzamento del vino è un fatto di gusto individuale, non certo di genere.  

La mia mamma: 5 figli a scuola d’amore

In passato il desiderio di avere un figlio maschio per una coppia era abbastanza sentito. I miei genitori non hanno fatto eccezione, anzi, direi che si sono fatti prendere la mano. Pensate che per contribuire a questa tendenza hanno fatto cinque figli.
Hanno sfornato quattro bellissime femminucce e un fantastico maschietto.

Ebbene si, io sono una delle quattro femmine di mia mamma. Vi starete chiedendo se è stata dura crescere in una famiglia così numerosa. A parte le tirate di capelli e le lotte furiose, la mia risposta è NO!

Volere sapere come mai? Ve lo spiego subito: la mia mamma ci ha insegnato ad amarci.
Ci ha fatto capire che la condivisione è meglio del possesso delle cose. Durante la mia adolescenza mi saranno mancate le scarpe all’ultima moda e i pantaloni di marca, ma di sicuro non è mancato il rispetto reciproco e l’amore incondizionato dei i miei fratelli.

Mia mamma si chiama Costantina, è una donnina alta poco più di un metro. La prima cosa che si nota guardandola è la folta capigliatura bionda che sembra la criniera di un leone. La seconda, ascoltandola, è il suo timbro di voce, così alto da fare concorrenza ad un soprano (ah, è anche suscettibile, quindi meglio non farglielo notare).

La cosa che più la contraddistingue è il suo spirito da crocerossina. Probabilmente, in altre circostanze, lo sarebbe diventata per davvero. Ma la sua “carriera lavorativa” è stata farci diventare grandi. Solo Dio sa quanto lavoro ci sia voluto, soprattutto se ci sono di mezzo 5 nanetti chiassosi che combinano un sacco di guai.

Ha sopportato i nostri capricci e supportato le nostre fantasie. Ha dato la possibilità a me e alle altre sorelle di realizzarci dandoci la possibilità di studiare, di allontanarci da lei per inseguire i nostri sogni, nonostante la sua voglia di averci vicino.

La mia mamma per me è stata anche un’amica. Non sempre mi ha assecondata ma mi ha sempre sostenuta. Mi ha a volte tirato ceffoni (meritati), ma non sono mai mancati i baci e gli abbracci. Tutt’ora che sono cresciuta, aspetto con ansia le vacanze per andare da lei a fare scorta di coccole.

Per età e scelte di vita potenzialmente potrei trovarmi nella sua stessa situazione di quando ha deciso di “metter su famiglia”.
Quindi è da un po’ che vorrei chiederle una cosa: con quale coraggio lei e papà si sono avventurati nell’impresa di costruire una famiglia, per giunta così numerosa, considerando che il solo pensiero di un solo figlio m’inquieta? La prospettiva futura di avere figlia adolescenti odiosi, spocchiosi e menefreghisti non li spaventava?

Ma si sa, il mondo è di chi lo sa immaginare prima di noi. E la mia mamma ci ha visto lungo.

Il suo obiettivo di crescere dei figli affiatati e uniti una volta diventati donne e uomini, ha vinto su tutti i dubbi e le difficoltà, quindi io voglio ringraziarla per aver investito tutta te stessa per farci diventare quelli che siamo.

Ti voglio bene mamma.

SugarShy Killah: come nasce un nome d’arte

Nella vita di ogni burlesque performer arriva il momento in cui devi affrontare te stessa, capire chi sei e cosa vuoi nella tua vita da burlesque performer: arriva il momento in cui devi trovarti il tuo nome d’arte.

C’è chi il nome ce l’ha dalla nascita, a chi viene affibbiato dagli amici, dalle colleghe o dall’insegnante e chi, come me, ha dovuto trovarselo.

La ricerca dello stage name è stato un vero e proprio parto, compreso di gravidanza, visto il tempo che ci ho messo a trovarlo.

Per ognuna ha un significato e un peso diverso: nel tuo nome d’arte ci sono dentro le tue passioni, i tuoi interessi, chi sei e chi vuoi essere, o semplicemente suona bene.

Per il mio background il Nome d’arte è una cosa molto importante: ti rappresenta, è il tuo biglietto da visita e soprattutto deve essere tuo e basta.

La mia ricerca è partita nella maniera più stupida e divertente possibile, ovvero tramite siti di Name Generator.
Sono partita da quelli dedicati al burlesque che mi hanno proposto nomi come “Frau Mercury”, che ho adorato da subito ma, conoscendomi, mi sarei ritrovata sul palco con dei fantastici baffi.
Il secondo sito mi ha suggerito “Oregon Orchid” che suonava bene, ma non c’entra niente con me.
Ho deciso quindi di affidarmi ad un generatore di nomi stile “My Little Pony”. Da subito mi è sembrato molto più “professionale” di altri siti, visto che crea il nome d’arte a partire dal nome e dal cognome.
E’ risultato che il mio nome da Pony è “Lollipop Glory”. Mi sono ritrovata a ridere come un tredicenne che vede doppi sensi ovunque, quindi ho bocciato anche questo nome e ho cercato di capire come funzionano i nomi delle burlesquer più famose.

Tributi a dive, nomi di fiori, case automobilistiche, nomi di alcolici, colori, dolcetti, animaletti, città… Ho cercato di trarre ispirazione da qualsiasi cosa.

Sono partita dalla lingua delle parole che formano il nome: in genere inglese, ma non di rado anche francese, rarissimamente tedesco, spagnolo e italiano. Decido per l’inglese, “così sarà comprensibile quasi da tutti e non dovrò stare a spiegarlo”. Poi le cose sono andate come sono andate…

Scelta la lingua dovevo capire cosa metterci dentro.
Mi sono fatta un bello schemino con me al centro e attorno cosa mi piace e cosa mi rappresenta: vedo pezzi di me scritti viola su bianco e non so come venirne fuori. Torno ai generatori, ma ancora niente.

Poi, non so perché e percome, una mattina mi sono svegliata con in testa queste due parole: “Sugar” e “Shy”.
Suonano bene, mi piacciono, un po’ mi fa venire in mente un vecchietto in canotta e salopette che, con il suo banjo, suona un blues che racconta la sua storia da giovane: era un grande boxer, me lo vedo su una sedia a dondolo sul portico della sua casa nel bayou.
Poi è un ottimo nome per un pony, quindi si! Mi piace, è mio, manca ancora qualcosa ma mi piace!

Lo sottopongo a un po’ di persone e nein, non piace e non convince.
Ma a me si, e di brutto, ma continua a mancare qualcosa.
Questo nome d’arte mi rappresenta ma manca un pezzettino, manca un lato di me, quello che occasionalmente morde, quello con il quale mi piace giocare sul palco, quello che talvolta mi fa sentire sprezzante e malvagia, qualcosa di cattivo e che affascini… ”un serial killer!”

Inizio a farmi una lista mentale dei serial killer, chi hanno ucciso e come e no, non me la sento di prendermi il nome di nessuno.
Sono ancora bloccata ma l’idea del killer mi piace, ma SugarShy Killer, Meurtrière o Mörderin non suona bene.
Riprendo il foglietto dove ci sono io, le mie passioni e le mie cose vedo quella parola che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita HipHop e da lì è stato un attimo arrivare al “Killah”.
SugarShy Killah, sono io!
Mi piace e mi rappresenta.

Nel mondo del Burlesque mi trovo bene anche perché “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura”.
E, cosa che mi fa sentire libera di essere come voglio, nemmeno di stile.

L’Approcciatore Molesto: incontri spiacevoli del terzo tipo

Ivy La Morgue incontra un Approcciatore Molesto

L’Approcciatore Molesto è un coetaneo che sale sul treno peggiore di tutti, ovvero l’ultimo regionale della sera, quello più sporco e letale, coi divanetti unti e così luridi che durante il viaggio puoi intrattenerti facendo il test delle macchie di Rorschach.

L’Approcciatore Molesto mi si siede proprio davanti, nonostante il treno sia completamente vuoto, comincia a spippolare sullo smartphone ultimo modello e immediatamente mi accoltella con un agghiacciante luogo comune: “la tecnologia divide le persone”.
Io, che sto leggendo un libro, per giunta di carta, e sono abbastanza avulsa alla tecnologia, annuisco con un condiscendente sorriso. Prendo lo stesso treno tutti i giovedì e, per natura, cerco di evitare i contatti umani non indispensabili quindi, tendenzialmente, mi isolo nella narrativa sbracata sul sedile, concedendomi un’ora e mezza di silenzioso, immobile oblio letterario.
Adoro queste mezzesere ferroviarie silenziose e sì, mi urta parecchio dover per forza parlare con qualcuno ma, da anni, sto lavorando per evolvermi da “orso antisociale” a “persona integrata nel mondo”.
Quindi tendo i muscoli pellicciai e borbotto qualche parola di circostanza, con lo scopo di indurre il silenzio nel mio interlocutore,  fallendo miseramente.

L’Approcciatore Molesto non vede l’ora di dar fiato alla propria trachea e attaccare un bottone colossale, peraltro convinto –a torto- di farmi un favore.  Mi racconta che lui fa l’attore e, “non so se lo sai”, è un artista e lavora coi sentimenti delle persone e l’anno prossimo dovrebbe debuttare al Teatro Donizetti, “non so se sai dove si trova”.
Per inciso, io sono nata a Bergamo e al Donizetti ci sono andata svariate volte, tre delle quali per ritirare dei premi di poesia ma oh, non so se sono un’artista e non posso dire di “lavorare” coi sentimenti delle persone. Fino ad ora infatti, nonostante i poeti siano definiti “gli operai della parola”, sono stata pagata unicamente con eleganti targhe e no, non posso usarle per pagare il fornaio. Quindi pazienza.

L’Approcciatore Molesto inizia un monologo nazionalpopolare sulla dignità dell’uomo e sul valore insindacabile della vita e, mentre parla, si sbircia vanesio nel finestrino e si aggiusta i capelli e cita Einstein e “non so se lo sai”, la massima sulla stupidità umana e poi confonde l’atomica di Hiroshima con la Guerra Fredda, in un vortice di stupidità convulsa e crescente.
Sentire questo imbecille sciorinare litri di cazzate, pieno di onanistico compiacimento, completamente ignaro di essere un perfetto coglione assolutamente incapace di comprendere la persona seduta davanti a lui, in realtà mi allibisce al punto da lasciarmi senza parole. Tanto a cosa servirebbe, parlare con un idiota è uno spreco di fiato e io vorrei soltanto leggere il mio libro, mentre invece questo mi crivella di ovvietà e io mi sento come un partigiano in un’imboscata.

Ad un certo punto l’Approcciatore Molesto, probabilmente per stimolare una qualsiasi reazione da parte della sottoscritta ormai in stato stuporoso, vira improvvisamente il discorso e comincia a parlare di migranti e di integrazione, utilizzando termini atroci. Mi dice  che lui non è di destra né di sinistra ma è stato un anno e mezzo negli Stati Uniti e vorrebbe una pistola per difendersi perché “bisogna sempre sparare per primi”.

Caro Approcciatore Molesto, quando hai pronunciato la frase “non sono razzista, ma…”, io ho deciso che ti avrei fatto del male.

Per questa ragione, nonostante fossi perfettamente conscia di dove fossimo, quando mi hai chiesto: “La prossima fermata è Sesto san Giovanni?”, io ti ho risposto di sì, con lucida premeditazione.
E ti ho perfino salutato gioiosa dal finestrino mentre le porte si chiudevano e assistevo felice al tuo sgomento quando hai letto il cartello recitante la scritta “ARCORE”.

Perdonami, illuminante epsilon minus, ma l’ho fatto apposta, ché ero piena di astio ed insofferenza e sì, questa è l’ultima versione del mito di Narciso, coniugata e aggiornata per il nuovo millennio, dove il vanesio, anziché cadere nello stagno, si trova ad annegare in una stazioncina di provincia senza collegamenti con la metropoli, in mezzo ai diseredati e agli ultimi che tanto detesta e, invece di un fiore, è diventato un racconto che lo irride, condiviso e pubblicato il più possibile.

Mi dispiace, Approcciatore Molesto, ma noi orsi antisociali siamo delle brutte, pessime persone.

La taglia? E’ solo un numero.

oltre i canoni di bellezza: siamo #bellevere

La mia mattinata è molto semplice e abitudinaria.
Il caffè è il centro di tutto e, oltre ad essere la mia colazione, per me è anche un momento social.
Instagram e Facebook accompagnano l’attesa della mia dose mattutina di caffeina e, mentre sorseggio innumerevoli tazze di caffè, sbircio post e foto.

Qualche giorno fa, tuttavia, la mattina si è rivelata un po’ più amara delle altre.
Una fotografia condivisa da Elisa d’Ospina ha catturato la mia attenzione: la foto ritraeva una ragazza in costume con scritto ”Per la Milano fashion Week l’agenzia mi ha chiesto di perdere un’altra taglia. Quindi Fan**lo”.

Ho sgranato gli occhi perché non volevo crederci e ho esordito con “Che cosa?!”.

Nel suo post Elisa spiegava la situazione: vi riporto direttamente le parole da lei scritte perché la dote della sintesi non mi appartiene: “Ilaria è troppo grassa per sfilare. Per la settimana della moda milanese le han chiesto di perdere una taglia. È alta 181 cm, taglia 42 e come vedete è già sottopeso. Care agenzie sappiate che vi stiamo scatenando addosso l’inferno.”

Premetto che sono solo un puntino in questo pianeta abitato da più di 7 miliardi di persone, ma la ragazza in questione avrà i miei stessi anni, se non di meno, come me ha l’energia che solo a quest’età si possiede (non me ne vogliano le persone con qualche anno in più) e, se penso alla delusione e alla rabbia che lei ha dovuto provare, mi amareggio.

Mi sembra alquanto stupido limitare tutto ad un numero scritto sul cartellino di un vestito.

Come abbiamo scritto noi Fanfarlo in un post su Facebook: “Ci dicono che esiste solo la taglia 42, ma noi siamo convinte che le forme dei nostri corpi raccontino una storia: la nostra. Vogliono dare una misura persino ai nostri sogni ma noi sappiamo che le nostre anime non hanno perimetro”.

Io voglio raccontarmi a prescindere dalla mia taglia, a prescindere dal mio peso.
Il mio corpo è il contenitore della me più vera, a volte ingabbiata e incastrata in un canone di bellezza troppo rigido che non le appartiene, ma è la parte di me che voglio arrivi agli altri.

Non voglio che le persone si limitino a vedermi come un corpo imperfetto: forse è così che lo vedono in molti (bassa, tonda, con delle tette poco tette e con un culo che forse è un po’ troppo culo) ma il mio corpo per troppo tempo è stato un limite. E sapete perché?
Perché io stessa aspiravo a una forma fisica che potesse rispettare tutti quei canoni di bellezza tanto acclamati. Quando uscivo dalla doccia davo le spalle allo specchio perché odiavo quello che vedevo, era una gabbia opprimente, era l’opposto di ciò che volevo essere.

Con il passare degli anni ho accettato sempre di più il mio corpo, e il trucco è proprio questo. 
L’accettazione è la prima fase del cambiamento vero e proprio, un cambiamento interiore che non segue regole, che non ha limiti di età e tempo, il cui fine unico è il benessere fisico e mentale.

Forse vi starete chiedendo il perché di tutta questa pappardella (ve l’ho detto che sono logorroica?).
La risposta è semplice: leggendo di questa vicenda mi sono ricordata di alcuni momenti per me molto difficili e di come troppe volte mi sono sentita a disagio per colpa del mio corpo, di come ho cercato di annullare la me più vera per apparire perfetta.
Dopo molti sforzi alla fine ho capito che sono i miei occhi sorridenti che conquistano e non la mia taglia, che alla fine è solo un banale, insipido numero.

Maternità e lavoro: si può fare (senza superpoteri)!

maternità e lavoro

Sono una donna e ho deciso che, nella mia vita, voglio avere una famiglia.

Entrata nel mio 30° anno di età, sento il desiderio di maternità sempre più forte: lo sento come MIO desiderio di donna, di vita, bussa forte e mi dice “dai che sei pronta!” e lo avverto anche e soprattutto grazie al fatto che ho accanto la persona che desidero condivida il mio patrimonio genetico con la mia futura figlia (perché dev’essere femmina, ovviamente).

Questa mia scelta può essere o meno condivisibile, può essere o meno la normalità, fatto sta che è e resta una MIA decisione.

Ci sono donne che non sentono la maternità come parte del loro essere, non sentono il bisogno di mettere al mondo una creatura e ritengo anche questa una libera scelta personale di vita: non è un problema, non è anormalità.

Così come credo che quelle che decidono di far figli non siano più donne delle precedenti:  diventare madre non significa essere più donna.

Mi capita di sentire parlare donne che hanno anteposto la propria carriera alla famiglia e, al contrario, molte altre che hanno abbandonato il proprio lavoro per dedicarsi anima e corpo a quest’ultima; ma la maggior parte delle mamme riescono a dividersi tra i due ruoli senza per questo togliere troppo né ad uno né all’altro.

Insomma, delle Wonder Woman che tra 4/8 ore di lavoro, i compiti, il calcetto, le lavatrici e le cene riescono a portare avanti la propria vita.

Ritengo che ognuna di queste scelte abbia comportato del tempo, delle riflessioni e considerazioni anche e soprattutto economiche.

Le donne che si dedicano al lavoro con dei figli a casa, lo fanno spesso perché non possono permettersi di non ricevere uno stipendio a fine mese, ma lo fanno anche per non perdere la propria integrità, la propria indipendenza ed il proprio IO.

Le donne che si dedicano alla casa e ai figli non lo fanno tutte perché “possono permetterselo” ma ci sono casi in cui rinunciare il lavoro significa risparmiare (lo stipendio a volte non copre le spese di viaggio e baby sitter) oppure perché semplicemente un lavoro non c’è.

Qualsiasi sia la tua situazione, se sei o non sei dentro a questa serie di classificazioni, non puoi rimanere indifferente alle affermazioni contenute in un articolo scritto dal “signor” Feltri Vittorio, niente popò di meno che il direttore della testata Libero, che sul suo giornale scrive il 21 Gennaio le sue considerazioni in merito ai compensi delle donne-madri.

In qualità di DONNA, indipendentemente o meno dal mio desiderio di maternità, mi sento profondamente offesa e schifata da quanto pubblicato.

Riporto alcuni punti interessanti per chi non avesse la voglia di leggersi l’articolo (non vi biasimo!):

Purtroppo però succede che le ragazze, a un certo punto della vita, si sposino e mettano al mondo dei figli, pertanto rimangano a casa in maternità.

…è assurdo asserire che le signore guadagnino di meno, semmai lavorano di meno ed è normale  che abbiano una busta paga più magra.

Non esiste soluzione per una parificazione degli emolumenti (…) La natura non è democratica, lo vogliamo capire oppure no?

Le donne che pretendono di avere lo stesso stipendio degli uomini hanno una sola via d’uscita: evitino di sposarsi e di diventare madri ad ogni costo (…)

E con questo mi fermo, perché credo sia sufficiente a far girare lo stomaco (e sono educata) ad ogni donna e, mi auguro, a diversi uomini.

Riporto anche un simpatico commento letto sotto l’articolo in questione:

Feltri, vuole far adirare le femministe? Non sa che sono molto allergiche al buon senso?

Non mi ritengo una “veterofemminista integralista” e di allergie ne ho tante: in particolare quella alla STUPIDITA’ umana.

Quindi, cari i miei “feltri”: se avete un cervello, e non lo utilizzate, se avete delle dita, e le usate malamente, se avete studiato, praticato sport, sfoggiato abiti e accessori, se RESPIRATE non è solo grazie al singolo spermatozoo che ha (purtroppo) vinto una gara, ma perché c’è stata una DONNA che vi ha portati in grembo per 9 mesi, che vi ha cresciuto e ha fatto una serie di sacrifici di cui non potete immaginare la grandezza.

Grandezza probabilmente paragonabile alla vastità del CAXXO che ce ne frega delle vostre ridicole considerazioni.