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Un’ipocondriaca ai tempi del corona virus

Tempi duri per un’ipocondriaca.
Anzi no, tempi duri per tutti.

Vivo un enorme conflitto interiore: una parte di me (quella ipocondriaca, ovviamente) mi vorrebbe reclusa in casa da almeno 10 giorni, sotto una copertina sarebbe ancora meglio, mentre un’altra parte di me (quella estremamente dedita al lavoro) sente di non poter, per nessun motivo, abbandonare la nave.
Vince, con orgoglio, la dedizione al lavoro.

Vivere nel mondo in questo momento è, a dir poco, surreale.
Arrivo a lavoro in 10 minuti, ma non è agosto, e la mancanza di traffico non mi mette di buon umore.
Le giornate in ufficio sembrano procedere a rallentatore, con una calma che, lo possiamo quasi percepire sulla pelle, non è naturale.
Con le persone intorno a me alterniamo momenti di goliardia, nel tentativo di sdrammatizzare, a momenti di estremo nervosismo.
Arrivato, finalmente, il momento di tornare a casa, cosa succede?
Succede che per strada mi imbatto in persone che fanno jogging, ciclisti della domenica per cui adesso vale anche un mercoledì pomeriggio, tenere coppiette che passeggiano mano nella mano portando a spasso il cane e io sono lì che trattengo con difficoltà l’istinto di abbassare il finestrino per urlargli cose indicibili perché sì, tu che puoi stare a casa, DEVI stare a casa, e se lo facessi anche senza lamentarti troppo del fatto che ti annoi sarebbe apprezzato.

Vivere nel mondo in questo momento vuol dire avere quotidianamente a che fare con persone che, seppur indirettamente, questo virus l’hanno visto in faccia.
E fa davvero paura, glielo puoi leggere negli occhi.
E in quei momenti rispunta la parte di me ipocondriaca (e anche un po’ egoista diciamolo) che ascolta e intanto pensa “e se domani toccasse a me?”.

Vivere nel mondo in questo momento però vuol dire anche sentirsi un po’ meno soli.
Nel paese dove vige il “mal comune, mezzo gaudio” ci facciamo forza.

Ma quando la sera torno da sola nella casetta di cui vado tanto fiera il vuoto si sente.
Un padre che, nonostante la vicinanza, decido di non vedere per cercare di proteggerlo. Un padre che capisce la mia scelta ma ogni tanto ci prova “sicura che hai da mangiare a casa? No perché io sto cucinando”. Un colpo al cuore.
Un ragazzo da cui mi separano 30km, che improvvisamente diventano 3000, e allora affronto l’odio che provo per le videochiamate perché almeno posso vederlo.
Un’amica con cui parlo, parlo, parlo, ma con cui vorrei poter parlare comodamente sedute nella stessa stanza davanti a del vino rosso, tanto vino rosso per essere precisi.

Se c’è una cosa che sappiamo è che tutto passa, non possiamo sapere quando, ma passa.
Ma eventi come questi non si limitano a passare da soli, come sono arrivati se ne vanno. Vi piacerebbe.
Noi abbiamo dei doveri, come cittadini, e come esseri umani prima di tutto.
Cerchiamo di non dimenticarlo.

Quando tutto questo sarà finito ci saranno un sacco di cose che potrò rifare.
E saranno improvvisamente belle come non mai, anche quelle più scontate.

Quindi è a questo che penso tutte le mattine quando mi alzo, penso che tutto questo finirà e potrò, finalmente, singhiozzare con estrema dignità mangiando sushi in un ristorante giapponese.

Storia di una (ex?) partita iva in lockdown

elena e il lockdown

La mia clausura procede in modo (ovviamente) rigoroso, quindi, nonostante il cielo azzurro e il sole caldo, non esco di casa da domenica 8 marzo, giorno in cui è stato annunciato il lockdown.

Mi manca l’aria.

Il mio appartamento sembra alternativamente molto piccolo, quando comincio a camminare in circolo stando al telefono, o molto grande, quando devo strapparmi dal letto e arrivare faticosamente alla scrivania.
Il fatto di non avere balconi non aiuta.

All’inizio non credevo che avrei avuto grandi problemi con il lavoro, in fondo sono 4 anni che ho l’ufficio a casa. O la casa è il mio ufficio. Anyway.
Computer, connessione internet, telefono cellulare, tazza di the verde. Ready, go.
Poi i primi intoppi.
I clienti che rimandano le call a data da destinarsi.
Quelli che si negano al telefono.
Che chiedono di rivedere le clausole di pagamento.
Che non rinnovano gli accordi.
Che chiudono i contratti da un giorno all’altro.
Un cliente non ha rinnovato il contratto perché “sa già che le cose andranno male tra qualche mese” e “deve prepararsi”. Al momento sta registrando +30% di ordini. Mah.
La paura sta paralizzando persone e imprese, siamo tutti in attesa che succeda qualcosa. Quasi non importa che l’evento sia positivo o negativo. Basta che tutto questo passi. Come uno tsunami. Per capire cos’è rimasto in piedi.

Come sto vivendo questo lockdown? In bilico tra l’ansia e la resilienza. Tra il divano e la scrivania. Tra un bicchiere di rosso e una tazza di the verde.

Sollecito fatture (con scarsi risultati) e cerco strade alternative. Mi adatto.
Cerco di capire se la mia attività potrà sopravvivere a tutto questo e, nel frattempo, mando curricula (non si sa mai, magari rientrare in azienda è la soluzione B). Per questo, quando sento lamentarsi qualche dipendente a casa in congedo retribuito perché “si annoia” o “vorrebbe andare in palestra”, mi viene voglia di oliare una carabina.

Oggi è la festa del papà e per me questo giorno ha sempre avuto un significato molto particolare. Un giorno per ringraziare. Di tutto quanto.
Non abbiamo potuto festeggiare insieme, ma sono riuscita a dargli il suo regalo, nonostante il lockdown.
L’avevo appeso fuori dalla casella della posta (era una sorpresa) ma ha insistito per farmi arrivare fino alla macchina, mentre tornava a casa dal lavoro.

“Volevo vederti” mi ha detto.

In due parole, tutta la preoccupazione di un papà per sua figlia. Che non gli racconta la sua ansia, ma che non riesce ad ingannarlo.

Vederlo per due minuti, sorpreso per il regalo e sollevato perché sorrido e lo prendo in giro, come sempre, è stato il mio regalo per me.

Ora vi saluto, perché il governo italiano ha generosamente concesso un’indennità alle partite IVA e devo correre ad accaparrarmeli. Sono una tantum. Anzi mensili. Anzi una tantum ripetibile. Però solo a chi arriva primo. Forse.

Bicchiere di rosso in mano e si corre.

 

 

(N.d.R. L’articolo è stato scritto il 19/03/2020)

Il burlesque? La mia boccata di aria fresca

Quando mi chiedono cosa sia per me il burlesque, non ci metto tanto a rispondere:

La mia boccata di aria fresca da cui prendere energia per portarla nel quotidiano”.

Mai come quest’anno ne sono così convinta!

Se ripenso all’anno scorso infatti potrei dirvi di aver vissuto una “crisi mistica”, dovuta al mio ingresso nel mondo del lavoro e più in generale in quello degli adulti, ma sono convinta di non essere l’unica e che ci sia qualcun altro tra chi legge ad aver passato la stessa situazione.
Sì perché finché sei una studentessa universitaria, seppur seria e dedita al dovere, la vita trascorre tra qualche crisi di “Oh mio dio non passerò mai questo esame” e “Va beh dai raga andiamo a farci uno spritz che passa la paura”.
Ma quando vieni  catapultata in quella specie di imbuto dove improvvisamente devi assumerti ogni responsabilità di sorta, dove devi essere sempre performante e dove devi rispondere a chi ti impone degli obblighi, non è proprio così semplice; se poi si aggiunge la confusione mentale legata al tuo futuro e la volontà quasi maniacale di voler essere sempre perfetta nel tuo lavoro, è facile intuire che tutte le mie energie erano concentrate per potermi migliorare professionalmente.

Inutile dire che per me il burlesque non era più una priorità insieme a Le Fanfarlo.

Mi sentivo annoiata, demotivata e in alcuni casi perfino infastidita da quella che reputavo essere in quel momento una “perdita di tempo” che non mi permetteva di raggiungere gli obbiettivi professionali che mi ero prefissata; ma cosi facendo, ho capito dopo, mi stavo alienando, senza pensare anche al mio benessere personale.
E si sa, se non si sta prima bene con se stesse è difficile trovare le motivazioni e le energie giuste per poter arrivare dove si vuole. Soprattutto per una persona che di professione si dedica agli altri, credo che questo sia una dogma fondamentale da tenere ben a mente.

Ho passato un lungo periodo di totale apatia ed indecisione sul da farsi, un inno al “vorrei ma non posso”, finché a Settembre dell’anno scorso sono anche arrivata alla decisione di voler abbandonare il burlesque e Le Fanfarlo.
Per fortuna sono state proprio le mie compagne d’avventura che mi hanno frenata dal farlo, prendendomi per mano e aiutandomi a “rifiorire. Per questo non le ringrazierò mai abbastanza.
In quel momento così difficile per me, mi hanno dimostrato che la solidarietà femminile esiste davvero e, quando la si prova sulla propria pelle, è un’esperienza bellissima.

Sì perché al contrario di quello che si pensa, e che spesso purtroppo accade, noi donne sappiamo sostenerci a vicenda con una forza tale che saremmo in grado di sconfiggere la peggiore delle bufere.
Averlo provato sulla mia pelle mi ha fatto sentire più forte e più fiduciosa in me stessa, perché c’era qualcuno che realmente credeva in me, senza aspettative, semplicemente perché ero io.

 

Da lì è stato tutto un susseguirsi di situazioni e ragionamenti personali, che mi hanno fatto riscoprire la bellezza di infilare reggicalze e tacchi una sera a settimana ed essere quella “Gigi Chic” spensierata e allegra, ma allo stesso tempo consapevole di sé, che devo cercare di far vivere anche nella vita di tutti i giorni. Un po’ come quando mi tolgo il reggiseno sul palco e shakero orgogliosa i miei bellissimi pasties rigorosamente fatti a mano. 😛

Adesso penso di poter finalmente affermare di aver ritrovato la motivazione, la voglia di fare e l’entusiasmo che mi hanno caratterizzata il primo anno di burlesque e che mi hanno fatta conoscere al pubblico come quella che “si mangia il palco” (io non me ne rendo conto tuttora, tra l’altro!).

Eh si perché ballare e divertirmi sul palco è per me qualcosa di naturale, che faccio in primis per me stessa e poi per gli altri che, se apprezzano, tanto meglio!

Insomma, in questo periodo specifico della mia vita, dove gli impegni e i ruoli da ricoprire sono tanti e dove nulla è ancora  al suo posto, questo mercoledì sera diventa un momento di totale ossigenazione e libertà.


E, ora che sto recuperando “pezzi di me” che avevo dimenticato per strada, mi sento di ringraziare le mie nuove compagne di corso che, con la loro dolcezza ed empatia, mi hanno accolta tra loro. Si perché non è stato semplice dover abbandonare il gruppo delle mie “Dive”, che per 2 anni è stata la mia seconda famiglia, ma che rimarrà per sempre nel mio cuore. 

Last but not least, un grande grazie va alla super teacher che ha saputo capire e rispettare i miei tempi biblici ma che allo stesso tempo mi ha dato quella scossa che mi ci voleva per smuovermi dall’empasse in cui mi trovavo.
Anche se la prima reazione che ho avuto davanti alla sua “scossa” è stata simile a quella di un gatto a cui hanno pestato la coda, ho capito che a volte serve qualcuno che ti scuota, anche energicamente, per farti tornare in te.
E adesso sono di nuovo io, carica, energica e felice.
Bentornata a me, bentornata Gigì Chic!

 

Sono una programmatrice informatica e ne sono fiera

Una delle cose che amo di più della mia vita è il mio lavoro.

Sono una programmatrice informatica e ne sono fiera.

Diventarlo non è stata inizialmente una scelta, ma un percorso iniziato tanti anni fa, che mi ha conquistata facendomi pian piano innamorare.

Quando ero alle superiori mostravo una buona attitudine al problem solving e in generale alle discipline scientifiche.
Un giorno il mio prof di matematica decise di svolgere qualche lezione di base della programmazione e algoritmi. Al successivo compito in classe presentò l’esercizio facoltativo di informatica.
Ovviamente per me, che sono la persona più pigra del mondo, facoltativo equivaleva ad inutile nella valutazione finale. Quindi non lessi neanche il testo, svolsi il compito e tentai di consegnarlo con largo anticipo. Wow, potevo finalmente cazzeggiare!!!

Il prof, che non finirò mai di ringraziare, rifiutò il mio compito, e con fare paterno iniziò a rimproverarmi “Non posso accettare che proprio tu consegni questo compito senza aver nemmeno provato a svolgere l’esercizio. Sei l’unica in questa classe in grado di terminarlo senza errori. Quindi vai a posto e non ti alzi finché non avrai finito l’intero compito.”

Inutile dire che mi fece piangere, ma tornai a posto e svolsi correttamente l’esercizio. Provai così tanta soddisfazione nel trovare la soluzione corretta, che iniziai a studiare informatica nel tempo libero, anche a casa, con grande stupore dei miei genitori che mi avevano sempre visto svogliata e senza voglia di studiare. Pian piano questa passione iniziò a diventare la mia professione. 

Purtroppo, come per tutti i grandi amori, quest’anno è arrivata la crisi.

Avevo messo in conto che, cambiando datore di lavoro, prima di essere accettata e stimata come programmatrice informatica in un mondo maschile, avrei dovuto fare un po’ di gavetta. Sapevo infatti che per una donna è ancora più difficile in quanto quello del programmatore, per alcune menti becere e antiquate, fortunatamente in estinzione, è tuttora considerato un lavoro prettamente maschile.

Nonostante queste premesse, mi aspettavo che, dopo aver passato più di un anno impegnandomi al massimo delle mie possibilità a migliorare un prodotto pessimo, sarebbe arrivata una gratifica. Gratifica che non solo mi è stata negata ma, al contrario, sono stata assegnata ad un progetto che definire disastroso è un complimento (la leggenda narra che chi capita in tal progetto dopo un mese viene licenziato, o si licenzia per la disperazione).

Non esisteva un team e l’unico collega con cui mi interfacciavo non mi rivolgeva nemmeno la parola. Ricordo un giorno in cui, con me a fianco, disse al P.M. “Devi dire a quella la (rivolgendosi a me) che deve fare ..bla bla bla… e che se non ci riesce si fa aiutare da uno competente.”

Sono stati i 4 mesi più brutti della mia vita, tutte le sere a casa piangevo e mi disperavo, mettevo in dubbio tutte le mie capacità, mi sentivo sola e non capita. Tutte le mie insicurezze venivano a galla e influenzavano anche la mia vita extralavorativa. Ho smesso di uscire, di cercare gli amici, non stavo più bene con me stessa, mi sentivo una perdente.
Più passavano i giorni, più mi incattivivo, e più sprofondavo in questo labirinto di paranoie, dove non riuscivo ad  intravedere una via di fuga. L’orgoglio mi impediva di chiedere aiuto. Mi confidavo solo con la mia famiglia, le uniche persone che ritenevo in grado di capirmi.

Poi circa 2 mesi fa è scattata una cosa strana, per non dire bizzarra, nella mia testolina.

Come ogni giorno, prima di rientrare a casa, svuoto la cassetta delle lettere, contenente solo depliant pubblicitari. Quindi mi preparo per andare in palestra, scendo giù e mi accorgo che la cassetta delle lettere è di nuovo piena.
Mi guardo intorno e mi rendo conto che il vicino, pur di non buttare la sua spazzatura, l’ha imbucata nell’unica cassetta libera, la mia.
D’istinto prendo tutto e lo rimetto nel portalettere del vicino.

Al rientro dalla palestra, stessa identica situazione: la cassetta mia piena, quella del vicino vuota. Di nuovo prendo tutto e lo rimetto in quello che secondo me era il suo posto: la cassetta del vicino.

Rientrata a casa, telefono a mia sorella per lamentarmi della maleducazione del vicino. Lei ride e mi dice ” Vivi, ti rendi conto che ti stai comportando come una bambina?!?”.
In quel momento ho realizzato quello che stavo provando da mesi.
La verità è che mi sentivo una perdente e avevo bisogno di dimostrare a me stessa che potevo ancora vincere.
Lo so che è stupido, ma se mi sono sempre comportata correttamente, e se ho dato sempre il massimo, perché non mi veniva riconosciuta una gratifica, perché la gente se ne approfittava? Volevo almeno questa vittoria, NE AVEVO BISOGNO!”

Dopo quasi 2 anni di battaglie perse e umiliazioni, la soddisfazione ricevuta nell’apprendere che il “vicino di cassetta” si era arreso, ha riacceso in me la voglia di lottare e di conquistare quello che mi spettava di diritto.

Il mio atteggiamento è tornato ad essere sicuro e fiero.

Due giorni dopo ho riconquistato il mio nome, smettendo di essere “quella là”.
Col collega è iniziato pure un rapporto di reciproca stima e collaborazione.

La settimana successiva ho ricevuto i complimenti dalla direzione e dal cliente per il lavoro svolto correttamente: “Ci voleva una donna per far funzionare un prodotto difficile”.

Il mese successivo, l’azienda ha deciso di accettare le mie richieste di cambio progetto, cliente e tecnologie.

Pian piano ho ripreso in mano le redini della mia vita.

Adesso tutto mi sembra un lontano ricordo. Sono di nuovo felice e carica. La crisi è passata e amo ancor di più il mio lavoro: essere una programmatrice informatica mi rende felice e orgogliosa.

Mentre scrivo continuo a ridere pensando che tutto ciò è stato possibile grazie alla maleducazione del mio vicino, che ringrazio con tutto il cuore.

Fare ricerca: la probabilità dello 0,001% è il motore

Alla gente che mi chiede che lavoro faccio rispondo: “Sono una biologa molecolare”.

Dopo il primo “Wow” iniziale la stessa gente, quasi sempre, mi chiede se posso dare un occhio alle sue analisi, in che ospedale lavoro, che farmaco possono prendere se hanno dolore qui o là oppure se hanno questa o quella problematica o se posso dare dritte sulla dieta.

Ora vorrei chiarire una cosa: una biologa non è un’analista, non è un medico e non è una nutrizionista.
Una biologa è una biologa.

Ho deciso di essere una biologa al primo anno delle superiori  quando, durante una lezione di biologia nel mio istituto perito tecnico commerciale (volgarmente detto ragioneria), la professoressa mi ha interrogata.
L’argomento era alquanto “difficile” per quell’età ma soprattutto per una ragazzina. La mia interrogazione verteva sulla spiegazione del funzionamento dell’apparato genitale maschile. A fine interrogazione la professoressa si è complimentata per il mio sangue freddo e la mia lucidità nello spiegare un argomento così imbarazzante. Mi sono resa conto in quel momento che adoravo l’idea di saperne di più. Di capire a fondo cosa ci fosse alla base di tutto quello che conoscevo.
Il mio destino era deciso: sarei diventata una biologa.

Mi sono iscritta a Scienze Biologiche per poi continuare specializzandomi in Biologia Molecolare.
I primi anni di università sono stati durissimi. Non avendo fatto il liceo non avevo le basi per poter studiare la materia scelta.
La mia forza di volontà mi ha fatto andare avanti. Mi sono laureata. E successivamente ho fatto il dottorato.
Sono sempre rimasta nell’ambito delle neuroscienze, perché secondo me non c’è niente di più affascinate del capire come funziona il cervello umano.

Logicamente non è tutto oro ciò che luccica. Fare ricerca è il lavoro più bello che io conosca ma è davvero difficile farla bene. Tendenzialmente quello che spinge i ricercatori a non mollare è la consapevolezza che c’è sempre qualcosa che vale la pena studiare.
La probabilità di trovare la cura miracolosa, la molecola speciale, il meccanismo perfetto è lo 0,001%, ma al ricercatore medio basta.

Non importa se il contratto non è dei migliori, se non si hanno ferie, malattie e permessi, se si deve andare di sabato o di domenica a lavoro, perché quello che ti smuove dentro la ricerca non ha paragoni.

(Piccola parentesi: è un peccato sapere che la gente è costretta ad andare via per avere la possibilità di fare carriera nell’ambito della ricerca, ma purtroppo non c’è supporto da parte dello stato).

Personalmente non sono mai rimasta senza lavoro, ma le mie prospettiva di lavoro variano sempre di 6 mesi in 6 mesi, al massimo, quando il gruppo è un gruppo forte, un anno.

In questo momento della mia vita in cui non ho ancora una famiglia  mi va bene, ma poi chissà se “passerò al lato oscuro”, ovvero se mi vedrò costretta ad andare a lavorare per qualche azienda farmaceutica.

Però per adesso ho una certezza: mi tengo stretta il mio bancone, le mie pipette continuo a pensare che la probabilità dello 0,001% di fare la scoperta del secolo in fondo non è così bassa.

Maternità e lavoro: si può fare (senza superpoteri)!

maternità e lavoro

Sono una donna e ho deciso che, nella mia vita, voglio avere una famiglia.

Entrata nel mio 30° anno di età, sento il desiderio di maternità sempre più forte: lo sento come MIO desiderio di donna, di vita, bussa forte e mi dice “dai che sei pronta!” e lo avverto anche e soprattutto grazie al fatto che ho accanto la persona che desidero condivida il mio patrimonio genetico con la mia futura figlia (perché dev’essere femmina, ovviamente).

Questa mia scelta può essere o meno condivisibile, può essere o meno la normalità, fatto sta che è e resta una MIA decisione.

Ci sono donne che non sentono la maternità come parte del loro essere, non sentono il bisogno di mettere al mondo una creatura e ritengo anche questa una libera scelta personale di vita: non è un problema, non è anormalità.

Così come credo che quelle che decidono di far figli non siano più donne delle precedenti:  diventare madre non significa essere più donna.

Mi capita di sentire parlare donne che hanno anteposto la propria carriera alla famiglia e, al contrario, molte altre che hanno abbandonato il proprio lavoro per dedicarsi anima e corpo a quest’ultima; ma la maggior parte delle mamme riescono a dividersi tra i due ruoli senza per questo togliere troppo né ad uno né all’altro.

Insomma, delle Wonder Woman che tra 4/8 ore di lavoro, i compiti, il calcetto, le lavatrici e le cene riescono a portare avanti la propria vita.

Ritengo che ognuna di queste scelte abbia comportato del tempo, delle riflessioni e considerazioni anche e soprattutto economiche.

Le donne che si dedicano al lavoro con dei figli a casa, lo fanno spesso perché non possono permettersi di non ricevere uno stipendio a fine mese, ma lo fanno anche per non perdere la propria integrità, la propria indipendenza ed il proprio IO.

Le donne che si dedicano alla casa e ai figli non lo fanno tutte perché “possono permetterselo” ma ci sono casi in cui rinunciare il lavoro significa risparmiare (lo stipendio a volte non copre le spese di viaggio e baby sitter) oppure perché semplicemente un lavoro non c’è.

Qualsiasi sia la tua situazione, se sei o non sei dentro a questa serie di classificazioni, non puoi rimanere indifferente alle affermazioni contenute in un articolo scritto dal “signor” Feltri Vittorio, niente popò di meno che il direttore della testata Libero, che sul suo giornale scrive il 21 Gennaio le sue considerazioni in merito ai compensi delle donne-madri.

In qualità di DONNA, indipendentemente o meno dal mio desiderio di maternità, mi sento profondamente offesa e schifata da quanto pubblicato.

Riporto alcuni punti interessanti per chi non avesse la voglia di leggersi l’articolo (non vi biasimo!):

Purtroppo però succede che le ragazze, a un certo punto della vita, si sposino e mettano al mondo dei figli, pertanto rimangano a casa in maternità.

…è assurdo asserire che le signore guadagnino di meno, semmai lavorano di meno ed è normale  che abbiano una busta paga più magra.

Non esiste soluzione per una parificazione degli emolumenti (…) La natura non è democratica, lo vogliamo capire oppure no?

Le donne che pretendono di avere lo stesso stipendio degli uomini hanno una sola via d’uscita: evitino di sposarsi e di diventare madri ad ogni costo (…)

E con questo mi fermo, perché credo sia sufficiente a far girare lo stomaco (e sono educata) ad ogni donna e, mi auguro, a diversi uomini.

Riporto anche un simpatico commento letto sotto l’articolo in questione:

Feltri, vuole far adirare le femministe? Non sa che sono molto allergiche al buon senso?

Non mi ritengo una “veterofemminista integralista” e di allergie ne ho tante: in particolare quella alla STUPIDITA’ umana.

Quindi, cari i miei “feltri”: se avete un cervello, e non lo utilizzate, se avete delle dita, e le usate malamente, se avete studiato, praticato sport, sfoggiato abiti e accessori, se RESPIRATE non è solo grazie al singolo spermatozoo che ha (purtroppo) vinto una gara, ma perché c’è stata una DONNA che vi ha portati in grembo per 9 mesi, che vi ha cresciuto e ha fatto una serie di sacrifici di cui non potete immaginare la grandezza.

Grandezza probabilmente paragonabile alla vastità del CAXXO che ce ne frega delle vostre ridicole considerazioni.