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This is me: i DMA e la gioia della diversità

Voltaire diceva che la scrittura è la pittura della voce, e visto che ho i colori perfetti, oggi diventerò pittrice di un’esperienza che per me è stata fantastica.

23 maggio 2018, 3 semplici paroline: Diversity Media Awards.
Si tratta di un riconoscimento assegnato da 3 anni a questa parte a attori, giornalisti, cantanti, riviste, serie televisive, programmi radio che hanno contribuito ad eliminare discriminazioni di genere, orientamento sessuale, etnia, religione e disabilità, promuovendo la diversità come valore.

Sono passati ormai due mesi ma se ci penso sento ancora tutte le emozioni che ho provato durante quel giorno, quando noi Fanfarlo abbiamo calcato quel palco nello show che apriva la serata.

Il primo ostacolo da superare era quello dei costumi: volevamo che fossero eccessivi, colorati, grandi, piumosi. Insomma, non volevamo passare inosservate ;).
Fortunatamente la nostra teacher Lisa ha sempre una soluzione e così la fantastica costumista Flavia Cavalcanti ci ha fornito costumi da mille e una notte.
Il secondo ostacolo: il make up. Perché diciamocelo, si può avere il miglior vestito del mondo ma se le occhiaie ci fanno sembrare la controfigura di Kung fu Panda, allora c’è bisogno di un profondo restauro.
Anche in questo caso Lisa, che sospetto abbia conoscenze nei posti più remoti del mondo (no, per il fidanzato vi dovete mettere in fila, ancora non ha attivato la funzione “trova fidanzato per le Fanfarlo”), ci ha fatto conoscere Giulia Marzo, una fantastica make up artist che a suon di pennellate di correttore e glitter colorati ha realizzato un trucco da fare invidia alle dive di Hollywood.

La prima volta che mi sono vista allo specchio, pronta per la serata, sono rimasta letteralmente a bocca aperta.
Il costume mostrava tutti i miei difetti, senza celarli neanche un po’, eppure non mi importava perché così diversamente alta e diversamente magra mi sentivo bella.
Mi sentivo anche più alta, dato che il copricapo mi faceva guadagnare “qualche centimetro”, cosa che per una nana come me, che guarda sempre il mondo dal basso all’alto, non guasta mai.

Tra ciglia finte e piume svolazzanti ci siamo supportate e sopportate a vicenda, e vi assicuro che è stata un’impresa impegnativa, quasi quanto un’ora di breathe kombat (provare per credere 😉).

L’ansia è arrivata puntuale come un pacco di Amazon e ognuna di noi l’ha gestita come meglio credeva.
Io alternavo momenti di estrema pazzia sottolineati da frasi tipo: “Ohmmioddio c’è Salvatore Esposito” ,“Ma chi me l’ha fatto fare?”, “E se cado?” “Da domani dieta” ,“Ma non potevo andare a fare crossfit?” ,“Ci voleva del vino”, a momenti di etereo silenzio, il tutto condito da una sensazione di gioia mista a paura di combinarne una delle mie, cosa molto probabile se sei me.

Senza rendercene conto ci siamo ritrovate dietro al palco in attesa dell’inizio del nostro show di apertura.
Questo momento è sempre strano per me: il silenzio regna sovrano, le mani sudano, i minuti che ci separano dall’esibizione sembrano non passare mai e nella mente scorre velocemente la coreografia.

Al tempo stesso però lo spirito di squadra è protagonista, ci si supporta a vicenda con sguardi che racchiudono parole di incoraggiamento, si ha solo voglia di salire sul palco e far vedere quello per cui siamo qui.
Ed è proprio in questo momento che l’ansia si fa da parte per dare spazio a un’energia scoppiettante.

Dal palco riuscivo a vedere dei volti sparsi qua e là nel pubblico contornati da una luce forte, la canzone “This is me”, travolgente ed emozionante, inondava il teatro.
Al mio fianco Lisa, colei che mi ha insegnato a spogliarmi delle mie insicurezze, e le mie compagne di questa avventura, tutte pervase di una bellezza immensa, luminosa e diversa che le rendeva semplicemente uniche.

Mentre ero tra il pubblico, nella mia mente scorrevano le parole che noi Fanfarlo abbiamo fatto nostre: “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura. Crediamo nella bellezza femminile che è multiforme e variegata, condanniamo il body shaming in ogni sua forma in quanto nemico giurato della vera bellezza: la nostra, quella di milioni di donne diverse, ognuna con il suo singolare splendore”.

Ho capito che se fossimo tutte uguali il mondo sarebbe di una noia mortale, mentre in tutto questo mare di diversità avremo sempre modo di trovare conforto, dialogo, confronto, e di scovare emozioni che magari ci sono state celate.


E in quel momento, vestita di piume e di lustrini, con tutti gli occhi del pubblico addosso, sono riuscita a farmi vedere per come sono, con tutti i miei pregi e i miei difetti, senza vergognarmene.

Perché “questa sono io”, ed è l’unica cosa che conta.

Volevo salire su quel palco. E l’ho fatto.

Con sincera (ed ingenua) convinzione avevo sempre ripetuto, fin dal principio, a tutti quanti  “No io il saggio non lo faccio!

Perché io, VERAMENTE, il saggio di quello scandaloso corso di Burlesque, non avevo intenzione di farlo! 

Cioè, insomma, io sono io! 

Così imperfetta, decisamente sovrappeso, cellulitosa, poco sexy e decisamente timida: no, non avevo nessuna intenzione di mettermi volontariamente in imbarazzo

Ed ero sinceramente convinta di non essere abbastanza, di rendermi ridicola salendo su quel palco. 
Non volevo mettermi il gioco: lo scopo per cui avevo iniziato questo corso non era certamente quello di far ridere la gente di me. 

Certo, ormai non avevo più alcun timore a farmi vedere senza vestiti davanti alle mie compagne. Eravamo diventate un quartetto così affiatato, si era creata una gran complicità, un tale affetto e amicizia che non esistevano né pudore né vergogna.

Ma davanti ad un pubblico di estranei?! Anche NO! 

Poi a un certo punto qualcosa è cambiato. Ed è cominciato un dialogo interiore a tratti drammatico, a tratti spassoso. Tra me e me, tra me e il mio fidanzato.

“Eh si ci sto pensando” dicevo.

Ma smettila di mentire a te stessa! L’ha capito anche lui che questo saggio ormai ti sei decisa a farlo! 

Nella mia testa, mentre lui iniziava ad infastidirsi, risuonavano queste parole: 

Se solo tu riuscissi a capire quanto mi fa stare bene! Non c’è niente di male in fondo, non vado ad esibirmi in uno strip club! Mi sento IO, mi sento DONNA, mi sento FIGA! Per favore, devi provare a capirmi…”

Dalla bocca però non mi uscivano queste parole. Provavo a giustificarmi, provavo a calmare la sua gelosia crescente, ma mi rendevo conto che era una dura lotta.
Lui è sempre stato tanto geloso sin dagli inizi del nostro rapporto. Che qualcuno potesse guardare me, la SUA donna, in reggicalze su un palco, lo mandava (e lo manda) fuori di testa. 

Io lo capisco, non lo biasimo, lo comprendo perfettamente perché è una situazione di sicuro delicata, al di fuori di ogni pensiero di gelosia che abbia mai avuto in questi anni insieme.

Ma per una volta, da quando ne ho memoria, ero decisa e volevo andare fino in fondo a questa cosa: contro tutto e contro tutti. 

Anche contro me stessa. 

Litigheremo sicuramente, non sarà mai contento di questa mia decisione e di questo percorso ma mi rispetta a tal punto da non impedirmelo.

E io volevo andare fino in fondo, AD OGNI COSTO. 

Volevo salire su quel palco

Il saggio lo volevo fare e l’ho fatto.

E lo farò ancora. 

SugarShy Killah: come nasce un nome d’arte

Nella vita di ogni burlesque performer arriva il momento in cui devi affrontare te stessa, capire chi sei e cosa vuoi nella tua vita da burlesque performer: arriva il momento in cui devi trovarti il tuo nome d’arte.

C’è chi il nome ce l’ha dalla nascita, a chi viene affibbiato dagli amici, dalle colleghe o dall’insegnante e chi, come me, ha dovuto trovarselo.

La ricerca dello stage name è stato un vero e proprio parto, compreso di gravidanza, visto il tempo che ci ho messo a trovarlo.

Per ognuna ha un significato e un peso diverso: nel tuo nome d’arte ci sono dentro le tue passioni, i tuoi interessi, chi sei e chi vuoi essere, o semplicemente suona bene.

Per il mio background il Nome d’arte è una cosa molto importante: ti rappresenta, è il tuo biglietto da visita e soprattutto deve essere tuo e basta.

La mia ricerca è partita nella maniera più stupida e divertente possibile, ovvero tramite siti di Name Generator.
Sono partita da quelli dedicati al burlesque che mi hanno proposto nomi come “Frau Mercury”, che ho adorato da subito ma, conoscendomi, mi sarei ritrovata sul palco con dei fantastici baffi.
Il secondo sito mi ha suggerito “Oregon Orchid” che suonava bene, ma non c’entra niente con me.
Ho deciso quindi di affidarmi ad un generatore di nomi stile “My Little Pony”. Da subito mi è sembrato molto più “professionale” di altri siti, visto che crea il nome d’arte a partire dal nome e dal cognome.
E’ risultato che il mio nome da Pony è “Lollipop Glory”. Mi sono ritrovata a ridere come un tredicenne che vede doppi sensi ovunque, quindi ho bocciato anche questo nome e ho cercato di capire come funzionano i nomi delle burlesquer più famose.

Tributi a dive, nomi di fiori, case automobilistiche, nomi di alcolici, colori, dolcetti, animaletti, città… Ho cercato di trarre ispirazione da qualsiasi cosa.

Sono partita dalla lingua delle parole che formano il nome: in genere inglese, ma non di rado anche francese, rarissimamente tedesco, spagnolo e italiano. Decido per l’inglese, “così sarà comprensibile quasi da tutti e non dovrò stare a spiegarlo”. Poi le cose sono andate come sono andate…

Scelta la lingua dovevo capire cosa metterci dentro.
Mi sono fatta un bello schemino con me al centro e attorno cosa mi piace e cosa mi rappresenta: vedo pezzi di me scritti viola su bianco e non so come venirne fuori. Torno ai generatori, ma ancora niente.

Poi, non so perché e percome, una mattina mi sono svegliata con in testa queste due parole: “Sugar” e “Shy”.
Suonano bene, mi piacciono, un po’ mi fa venire in mente un vecchietto in canotta e salopette che, con il suo banjo, suona un blues che racconta la sua storia da giovane: era un grande boxer, me lo vedo su una sedia a dondolo sul portico della sua casa nel bayou.
Poi è un ottimo nome per un pony, quindi si! Mi piace, è mio, manca ancora qualcosa ma mi piace!

Lo sottopongo a un po’ di persone e nein, non piace e non convince.
Ma a me si, e di brutto, ma continua a mancare qualcosa.
Questo nome d’arte mi rappresenta ma manca un pezzettino, manca un lato di me, quello che occasionalmente morde, quello con il quale mi piace giocare sul palco, quello che talvolta mi fa sentire sprezzante e malvagia, qualcosa di cattivo e che affascini… ”un serial killer!”

Inizio a farmi una lista mentale dei serial killer, chi hanno ucciso e come e no, non me la sento di prendermi il nome di nessuno.
Sono ancora bloccata ma l’idea del killer mi piace, ma SugarShy Killer, Meurtrière o Mörderin non suona bene.
Riprendo il foglietto dove ci sono io, le mie passioni e le mie cose vedo quella parola che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita HipHop e da lì è stato un attimo arrivare al “Killah”.
SugarShy Killah, sono io!
Mi piace e mi rappresenta.

Nel mondo del Burlesque mi trovo bene anche perché “Il Burlesque non ha canoni estetici, né limiti di età, forme, misure, cultura”.
E, cosa che mi fa sentire libera di essere come voglio, nemmeno di stile.

Empowerment: una parola, tante storie

[:it]Empowerment e burlesque[:]

La parola “empowerment” nei miei studi di quasi pedagogista, ha sempre significato dedicarsi all’altro per poterlo aiutare a scoprirsi e a capire quanto vale, quindi ad emanciparsi.
Sono sempre stata una ragazza attenta al benessere altrui, tanto da scegliere di fare di questa mia predisposizione la mia professione.

Ma chi si sarebbe occupato di me quando ne avrei avuto bisogno?

Questa domanda non me la ero mai posta fino a qualche tempo fa, quando ho deciso di intraprendere un percorso di conoscenza di me stessa che, fortunatamente, sta durando tutt’ora.
Fino a Settembre dell’anno scorso infatti, se mi aveste conosciuta, avreste avuto l’impressione di aver davanti una persona completamente insicura di sé. Ovviamente la situazione è andata migliorando ma non è del tutto risolta: resto sempre quella che prima di un esame si fa mille paranoie e che ha paura di parlare chiaramente per non ferire l’altro, ma ci sto lavorando.
Cos’è cambiato da Settembre 2016 ad oggi? Tante cose, ma sicuramente quelle che hanno influito di più sulla mia “rinascita”, sono state un percorso interiore e l’incontro del magico mondo del Burlesque.

Sì avete capito bene, il Burlesque, “l’arte che ruba da tutte le arti”, scoperto per caso e amato fin da subito.
Non nego che le lezioni iniziali mi abbiano messo a dura prova per la vergogna che avevo di mostrarmi agli altri, ma con l’aiuto della mia fantastica insegnante e l’appoggio di quelle pazze delle mie compagne di avventura, la situazione è andata migliorando, fino a una “degenerazione” senza dubbio positiva!
In mezzo a paillettes, boa di struzzo, tacchi, vestitini e pasties, ho scoperto una nuova me, più femminile, più frivola ma anche più sicura del suo corpo, corpo che ho iniziato ad apprezzare nonostante qualche chiletto in più.

Poi, alla fine di questo percorso, c’è stato l’appuntamento con il saggio: il timore di mostrarsi in pubblico, l’ansia di sbagliare, ma allo stesso tempo l’eccitazione, sono state il mix perfetto per buttarmi sul palco e fare spettacolo.
Quella sera avevo il cuore a mille, ma più ballavo, più mi sentivo me stessa e libera di esprimermi.

E’ stato in quel momento che ho capito che l’empowerment che ho sempre studiato sui libri, stava entrando a far parte della mia vita.
Da allora infatti ho iniziato a vedermi sotto un’altra prospettiva, e a percepire sicurezza in me stessa, grazie alla quale ho potuto sperimentarmi in esperienze che prima non avrei mai avuto il coraggio di affrontare, come ad esempio uno shooting fotografico. Capite? Io, il brutto anatroccolo quale credevo di essere, ho fatto addirittura un book fotografico e ho ricevuto complimenti, non mi sembra vero!

Per cui a quelli che mi dicono con facce stranite: “Ah quindi fai Burlesque, ma ti spogli?”, adesso ho il coraggio di rispondere in modo fiero “Sì, e se proprio volete saperla tutta, beh, mi diverto anche a farlo!”.[:]