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Violenza di genere: storia di un abbraccio mancato

Ogni volta che percorro quel tratto di uscita della tangenziale non posso fare a meno di pensarci: l’immagine mi si ripresenta e fuggevole se ne va, ma non con leggerezza.

Una notte di mezza estate. Tornavamo da una bella serata danzante, di quelle all’aperto, che hanno il sapore e il profumo che solo la bella stagione ti fa assaporare.
Superiamo la curva, una macchina ferma con la portiera aperta. Un macchinone, non so quale, per me sono tutte uguali.
Lei curva, spettinata, piegata su se stessa, le mani sulle orecchie mentre cerca di ripararsi dalle urla di lui che le inveisce contro.
La nostra Smart li supera, noi due ci guardiamo e non c’è bisogno di parlare.
Mio marito ferma la macchina poco più avanti e mi dice “Non scendere, vado io”.

Lui scende, io dietro, a distanza, mentre compongo il numero della polizia.
L’uomo, appena vede mio marito, alto e grosso, alza le mani con fare rassicurante e dice “Tranquillo… è tutto a posto…”.
Nel frattempo lei si è spostata sul davanti dell’auto ed è inginocchiata, io mi avvicino e mi chino, la guardo, cerco i suoi occhi, e li trovo.
Non posso descrivere cosa ho visto, è troppo vasto il vuoto e il dolore che mi hanno colpito come un schiaffo, mentre mi teneva a distanza come fa un animale ferito che non ha più fiducia nell’animo umano.
Ho cercato un contatto verbale, ho capito che non era italiana, ma poco importava.

“Vieni via con noi” le ho proposto, “ti portiamo dove vuoi”.
Era malconcia, al di là del trucco sbavato e delle lacrime.
“Non posso” mi ha risposto, con uno sguardo indecifrabile ma che avrebbe potuto avere mille significati.
“Sai”, ha proseguito, “lui, è anche un bravo uomo, un bravo padre, ha due bellissimi ragazzi, lo rovinerei”.

Prima ti sorprendi. Poi ti incazzi. Poi pensi di avere davanti una stupida.
Poi guardi lo stronzo che sta discutendo con tuo marito e, oltre a pensare a quanto sei fortunata, ti rendi conto di quanto la parola “uomo” sia sopravvalutata.
Poi provi ad immedesimarti ma è davvero molto difficile, almeno per me.
Poi capisci che qualsiasi tipo di pensiero tu possa fare è superfluo: hai davanti una donna che ha bisogno di aiuto ma non vuole farsi aiutare. E tu ti senti inutile.

La vorrei abbracciare ma ho paura e, non so perché, non lo faccio. Poi me ne pentirò.
La Polizia arriva e ci allontana, io le stringo le mani e la saluto.
Salgo in macchina, mi volto, la guardo, i nostri occhi per un po’ non si lasciano.
Verso casa piango rivolta verso il finestrino, mio marito mi accarezza la gamba.

La confusione che ti rimane dentro quando sfiori anche solo da lontano e per caso storie come questa, storie terribili di violenza di genere, storie di donne devastate dall’amore per il proprio uomo e dal disamore verso se stesse è devastante, persistente.
Non posso giudicare, non me la sento.
Le chiavi di lettura sono innumerevoli e forse non troveremmo mai quella giusta.
Ognuno di noi è libero di interpretare il comportamento di questa donna.
Io so solo che il tempo ne ha offuscato il viso e il colore dei capelli, ma non il tremore e il groppo in gola che mi prende ogni volta che faccio quell’uscita.
Tangenziale Est. Uscita 4 Mecenate.

Tutta la violenza di un bacio :*

Frequentavo il primo anno di liceo quando lo conobbi. Io ero goffa e impacciata nelle mie nuove forme, insicura dentro quel neonato corpo di donna dalle linee morbide e piene. Lui era grande, ruvido e massiccio.
Indossavo i suoi “ti amo” con gioia, come si fa con un bell’abito cucito su misura.
Quando mi diede il primo bacio, passai la notte in bianco. Vicino a lui mi sentivo calda e protetta, per la primissima volta fuori dalle rassicuranti mura domestiche.

Quando mi chiese il cellulare eravamo al parco, sdraiati sopra una coperta scozzese, durante un ozioso pomeriggio d’estate. “Prendilo” gli dissi con la naturalezza un po’ ingenua di chi non ha niente da nascondere.
Lo guardai premere i tasti febbrile, scorrere la rubrica, concentrarsi sulla cartella degli sms inviati.
Sullo schermo notai il testo dell’ultimo messaggio: “ :* ”, i due segni di punteggiatura che usiamo per baciarci tra i ripetitori anziché sulle labbra.

“Chi cazzo è Dodo?” mi chiese e io scoppiai a ridere. “Dodo è mio fratello”, risposi. “Cazzo dici. Tuo fratello si chiama Fabio”. “In famiglia lo chiamiamo Dodo, perché è lento”. “Cazzate”.
Lo schiaffo mi fece male. Era uno di quei bei manrovesci precisi, diretti con forza tra zigomo e naso. Le risate mi morirono in gola.
Non ero mai stata colpita da un uomo e improvvisamente, mi rimpicciolii.
Sentii la mia guancia gonfiarsi mentre i pensieri, la logica e il raziocinio gocciolavano via.
Quando la persona che ami ti picchia, il tuo mondo si capovolge. Si preoccupò di cancellare della rubrica tutte le voci associate ad un nome maschile, tra cui il numero di mio padre. 

Lo rividi la sera successiva. Avevo gli occhi pieni di scuse e un sacchetto di caramelle alla frutta -le sue preferite- stretto tra le mani. Lui sorrise e mi diede un buffetto sul mento, con quella benevolenza gentile che si usa coi cani ubbidienti quando ti riportano la palla.
La nostra storia finì naturalmente, così come era iniziata, dopo pochi mesi e il ricordo di lui si rattrappì in qualche angolo della mia testa. Quella sberla nel parco, invece, non è mai andata via. Sento la medesima odiosa sensazione di paurosa impotenza ogni volta che torno a casa da sola, di notte, mentre mi affretto sul marciapiede e continuo a voltarmi.

La violenza di genere, in fondo, è una questione di peso e cultura, di grammi e cazzate ancestrali.
Quando capiremo che non esiste un sesso più forte dell’altro ma soltanto due sessi anatomicamente diversi; quando smetteremo di interrogarci sulla lunghezza della nostra minigonna mentre torniamo a casa da sole col buio; quando ci renderemo conto che non siamo il sesso debole, ma piuttosto quello risoluto, che non teme le lacrime e, nonostante tutto, va avanti; quando non ci sentiremo più soltanto costole e corpi ma piuttosto menti e cervelli capaci di denunciare, ribellarci e reagire; quando capiremo che siamo un enorme esercito di tigri e cerbiatte e che nessun essere umano, nemmeno quello che giura di amarci, merita le nostre lacrime, allora e soltanto allora questa Giornata Internazionale non avrà più senso di esistere.

Nel frattempo, non arrendiamoci.