Tutta la violenza di un bacio :*

Frequentavo il primo anno di liceo quando lo conobbi. Io ero goffa e impacciata nelle mie nuove forme, insicura dentro quel neonato corpo di donna dalle linee morbide e piene. Lui era grande, ruvido e massiccio.
Indossavo i suoi “ti amo” con gioia, come si fa con un bell’abito cucito su misura.
Quando mi diede il primo bacio, passai la notte in bianco. Vicino a lui mi sentivo calda e protetta, per la primissima volta fuori dalle rassicuranti mura domestiche.

Quando mi chiese il cellulare eravamo al parco, sdraiati sopra una coperta scozzese, durante un ozioso pomeriggio d’estate. “Prendilo” gli dissi con la naturalezza un po’ ingenua di chi non ha niente da nascondere.
Lo guardai premere i tasti febbrile, scorrere la rubrica, concentrarsi sulla cartella degli sms inviati.
Sullo schermo notai il testo dell’ultimo messaggio: “ :* ”, i due segni di punteggiatura che usiamo per baciarci tra i ripetitori anziché sulle labbra.

“Chi cazzo è Dodo?” mi chiese e io scoppiai a ridere. “Dodo è mio fratello”, risposi. “Cazzo dici. Tuo fratello si chiama Fabio”. “In famiglia lo chiamiamo Dodo, perché è lento”. “Cazzate”.
Lo schiaffo mi fece male. Era uno di quei bei manrovesci precisi, diretti con forza tra zigomo e naso. Le risate mi morirono in gola.
Non ero mai stata colpita da un uomo e improvvisamente, mi rimpicciolii.
Sentii la mia guancia gonfiarsi mentre i pensieri, la logica e il raziocinio gocciolavano via.
Quando la persona che ami ti picchia, il tuo mondo si capovolge. Si preoccupò di cancellare della rubrica tutte le voci associate ad un nome maschile, tra cui il numero di mio padre. 

Lo rividi la sera successiva. Avevo gli occhi pieni di scuse e un sacchetto di caramelle alla frutta -le sue preferite- stretto tra le mani. Lui sorrise e mi diede un buffetto sul mento, con quella benevolenza gentile che si usa coi cani ubbidienti quando ti riportano la palla.
La nostra storia finì naturalmente, così come era iniziata, dopo pochi mesi e il ricordo di lui si rattrappì in qualche angolo della mia testa. Quella sberla nel parco, invece, non è mai andata via. Sento la medesima odiosa sensazione di paurosa impotenza ogni volta che torno a casa da sola, di notte, mentre mi affretto sul marciapiede e continuo a voltarmi.

La violenza di genere, in fondo, è una questione di peso e cultura, di grammi e cazzate ancestrali.
Quando capiremo che non esiste un sesso più forte dell’altro ma soltanto due sessi anatomicamente diversi; quando smetteremo di interrogarci sulla lunghezza della nostra minigonna mentre torniamo a casa da sole col buio; quando ci renderemo conto che non siamo il sesso debole, ma piuttosto quello risoluto, che non teme le lacrime e, nonostante tutto, va avanti; quando non ci sentiremo più soltanto costole e corpi ma piuttosto menti e cervelli capaci di denunciare, ribellarci e reagire; quando capiremo che siamo un enorme esercito di tigri e cerbiatte e che nessun essere umano, nemmeno quello che giura di amarci, merita le nostre lacrime, allora e soltanto allora questa Giornata Internazionale non avrà più senso di esistere.

Nel frattempo, non arrendiamoci.


Ivy La Morgue

Ivy La Morgue

Odia gli spazi stretti, la simmetria, le richieste pressanti e le persone troppo vicine, quindi appena può fugge a respirare l’aria sottile delle sue montagne. 
Legge moltissimo ed è grafomane: per queste ragioni, quando non cammina in salita, scrive su qualsiasi superficie a sua disposizione. Ha sempre ritenuto l’arte un’esigenza quasi vitale: grazie alle parole e al teatro, è spesso riuscita ad esternare concetti, disarmonie e sensazioni che altrimenti avrebbe segregato dentro se stessa. Grazie al Burlesque ha potuto scoprire il suo lato più femminile, ma insieme oscuro e grottesco.