Un “classico per una donna”? Autodeterminarsi.

Caro futuro marito,

Voglio raccontarti il momento in cui ho deciso che sarei diventata femminista.

Un giorno dissi a un ragazzo che stavo frequentando da un po’ di tempo di non aver mai avuto una storia importante. Nulla che avesse capovolto la terra sotto ai miei piedi, che mi avesse fatto vedere il mondo da un’altra angolazione; perché a volte per amore succede anche questo, giusto? Cambi opinione.
No, io non avevo ancora avuto questa fortuna, però avevo alle spalle incontri importanti. Persone conosciute in una notte, in un giorno o in cinque minuti, che avevano visto in me una luce che io non avevo neanche notato.

In risposta a questa storia, il ragazzo che stavo frequentando disse che “non è possibile considerare importanti persone conosciute in una notte. Proprio perché non hai avuto nessuno troppo vicino, hai una soglia di importanza molto bassa”, che “dai importanza a chi in momenti tristi ha colmato dei vuoti che chiunque poteva colmare”. Infine, dopo aver affondato il coltello e averlo girato tre volte disse: “E’ un classico per una donna”.

Quel giorno quelle parole hanno fatto male.

Tralasciando il pianto di mezz’ora, vorrei fare l’analisi del testo redatto dal poeta in questione.

Possiamo anche ipotizzare che le prime frasi “hai una soglia di importanza” (che in italiano potrebbe suonare come “dai importanza alle persone con troppa facilità”) e “ha colmato dei vuoti in momenti tristi” possano essere vere. Ma il fatto che possano essere vere, non ti autorizza a dirle. Il giudizio, su una situazione, di cui tu non hai fatto parte, non va sentenziato, a meno che non sia espressamente richiesto.
Tutti sbagliamo, e chiunque può inavvertitamente scambiare un’opinione per un giudizio.

Il fulcro della questione, infatti, ciò che ancora oggi mi fa ribollire il sangue, non sta nello spregiudicato giudizio di quelle frasi, ma dell’accezione universale a cui da sempre noi donne siamo confinate.

Cos’è un “classico per una donna”? Dare importanza alle persone? Avere dei vuoti “colmabili” solo da un uomo?

Mi sono sentita tremendamente offesa. Non solo nei confronti di me stessa, ma per tutte le donne. Mi ha colpito qualcosa di viscerale, una rabbia secolare che affonda le radici in così tante discriminazioni e categorizzazioni, da fermentare per tutto il genere umano.

Ho ripensato tante volte a quel giorno. Magari erano parole dette con innocenza, concepite per essere una sorta di consolazione: “Tranquilla Ilaria non sei la sola, sono tutte così”.
Però a me non frega assolutamente niente delle intenzioni di quelle frasi. C’è una cosa più importante più profonda, che è ciò che esse hanno rappresentato e tutt’ora rappresentano.

Mi sono sentita un vaso. Un vaso vuoto; pieno solo nel momento in cui un uomo entra a far parte della mia vita.

L’idea di noi, come contenitori. Qualcosa che debba essere riempito, di costantemente mancante. Come se tutte le donne avessero un qualche vuoto che non aspetta altro che essere colmato. Donzelle in difficoltà pronte ad accogliere l’uomo forte che le salva.

Non ho usato la parola contenitore solo perché non ho trovato sinonimi migliori. Il contenitore è un oggetto. E non è sconosciuta alla società l’oggettivazione della donna. La deumanizzazione che ci vede come corpi che possono dare uno status all’uomo alfa.

Questa generalizzazione, è uno stereotipo. Gli stereotipi rafforzano le gabbie sociali che hanno intrappolato le donne per generazioni e che sono alla base di ogni discriminazione.
Gli stereotipi impediscono a tutt*, anche alle donne, di vedere quando è presente una discriminazione, una violenza, un abuso di potere. Sono generalizzazioni che si scolpiscono della cultura collettiva umana.

La violenza di genere esiste ancora oggi, anche in frasi che non volevano far male, anche se chi le pronuncia pensa che non ti farebbe mai del male.

Non ho mai smesso di pensare a quelle due frasi. Ribollono nello stomaco. Sono quelle che hanno alimentato in me la voglia di consumare tutte le parole contro ogni tipo di sessismo.

Infine, ti scrivo questa lettera per dirti che io sono capace di colmarmi, di bastarmi da sola. Che i miei vuoti non dipendono necessariamente da te. E, in ogni caso, sarei capace di riempirli da sola. Anche se dovessi essere triste, felice, angosciata, estasiata, sarebbe uno stato d’animo mio, personale, e sarò io a decidere come meglio affrontarlo, senza essere messa in nessuna categoria.
Io sono una persona a prescindere dal mio sesso, una persona che decide, agisce, sente come vuole. Ciò di cui io ho bisogno non è da ricercare nella tua esistenza.

Un “classico per una donna” è autodeterminarsi e bastarsi in totale autocoscienza. Un “classico per una donna” è essere esattamente quello che cavolo vuole essere. Magari in compagnia di una persona che aggiunga del bello alla sua vita.
Ma è una persona completa a prescindere, non un essere bisognoso di essere “colmato”.

Ed è per tutti questi motivi, oggi, che io sono femminista.


Emily Lovett

Emily Lovett

Nata a Milano, passa le estati fra i promontori pugliesi del Gargano, terra in cui affondano le sue radici. Futura scrittrice di recensioni cinematografiche, lettrice accanita e Make Up Artist per passione. Ilaria è una donna sensibile, ma spietata con la tastiera quando vede un'ingiustizia. Ha studiato Cinema, e si dice che viva costantemente nel buio della sala cinematografica. Esce soltanto per scrivere per Le Fanfarlo.