Pollicino e l’orco malvagio

Ho perso il conto di quante volte, guardando le notizie sui media mi sono ritrovata a dire: “Povera ragazza! Se capitasse a me, so io cosa farei!”.

E poi un bel giorno capita davvero. E volete sapete cosa sono stata in grado di fare? Niente.

Già. Il nulla cosmico, è stato quello che mi ha assalito la mente dopo aver ascoltato quello che aveva da dirmi l’ispettore della polizia.

Per farvela breve: qualche settimana fa sono stata contattata da un ispettore di polizia che mi chiedeva la disponibilità per un incontro in procura. Purtroppo, per motivi di sicurezza, al telefono non poteva dirmi altro se non che stava conducendo un’indagine in cui io ero coinvolta come parte lesa.

Potete immaginare il coccolone che mi è preso. La mia testolina ha iniziato a viaggiare a più non posso, facendo mille supposizioni.
Peggio che andar di notte quando ne ho parlato con i miei. Tra le varie opzioni come partecipazioni a manifestazioni, risse, l’ipotesi della truffa è stata quella più gettonata.

Dopo tante elucubrazioni ho ritenuto che, per quanto strana potesse sembrare la situazione, era ancora più assurdo pensare che la procura si mettesse a convocare persone a caso in tribunale, giusto per animare le loro giornate. A mente lucida, e dopo un paio di ricerche, ho scoperto che il mio caro ispettore esisteva davvero e che la convocazione era reale.

Agitata il giusto, ho preso un treno e mi sono diretta in tribunale come da accordi. 

Arrivata in procura, la prima cosa che mi è sembrata strana è stata quella di vedere, insieme all’ispettore che mi aveva convocata, una mia conoscente. Con lo sguardo ho cercato di capirne di più ma lei mi ha solo detto di star tranquilla. Lasciata alle spalle lei e il mio accompagnatore, sono salita in ufficio con l’ispettore.

Durante il tragitto mi ha iniziato ad illustrare la situazione, chiarendo subito che ero parte lesa dell’indagine. Arrivati alla scrivania, seduti davanti al pc, ho capito cosa intendesse con parte lesa: ho iniziato a rabbrividire alla vista di una serie di foto e video che mi ritraevano in situazioni delicate

Premetto che, tra shooting e spettacoli, sono stata svezzata con foto a tradimento. Ma, guardando quelle foto, mi sono resa conto di non essere abituata affatto a scatti rubati con fini perversi.

Quello che mi si è palesato davanti agli occhi era oltre ogni aspettativa: scatti non richiesti di mie particolari parti anatomiche e video che mi ritraevano durante attività fisiologiche umane. 

Nel momento in cui il mio cervello ha visto quelle immagini deve essere andato in tilt (il nulla cosmico di cui sopra) e, come reazione a caldo, si è preso la briga di sdrammatizzare il momento.
Non sono stata in grado di discernere il pensare dal dire, tanto che, durante la riproduzione di un video, ho dato voce ai miei pensieri, chiedendo se per caso il tizio avesse intenzione di fare un tutorial per la rimozione degli assorbenti interni. 

La chiacchierata con l’ispettore è durata circa un’ora e trenta, durante la quale continuavo a chiedere quante persone come me erano coinvolte. Ho cercato di dare quante più informazioni possibili per aiutare anche le altre.
Ma quando mi è stato chiesto se volevo querelare la persona indagata, il mio cervello si è fermato. Ho avuto dubbi sul farlo perché non poteva essere vero. E poi chissà, la gente avrebbe potuto pensare che lo stessi facendo per un risarcimento. Ma poi l’ho fatto. Non potevo lasciar correre.

Mentre scrivo questo articolo, sulla mia scrivania ho il verbale di querela di fianco. Leggo e rileggo la stessa riga: “Dichiaro che effettivamente la donna ritratta nelle foto e nei video sono io”.
Momenti rubati che partono da oltre 10 anni fa. Rubate da chi? Da una persona di cui mi fidavo, una persona che si diceva amica. Che orrore. Deve essere punito per questo oltraggio. 

Mi sento di essere finita di nuovo in buco nero in cui gestire le emozioni e paure che mi pervadevano, non è per niente semplice. Ci sono già passata, in quell’occasione a farmi perdere il sonno (e quasi il senno) fu uno stalker. Ne sono uscita più forte, ma la paura di cadere è tanta.

Forse qualcuno potrebbe pensare che la mia sensazione sia esagerata. Sicuramente c’è di peggio. Ma mi ritrovo, a distanza di giorni, con la mente lucida, a confermare che, nonostante io non abbia lividi o ferite visibili, fa male come un colpo ben piazzato in faccia. 

Pur sapendo di essere una donna forte, davanti all’impotenza ci si sente sempre troppo piccoli. Io in questo momento mi sento Pollicino che sfugge dall’orco malvagio.
Mi sveglio con le solite immagini davanti agli occhi e mi ripeto che è stato solo un brutto sogno. Poi realizzo che è davvero successo: è difficile non riconoscersi. Le movenze, i vestiti, i particolari. E’ orrendamente spaventoso fare supposizioni su cosa venga fatto di quel materiale. Cosa venga fatto al mio corpo. 

Vorrei urlare: ”Ehi, pezzo di merda, come ti sei permesso? Chi ti ha dato il diritto?”. Ma in realtà non voglio chiedermi cosa gli è passato per la testa. Vorrei rompergliela e basta. Sentirsi violata fa schifo.

Spero di metabolizzare presto e di lasciarmi alle spalle l’accaduto.
Ma più di ogni altra cosa spero che tutte le ragazze coinvolte abbiamo il coraggio di fare qualcosa, e con più prontezza di me. Senza farsi venire dubbi, perché non sono persone amiche quelle che ci fanno del male.

Lasciatemelo dire, questo in cui viviamo è un mondo di merda, soprattutto per noi donne, che continuiamo a essere oggetti di perverse attenzioni non richieste. Dal cat calling allo strupro, siamo sempre noi a rimetterci la pelle e non solo. 

Non accade solo nei film, può succedere a chiunque: una sorella, un’amica, una conoscente.
Se dovesse capitare a noi, non chiudiamoci a riccio, ma facciamo tutto ciò che è in nostro possesso per far sì che a nessun’altra si ritrovi nella stessa situazione. 

Dobbiamo essere  pronte a cambiare questa società malsana.
Anche quando, nostro malgrado, ne abbiamo l’occasione.

Le Fanfarlo

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Le Fanfarlo è una scuola di burlesque, un gruppo di performer, un blog corale di donne che vivono il burlesque non come fine ma come strumento di empowerment femminile

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Abbiamo un cervello e un reggicalze. E non abbiamo paura di usarli. Entrambi.

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