Un’ipocondriaca ai tempi del corona virus

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carlotta con mascherina

Tempi duri per un’ipocondriaca.
Anzi no, tempi duri per tutti.

Vivo un enorme conflitto interiore: una parte di me (quella ipocondriaca, ovviamente) mi vorrebbe reclusa in casa da almeno 10 giorni, sotto una copertina sarebbe ancora meglio, mentre un’altra parte di me (quella estremamente dedita al lavorosente di non poter, per nessun motivo, abbandonare la nave.
Vince, con orgoglio, la dedizione al lavoro.

Vivere nel mondo in questo momento è, a dir poco, surreale.
Arrivo a lavoro in 10 minuti, ma non è agosto, e la mancanza di traffico non mi mette di buon umore.
Le giornate in ufficio sembrano procedere a rallentatore, con una calma che, lo possiamo quasi percepire sulla pelle, non è naturale.

Con le persone intorno a me alterniamo momenti di goliardia, nel tentativo di sdrammatizzare, a momenti di estremo nervosismo.
Arrivato, finalmente, il momento di tornare a casa, cosa succede?

Succede che per strada mi imbatto in persone che fanno jogging, ciclisti della domenica per cui adesso vale anche un mercoledì pomeriggio, tenere coppiette che passeggiano mano nella mano portando a spasso il cane e io sono lì che trattengo con difficoltà l’istinto di abbassare il finestrino per urlargli cose indicibili perché sì, tu che puoi stare a casa, DEVI stare a casa, e se lo facessi anche senza lamentarti troppo del fatto che ti annoi sarebbe apprezzato.

Vivere nel mondo in questo momento vuol dire avere quotidianamente a che fare con persone che, seppur indirettamente, questo virus l’hanno visto in faccia.
E fa davvero paura, glielo puoi leggere negli occhi.E in quei momenti rispunta la parte di me ipocondriaca (e anche un po’ egoista diciamolo) che ascolta e intanto pensa “e se domani toccasse a me?”.

Vivere nel mondo in questo momento però vuol dire anche sentirsi un po’ meno soli.
Nel paese dove vige il “mal comune, mezzo gaudio” ci facciamo forza.

Ma quando la sera torno da sola nella casetta di cui vado tanto fiera il vuoto si sente.
Un padre che, nonostante la vicinanza, decido di non vedere per cercare di proteggerlo. Un padre che capisce la mia scelta ma ogni tanto ci prova “sicura che hai da mangiare a casa? No perché io sto cucinando”. Un colpo al cuore.

Un ragazzo da cui mi separano 30km, che improvvisamente diventano 3000, e allora affronto l’odio che provo per le videochiamate perché almeno posso vederlo.
Un’amica con cui parlo, parlo, parlo, ma con cui vorrei poter parlare comodamente sedute nella stessa stanza davanti a del vino rosso, tanto vino rosso per essere precisi.

Se c’è una cosa che sappiamo è che tutto passa, non possiamo sapere quando, ma passa.
Ma eventi come questi non si limitano a passare da soli, come sono arrivati se ne vanno. Vi piacerebbe.

Noi abbiamo dei doveri, come cittadini, e come esseri umani prima di tutto.
Cerchiamo di non dimenticarlo.

Quando tutto questo sarà finito ci saranno un sacco di cose che potrò rifare.
E saranno improvvisamente belle come non mai, anche quelle più scontate.

Quindi è a questo che penso tutte le mattine quando mi alzo, penso che tutto questo finirà e potrò, finalmente, singhiozzare con estrema dignità mangiando sushi in un ristorante giapponese.

Charlotte Rouge

Charlotte Rouge

Nonostante i capelli rosso rubino e quell’aria un po’ altera, ha dovuto accettare che di Jessica Rabbit ne esiste solo una. Per lo più silente, di poche parole, ma fastidiosamente lapidaria al momento giusto, condisce la vita con un pizzico, o meglio con palate, di sarcasmo. Inizia a fare burlesque a 19 anni per liberarsi delle sue insicurezze di giovane donna. Adora gli animali ciccioni, come i panda e gli ippopotami, perché li trova carini e coccolosi. Insomma, Charlotte Rouge non è cattiva, è che la disegnano così.

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